
Foto di Matteo Boni
Vuole la tradizione che le arti di combattimento tailandesi abbiano origine in India, così come il popolo, definito in cinese Ao-Lao, che, attraverso numerose e dure migrazioni, giunse a stanziarsi del territorio del Siam. In realtà l’origine dei futuri Thai, ovvero ‘liberi’, non è così certa: indubbiamente se ne riscontra la presenza nella provincia cinese sud occidentale dello Yunnan, e di qui, a causa dell’espansione dell’Impero Han, si sarebbero divisi: verso l’attuale Birmania, in Vietnam mentre il restante della popolazione costituì, dopo duri scontri contro l’impero dei Khmer, il Muang Thai, l’attuale Thailandia. Questa storia di lotte e migrazioni è considerata la causa principale dell’efficacia delle arti di combattimento che si sono sviluppate in Thailandia: nate sul campo più che frutto di teorizzazioni, e trasmesse di padre in figlio, le tecniche di combattimento furono sì codificate, ma senza mai perdere la loro caratteristica ‘empirica’. Il primo manuale di allenamento e combattimento, il Chuppasart, la cui stesura fu ordinata nel 1350 dal principe Uthong Ayudhaya, cambiò in modo significativo la metodologia di insegnamento, che divenne meno esoterica: le tecniche furono accessibili a tutti i guerrieri Thai, che le confrontarono, in seguito, in combattimenti organizzati anche a livello nazionale, permettendo così all’Arte di mantenere un carattere aperto e non dogmatico. Uno dei maggiori cambiamenti introdotti dal manuale fu la differente trattazione del combattimento a mani nude rispetto a quello armato, che diede vita, nel tempo, alla nascita di due differenti sistemi di lotta, la Mae Mai Muay Thai (in seguito divenuta Muay Thay) e il Krabi Krabong. Dallo studio delle armi corte (Krabi) e delle armi lunghe (Krabong) nacque il nome della disciplina, mentre la Muay Thai , o Boxe Tailandese si sviluppò a causa dell’eccessivo numero di guerrieri che venivano uccisi o feriti durante l’addestramento con le armi e come completamento di questo(1). L’armamento dei Thai fin dall’antichità consisteva in armi per tagliare o infilzare che erano in dotazione a tutti i soldati e cioè: sciabola, spada, coltello a due punte, lancia, picca, alabarda, armi da lancio in generale, bastoni lunghi e corti, coltello, pugnale kriss; come armi di difesa avevano lo scudo curvato, lo scudo piatto e lo scudo rotondo. Caratteristica peculiare a entrambi i sistemi di combattimento tailandesi è che molti sovrani non solo li hanno apprezzati, ma ne sono divenuti esperti praticanti: per tale ragione la Muay Thai è anche detta ‘l’Arte dei Re’. Quasi mitologiche sono le figure di Naresuan, il Principe Nero (metà del XVI secolo), che trascorse la sua giovinezza come prigioniero in Birmania e, al suo ritorno, si fece promotore dello studio del combattimento al punto tale da ottenere una significativa rivincita sui nemici birmani e far meritare al suo popolo l’appellativo di ‘razza dalle otto braccia’, e Phra Buddha Chao Sua, detto il Re Tigre per la sua forza, che dimostrava sfidando in incognito i campioni del suo regno. Come avviene per le altre arti marziali asiatiche, il legame con l’elemento religioso rimane molto forte. Ogni lottatore, ad esempio, reca con sé due amuleti: il Mongkon, un ovale di corda intrecciata terminante con una coda, simbolo della scuola di appartenenza, che viene posto in testa al combattente dal maestro e da lui tolto dopo la danza e prima dell’incontro; e il Kruang Ruang, un bracciale di stoffa che si pone all’attaccatura del bicipite, strettamente personale, contenente spesso una reliquia, benedetto dai monaci durante una cerimonia al termine del periodo di formazione spirituale che ogni combattente deve compiere. Questi due elementi connotano, tra l’altro, una forte valenza socio-religiosa: il combattente trova una sua identità solo in seno alla “scuola”, alla comunità con cui si è duramente allenato e con cui ha vissuto, rispettandone le regole trasmesse dal maestro, e da cui è stato scelto. Il Mongkon ricorda il fatto che non si tratta di una lotta tra individui, ma che il combattente è espressione di una tradizione, di una comunità. Il Kruang Ruang ricorda la sacralità del combattimento, la purificazione a cui ogni singolo praticante deve sottostare e la purezza dei valori e dei principi che difende. Le reliquie, segno evidente del sincretismo religioso presente in tutto il Sudest asiatico – che, in particolare nell’attuale Cambogia, Birmania, Laos e, per l’appunto, Thailandia, ha visto culti Induisti prima e il Buddismo Theravada poi unirsi ai più antichi culti locali – evidenziano, in quanto talismano che protegge dagli spiriti malvagi, che la lotta non è solamente fisica. Ciò si manifesta soprattutto all’interno della Ram Muay, danza rituale che precede il combattimento anche ai giorni nostri, accompagnata da una musica tradizionale suonata dal vivo al bordo del ring: questa inizia con un giro attorno al ring, con una sosta a ciascuno dei quattro angoli, in cui si effettuano tre inchini, ai tre tesori del buddismo (il Buddha, l’illuminato; il Dharma, la legge; e il Sangha, la comunità) ad ogni angolo del quadrato di gara. Originariamente, non esistendo una delimitazione come quella odierna, tale ricognizione serviva proprio a definire fisicamente e spiritualmente lo spazio di combattimento, entro il quale solo agli agonisti (ma abbiamo già visto come essi siano in realtà rappresentanti di tutta una comunità, di una cultura che sperimenta se stessa) era permesso di entrare; oggi essa mantiene il suo valore simbolico nel tracciare una dimensione sacra all’interno della quale vigono regole differenti da quelle della vita ‘normale’. Solo l’accettazione da parte di entrambe i contendenti e della comunità tutta (scuola, spettatori, etc.) di tale diversità rende possibile l’incontro e l’arte medesima.
Lo spazio è quello del temnos, recinto, sacro: confine di un territorio sottratto alle leggi comuni, ai bordi del quale si pongono gli spettatori, parte integrante dell’evento, che non solo usufruiranno della possibilità, garantita dai combattenti, della creazione di uno spazio differente, ma compiranno la missione di tramandare l’esito, di perpetuare l’azione inaugurata dall’opera. La Ram Muay , ad esempio, è una sorta di ‘quadratura del cerchio’ all’inverso: uno spazio quadrato viene definito circolare (ring), gli angoli vengono ritualmente smussati. In tempi antichi il simbolismo mandala del quadrato inscritto in un cerchio era più evidente: all’interno del ring effettivamente circolare, il combattente eseguiva una danza seguendo linee rette e diagonali, guadagnando il centro e prostrandosi in preghiera ai quattro punti cardinali. Così facendo costruiva col suo proprio corpo una rappresentazione dello spazio cosmico, in cui poteva avvenire il combattimento. In maniera analoga si sottolinea l’autonomia anche della temporalità: il tempo dell’incontro, nella sua versione attuale, è formato da round, da piccoli cicli di minuti in cui accade l’evento agonistico. Il senso della circolarità è presente, dunque, tanto nello spazio-ring che nel tempo-round: ciò sottolinea come, anche nella scelta della terminologia della nostra derivazione sportiva, il combattimento debba mantenere una percezione del tempo e dello spazio diversa da quella normale, lineare. Nello stesso tempo rende evidente il carattere rituale di un incontro, in cui proprio l’aleatorietà, l’imprevedibilità dell’evento va circoscritta in un contesto di regole.
È solo in una dimensione spazio temporale così definita che ha senso la competizione: non uno scontro brutale e caotico, ma, al contrario, un momento di costruzione di un orizzonte comune e preciso, in cui ci sono regole sancite e condivise che strutturano un cosmos, un ordine. La profonda mutazione del contesto tailandese ha ovviamente influito sull’Arte di combattimento, che sempre di più prende i connotati di uno sport. Ma ancora forte è il fascino che, nella popolazione, esercitano i combattenti: i più forti tra loro divengono degli eroi nazionali, dai nomi che ricordano più gli sponsor per cui combattono (Samsung; Pepsi; etc) che il loro legame con la tradizione. La lotta che simboleggiano è, però, in maniera sempre maggiore una battaglia contro la povertà e la degradazione in cui versa molta della popolazione tailandese, vittima di un forte neocolonialismo economico, e che spinge molti bambini, ancora in tenera età (8-10 anni) a combattere a pagamento sui ring di Bangkok.
(1) Per un maggiore approfondimento sulla storia della Muay Thai in lingua italiana si consiglia: De Cesaris, M. Boxe Tailandese, Edizioni Mediterranee, 1995.
(2) Per una galleria immagini sulla Boxe Thailandese, vedi le foto di Gianluca Pulcini