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ASEAN: IL DODICESIMO SUMMIT.

Di Roberto Tofani • Mar 7th, 2007 • Categoria: ASEAN, Ultime Notizie

Il 10 gennaio scorso si è svolto, sull’isola filippine di Cebu - situata nella regione centrale di Visayas – il dodicesimo summit dell’ASEAN (Associazione dei Paesi del sudest asiatico). I dieci Paesi hanno deciso di iniziare a lavorare su una carta comune in stile europeo.
Tra le proposte suggerite, da vagliarsi nel prossimo summit, la possibilità di imporre sanzioni, senza rischi di espulsione, ai Paesi membri che violassero la politica dell’Associazione. È, questa, una proposta che rivoluzionerebbe gli attuali principi statutari: la “non interferenza negli affari di politica interna da parte di altri Paesi membri” e il “diritto di ogni Stato a condurre la propria esistenza nazionale liberamente da ogni interferenza, sconvolgimento radicale o coercizione”. Un passo sicuramente importante sul piano politico per la non più giovane Associazione, che quest’anno compie il suo quarantesimo anniversario.
Sul piano economico invece, sembra che le idee siano molto più chiare e i traguardi da raggiungere ben delineati. I leader dei dieci Paesi hanno stabilito di anticipare di ben cinque anni la Vision 2020 adottata nel summit di Kula Lumpur (Malaysia) nel 1997. Con questo accordo gli Stati membri s’impegnarono a lavorare congiuntamente per l’integrazione delle differenti economie nazionali al fine di creare una regione economicamente “stabile, prospera e altamente competitiva, dove la libera circolazione di beni, servizi, investimenti e capitali potesse favorire uno sviluppo equo e ridurre le disparità socio-economiche”. Il Piano d’Azione di Hanoi (Hanoi Plan of Action), stabilito nel 1998, fu il primo programma operativo per raggiungere gli scopi dichiarati nella Vision 2020. Nel 2003, infine, durante il nono Summit tenutosi a Bali (Indonesia), venne stabilita la Comunità Economica ASEAN (AEC, ASEAN Economic Community) come passo finale dell’integrazione economica secondo quanto stabilito dall’accordo ASEAN Vision 2020. A gennaio, invece, si è appunto deciso che, dal 2015, verrà stabilita una Free Trade Area, ovvero una zona di libero scambio commerciale.
I dieci si sono impegnati anche ad intensificare la lotta al terrorismo. È stata siglata una ‘convenzione anti-terrorismo’, ovvero la prima lista unitaria delle organizzazioni terroristiche della zona con colpendo i Paesi che le sostengono. Liste simili erano state redatte solo da Stati Uniti ed Unione Europea. Il documento invita inoltre i Paesi membri a migliorare la cooperazione in ambito di intelligence, a facilitare l’estradizione dei terroristi e a rendere più difficile il trasferimento di fondi da un Paese all’altro.
Sul paino sociale l’impegno preso è quello di proteggere i lavoratori migranti sostenere maggiormente la lotta al virus H.I.V./AIDS.
L’ostacolo che invece da anni divide i dieci dell’Associazione si chiama Birmania. La politica dell’Asean nei confronti del Paese governato da una spietata giunta militare è stata da sempre abbastanza controversa. Da una parte i 10 Paesi si sono obbligati, sottoscrivendo il ‘Trattato di Amicizia e Cooperazione’ (TAC) a rispettare i principi fondanti richiamati precedentemente. Dall’altra, però, sono ‘costretti’ a cedere alle pressioni di Ue in ambito Asem (Asia-Europe Meeting), ovvero il principale foro multilaterale delle relazioni euro-asiatiche, e Usa. Il 12 gennaio, proprio durante lo svolgimento del summit, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito a passare una risoluzione presentata dal governo statunitense due giorni prima. Cina e Russia hanno posto il veto, la Repubblica Sudafricana (membro non permanente) ha votato contro, in tre si sono astenuti: Congo, Indonesia, Qatar; e i restanti nove hanno votato a favore Il 3 gennaio scorso, alla vigilia del cinquantanovesimo anniversario dell’indipendenza birmana - concessa dai britannici dopo oltre un secolo di dominio coloniale - la giunta militare aveva concesso l’amnistia a 2.831 detenuti, tra i quali, secondo un’associazione di assistenza per i prigionieri politici birmani con base in Thailandia (Aapp - Assistance Association for Political Prisoners), 24 prigionieri politici. L’otto gennaio, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, si era inoltre rivolto alla giunta militare birmana affinché venisse rilasciata anche Aung San Suu Kyi, leader del partito di opposizione LND (Lega Nazionale per la democrazia), Nobel per la pace nel 1991 e attualmente agli arresti domiciliari. Negli ultimi 14 anni, però, anche le Nazioni Unite non sono riuscite ad arrivare ad una ‘soluzione birmana’. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite e il Consiglio per i Diritti Umani hanno approvato, in passato, 28 risoluzioni per un cambiamento nel Paese. La commissione ha, inoltre, nominato 4 inviati speciali per la Birmania, mentre l’ex segretario Kofi Annan ne ha nominati due permanenti. Il regime di Rangoon ha sempre ignorato ogni singola azione e ispezione da parte degli inviati succedutisi nel corso del tempo: il malese Tan Sri Razali Ismail rassegnò le proprie dimissioni dopo il fallimento di ogni tentativo. Lo stesso Annan non ottenne nulla di concreto dopo l’incontro con l’attuale numero uno della giunta, il generale Than Shwe. I Paesi asiatici ritengono di voler risolvere da soli le proprie questioni interne e finora sono state dette molte parole. Il fatto è che oggi la Birmania è un pozzo ricco di fonti energetiche, gas e petrolio soprattutto, e gli interessi di molte multinazionali americane, europee e asiatiche non fanno altro che peggiorare una situazione già insostenibile per gran parte della popolazione birmana, soprattutto per i gruppi etnici, numericamente minori, ma non meno importanti.
Sudestasiatico.com cercherà di analizzare la questione birmana e il coinvolgimento delle compagnie petrolifere nei prossimi articoli con la speranza di offrire un quadro quanto più completo ed obiettivo possibile.

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