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RISCHIA DI SALTARE PROCESSO CONTRO EX-LEADER KHMER ROSSI.

Di Roberto Tofani • Mar 8th, 2007 • Categoria: Cambogia, Ultime Notizie

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Foto di Matteo Boni

Il 17 aprile 1975, i khmer rossi presero il potere sulle ceneri del regime filoamericano del generale Lon Nol. Lo lasciarono 4 anni più tardi, il 5 gennaio del 1979, dopo l’attacco dell’esercito vietnamita. In questo periodo si sono resi responsabili di una catastrofe totalitaria e umanitaria tra le peggiori. Il Centro di documentazione della Cambogia riporta oltre 20 mila fosse comuni e 189 centri di detenzione e di tortura. Il più celebre è quello del liceo Tuol Sleng a Phnom Penh, noto come S-21. In quattro anni il regime della Kampuchea democratica ha messo a morte attraverso la tortura, l’assassinio, la prigionia e più spesso la carestia organizzata, due milioni di esseri umani. In tutto, oltre un quarto della popolazione cambogiana. Il censimento ordinato nel 1990 dal nuovo regime, porta le vittime a 3.314.768, in un Paese che prima della tragedia contava meno di 8 milioni di abitanti. Fra loro il 91% dei medici, l’83% dei farmacisti, il 45% degli infermieri.
Nel 2006 è stato istituito un Tribunale Straordinario per i crimini dei khmer rossi costituito da funzionari cambogiani e delle Nazioni Unite. In totale operano trenta giudici dei quali, 13 nominati dalle Nazioni Unite, selezionati a maggio del 2006 dal Consiglio Superiore della Magistratura cambogiana. Successivamente, la lista dei giudici e dei pubblici ministeri è stata approvata dal Re di Cambogia, Norodom Sihamoni. Il tribunale dovrebbe operare nel modo seguente: dodici giudici impegnati nei due livelli di giudizio (Camera di tribunale e Corte suprema); diciotto, impiegati a svolgere la funzione di ‘riserva’. La Camera di tribunale sarà costituita a sua volta da 5 giudici: 3 cambogiani (Nil Nonn, Thou Mony e Ya Sokhan) e 2 internazionali (la neozelandese Silvia Cartwright e il francese Jean-Marc Lavergne), mentre la Corte suprema da 7 giudici: 4 cambogiani (Kong Srim, Som Sereyvuth, Sin Rith e Ya Narin) e 3 internazionali (il giapponese Motoo Noguchi, la polacca Agnieszka Klonowiecka-Milart e Chandra Nihal Jayasinghe dello Sri Lanka). I negoziati fra Phnom Pehn e le Nazioni Unite per dar vita a un tribunale in grado di processare i leader sopravvissuti del regime di Pol Pot erano iniziati dieci anni fa, ma inizialmente il primo ministro Hun Sen, in carica dal 1985 ed ex-membro del regime ultra maoista, si mostrò riluttante all’idea di un possibile processo. Un accordo definitivo venne così raggiunto solo nel 2003. In quell’occasione, molti analisti affermarono che tale soluzione rischiava di essere minata dallo stato in cui ancora oggi versa l’intero sistema giudiziario cambogiano. Il tribunale, comunque, dovrebbe pronunciarsi solo sulle responsabilità individuali di chi ha esercitato funzioni di comando durante il regime Khmer, il cui leader, Pol Pot, è morto nel 1998, mentre altri due esponenti, accusati di genocidio, Ta Mok e Kang Keng Ieu, meglio noto come ‘Duch’, stanno scontando la pena in carcere. Altri, invece, come il vice di Pol Pot, Nuon Chea, il precedente capo di Stato Khieu Samphan e l’ex-ministro degli esteri Ieng Sary, vivono liberamente nel Paese. Secondo alcune stime, il processo, che dovrebbe avere una durata triennale, costerà circa 57 milioni di dollari. Queste le notizie fino all’inizio di questa settimana, poiché il tribunale rischia ora di chiudere senza lo svolgimento di alcun processo. I giudici si sono riuniti il 7 marzo per stabilire le regole da adottare. Già nel novembre scorso però, gli incontri per raggiungere soluzioni possibili, fallirono miseramente. In sostanza i giudici internazionali auspicano l’applicazione degli standard internazionali, minacciando altrimenti di chiedere alle Nazioni Unite di rinunciare. I giudici cambogiani, d’altra parte, ritengono che la legislazione locale abbia la precedenza anche nelle corti speciali. Durante questa settimana si discuterà su circa 100 punti, su gran parte dei quali, però, sembra si sia negoziato già a livello informale. “Speriamo di finalizzare il tutto durante questi incontri” si legge in un comunicato rilasciato da Sean Visoth e Michelle Lee, rispettivamente direttore e vice del Tribunale congiunto.
Sudestasiatico.com seguirà per i suoi lettori la vicenda, con la speranza che un processo abbia inizio quanto prima.

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