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L’ASEAN DICE NO A DISPOSIZIONI SANZONIATORIE PER I SUOI MEMBRI.

Di Roberto Tofani • Mar 28th, 2007 • Categoria: ASEAN, Ultime Notizie

Il 24 marzo scorso, dalla città tailandese di Mae Sot, al confine con la Birmania, parlamentari di Indonesia, Malaysia e Singapore – membri dell’ASEAN Inter-Parliamentary Myanmar Caucus (AIPMC) - hanno sottolineato di porre maggiore attenzione e prendere misure più decise per sostenere i rifugiati birmani appartenenti a gruppi etnici minoritari, contro cui si scatena la violenza incontrollata della giunta militare birmana.
“Negli ultimi dieci anni le autorità birmane ci hanno assicurato con accordi di cessate il fuoco e roadmap verso la democrazia, ma il numero dei rifugiati è aumentato! Quasi il 50% di rifugiati in più arriva oggi in Thailandia. In Malaysia, il numero ha superato il 300%. Questa è una catastrofe umana” ha dichiarato Wan Azizah, parlamentare malese (1). Dello stesso avviso il parlamentare indonesiano Djoko Susilo: “Siamo nel ventunesimo secolo, tali tragedie non possono essere più tollerate. L’ASEAN deve fare passi importanti sia a livello regionale che internazionale per fermare gli abusi che stanno forzando a scappare la propria gente. Io mi auguro che il mio Paese sfrutterà il suo seggio in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per risolvere questo che è un serio problema di sicurezza(2).” Dopo aver visitato i campi di Mae Tao Clinic, il singaporegno Charles Chong, ha affermato che “La visita ha dato l’opportunità di vedere la situazione problematica di Myanmar(3).” Alle violazioni dei diritti umani perpetrati dal Consiglio per lo Stato, la Pace e lo Sviluppo (State Peace and Development Council – SPDC), si associa il problema dei governi che ricevono le migliaia di rifugiati e immigrati birmani, che non sempre ricevono le migliori delle accoglienze.
Sebbene quarantenne, però, l’Associazione asiatica nata a Bangkok in piena guerra fredda, mostra ancora una forte divisione e contraddizione interna, sintomo di una maturità che è ben lungi dall’essere raggiunta.
Durante l’ultimo summit ASEAN (Associazione dei Paesi del Sudest asiatico), che si è tenuto il 10 gennaio scorso nell’isola filippina di Cebu, i membri dei dieci Paesi avevano, oltre alla questione birmana, si era proposta la possibilità di imporre sanzioni, senza rischi di espulsione, ai Paesi membri che violassero la politica dell’Associazione. Se così fosse, tale proposta rivoluzionerebbe gli attuali principi statutari: la “non interferenza negli affari di politica interna da parte di altri Paesi membri” e il “diritto di ogni Stato a condurre la propria esistenza nazionale liberamente da ogni interferenza, sconvolgimento radicale o coercizione”.
Tali proposte dovrebbero essere poi vagliate nel prossimo summit, ma un segnale di arresto ad un cambiamento politico così forte giunge dopo appena due mesi e mezzo dal dodicesimo summit di Cebu e immediatamente dopo le denunce sopra riportate da parte dei membri dell’ AIPMC. I ministri degli esteri dei dieci Paesi hanno respinto la possibilità di considerare l’introduzione di sanzioni – compresa l’espulsione dall’Associazione – contro i governi non in linea con le linee guida dettate dai dieci. “Non vogliamo che alcuna disposizione sia imbarazzante per uno dei membri” ha dichiarato Rosario Manalo, funzionaria del ministero affari esteri filippino - in un’intervista a The Associated Press, citata da Irrawaddy. Manalo è a capo di un comitato chiamato a redigere la Carta ASEAN, che dovrebbe essere firmata a novembre prossimo in occasioni del quarantesimo anno dell’Associazione. Escludere la possibilità sanzionatoria nei confronti di alcuni dei suoi membri non aiuta a fare pressioni sulla giunta birmana e fermare le violenze contro le minoranze etniche. Sul piano internazionale, il gruppo dei dieci si espone così ad ulteriori critiche da parte di europei e statunitensi che da tempo ritengono sterili e inefficienti le posizioni assunte nei confronti della Birmania riguardo alla continua violazione dei diritti umani. La Manalo ha infine precisato che future disposizioni relative ai diritti umani non sono dirette solo contro la Birmania, ma contro violazioni diffuse nell’intera regione.

In attesa che tali disposizioni vengano presentate, confermate e attuate, l’esercito birmano continuerà a torturare, opprimere, utilizzare lo stupro contro le donne come arma, ad utilizzare il lavoro forzato per costruire opere e infrastrutture necessarie all’estrazione di gas e petrolio in cui sono coinvolte numerose multinazionali del settore energetico di Corea del Sud, India, Cina, Francia e Usa. Come conseguenza diretta gli abitanti dei villaggi verranno costretti a lasciare le proprie case per far spazio a nuove basi militari e operative, costretti a lasciare la propria terra e vagare tra le foreste o scegliere di varcare il confine, consci del rischio di non poter far mai più ritorno.

Note.
(1) - (2) - (3) www.aseanmp.org

 

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