Sudestasiatico.com

spazio autogestito di libera informazione

IL MOVIMENTO FEMMINISTA IN THAILANDIA.

Di Alessandra Chiricosta • Mag 12th, 2007 • Categoria: Thailandia, Ultime Notizie

Virada Somswasdi, Direttrice del Corso di Laurea in Studi sulle Donne - Centro di Studi sulle Donne, Università delle Scienze Sociali di Changmai, Thailandia - è una delle principali attiviste del movimento femminista tailandese. Autrice di molti libri e articoli, si è anche direttamente impegnata sia in progetti di assistenza e sviluppo, sia in campagne di mobilitazione e revisione di concetti sociali, politici e legali di stampo maschilista, in Thailandia e in altri Paesi del Sudest asiatico.

In questo articolo, tratto, previa autorizzazione dell’Autrice, da un discorso tenuto nel 2004 presso l’Istituto di Legge della Cornell University, si presentano alcune delle questioni prioritarie che il movimento femminista thailandese, attivo sin dagli anni ’50 del Novecento, si è impegnato ad affrontare. Il movimento è principalmente costituito da donne con un livello culturale elevato e una conseguente possibilità di diretta azione sociale. Abbiamo scelto di offrire ai lettori di Sudestasiatico.com una prospettiva interna al mondo thailandese su problematiche che troppo spesso, soprattutto in Italia purtroppo, vengono ignorate o risolte con spiegazioni banalizzanti e di comodo.

Il turismo sessuale, ad esempio, in qualsiasi forma si consumi, è un crimine di cui partecipano molti cittadini italiani, che sovente trovano una giustificazione in una presunta differente concezione culturale della dignità femminile nelle diverse aree del mondo: le parole di Virada Somswasdi invitano ad un’analisi più attenta di questioni che chiamano in causa la responsabilità di ognuno riguardo alla concezione stessa dei diritti umani, troppo spesso piegata alle logiche di mercato.
Traffico delle donne e prostituzione: Alcuni argomenti portati avanti da gruppi che richiedono la legalizzazione della prostituzione chiamano in causa il diritto delle donne al ‘lavoro’. Questi gruppi sostengono che per proteggere le prostitute, le strutture di divertimento dovrebbero essere registrate. Alcuni gruppi si sono spinti tanto oltre da affermare che le prostitute avrebbero migliori condizioni se la prostituzione fosse legalizzata e fossero adottate misure per il monitoraggio dei distretti a luci rosse. Asseriscono che se il mercato del sesso venisse regolato e la prostituzione divenisse un lavoro legittimato, allora le prostitute sarebbero libere dal pericolo di abusi e rischi alla salute. Ma, dominati da una struttura sociale patriarcale, i membri sia maschili che femminili della società non riescono a comprendere che la prostituzione riguarda il traffico di esseri umani e comporta un alto rischio di esposizione alla violenza, caratterizzata da danni fisici, rischi alla salute e traumi psichici. Riguarda la violazione dei diritti umani delle donne. Le femministe si schierano contro la voracità di denaro, controbattendo che la prostituzione, anche se legalizzata, non potrà mai essere un affare legittimo perché sarà sempre associato al crimine, alla corruzione, alla deprivazione sessuale di massa e di classe, al traffico di vite umane. L’assunto implicito di una libera scelta della prostituzione, testimoniato dall’uso di termini quali ‘gli affari privati degli individui’, ‘libertà personale’, ‘diritto alla privacy’ e ‘il consenso tra due adulti’ non sono altro che la costruzione di un’illusione che perpetua una mancanza di consapevolezza sociale sulla schiavitù sessuale. La prostituzione non riguarda il diritto delle donne sul proprio corpo né all’ ‘impiego’ o al ‘lavoro’. Al contrario, è un’espressione del controllo maschile sulla sessualità femminile. È la svendita del proprio corpo per un rapporto sessuale, un abuso e una manifestazione della indifferenziata lussuria maschile. È qualcosa che riguarda le relazioni di potere orientate su base di genere, etnia, età, razza e classe sociale.

In nessun caso la prostituzione può essere definita ‘il consenso tra due adulti’, anche se la prostituta risulti essere maggiorenne, quando una parte è rappresentata dal compratore e l’altra dal venditore, specialmente quando la parte del compratore si trova ad essere socialmente costruita come ‘il sesso migliore’, ‘la classe sociale migliore’, ‘il più maturo’, ‘i rappresentanti del potere vigente’, ‘culturalmente più raffinati’ o ‘dalla pelle più bianca’. Gli studi femministi sulla prostituzione dimostrano che sotto il capitalismo patriarcale, i valori di mercato possono insinuarsi anche negli aspetti più intimi dell’esistenza umana. In più, è quasi impossibile marcare una linea distintiva tra la prostituzione e il traffico delle donne quando la disinformazione gioca un ruolo critico. Le donne sono adescate, costrette e, sotto l’egemonia maschile, ingannate e così introdotte nel mercato della prostituzione. Le femministe sostengono che le prostitute sono usate, abusate e deprivate della loro dignità umana in una forma o nell’altra. Il loro ruolo libera l’uomo dalle proprie responsabilità per il proprio comportamento sessuale. Di conseguenza non esiste neanche una sola giustificazione alla criminalizzazione delle prostitute. Queste non sono criminali ma parte civile, mentre coloro che le fanno entrare in questo circolo vizioso dovrebbero essere posti sotto accusa, considerati legalmente colpevoli, politicamente e socialmente responsabili. È dunque fuori questione che le prostitute debbano essere stigmatizzate, registrate e categorizzate come ‘prostitute legali’ o con il pericoloso termine di ‘impiegate’ in bordelli o in strutture dal dubbio nome. Andrea Dworkin sostiene che “La prostituzione è un paradigma, non solo per la vulnerabilità sessuale delle donne ma anche per la vulnerabilità del condizionamento sessuale e la discriminazione economica. Il riduzionismo economico delle questioni di genere quali la prostituzione è una delle forme più perniciose di pensiero androcentrico.”(1).

La violenza domestica: passo dopo passo, le femministe thailandesi hanno mostrato al pubblico nuove prospettive riguardo la violenza domestica. Sostengono che si tratti di una questione di relazioni di potere di genere. In nessun caso è considerabile come una faccenda ‘privata’ o ‘personale’ della famiglia in cui nessun altro, persino lo Stato, debba intervenire. Le femministe thailandesi hanno adottato un metodo di approccio espresso nello slogan ‘Personale è Politico’nella mobilizzazione contro la violenza domestica. Sottolineano che questa sia pervasiva, e che non ci siano basi per condonarla. Richiedono che si distrugga il mito popolare che punta il dito contro le mogli oggetto di violenza come coloro che ‘se la sono voluta’ o che abbiano aggravato la violenza stessa. Spesso le mogli sono accusate di ‘cercarsi i guai’ (ha rueng aing).
Maggie Humm spiega il paradigma della subordinazione femminile e la violenza contro le donne come prodotto di una cultura patriarcale in cui gli uomini controllano sia le istituzioni sociali che i corpi femminili. Il maschilismo dipende dalla violenza istituzionalizzata, intrinseca al sistema giuridico. Ritengo che le colpe, i sotterfugi e i condizionamenti che circondano il genere, la classe sociale e l’etnicità nelle istituzioni legali e nei processi, ostacolino la protezione dei diritti umani e ignorino la durezza della condizione femminile, causando così maggiore violenza contro le donne.[…]
Un’idea giuridica androcentrica: Lo stupro non è solo un’offesa sessuale, ma anche un’imposizione politica e sociale maschile sui corpi delle donne. Questa nozione necessita di essere più ampiamente indirizzata alla pubblica attenzione. Lo stupro da parte del coniuge non è contemplato dal Codice Penale della Thailandia del 1957. La legge stabilisce che l’uomo possa essere accusato solo se commette uno stupro nei confronti di una donna che non sia sua moglie. Le femministe hanno iniziato a richiedere una revisione, nell’intento di estendere la norma, per un’esplicita protezione delle mogli. La maggior paura delle femministe è che la legge venga perpetuata nelle decisioni della corte. Il Consiglio Giuridico di Stato difende la legge attuale, sostenendo che colpevolizzare un marito per lo stupro contro sua moglie colpisca la ‘sicurezza familiare’, e non vede solide ragioni per interferire nelle ‘faccende personali’. Il punto più estremo raggiunto è nell’ammettere lo stupro se commesso durante la separazione o da un marito che abbia contratto una malattia pericolosa e contagiosa. Ritengo che un altro serio punto di dibattito tra il sistema giuridico e le femministe sia sorto nello stabilire il precedente definendo lo stupro come la penetrazione dell’organo sessuale maschile in quello femminile. Tutte le altre molestie sono considerate meri tentativi di stupro o comportamenti osceni, per i quali l’incriminato è soggetto a una pena minore. In più, la percezione dello stupro così come viene stipulato nel Codice Penale, ovvero un errore privato se non commesso in pubblico, o se non comporti ferite o la morte, porta ad ulteriori dibattiti. La vicenda sessuale con l’accusato è un’informazione irrilevante, resa importante dal giudizio morale e da condizionamenti politici, che aggravano ulteriormente l’oppressione delle donne. È un ennesimo riflesso della dominazione maschile nelle istituzioni legali L’uso dei tribunali per perseguire i diritti e rinforzare la responsabilità è talvolta considerato come parte del rafforzamento del potere femminile. Un’importante questione è: fino a che punto il processo legale può rafforzare il potere della donna come individuo, datosi il fatto che la pressione sociale rende più semplice fare un passo in dietro e scaricarsi delle responsabilità. La maggior parte delle volte le vittime di stupro subiscono la pressione delle costrizioni sociali, cedendo così alle circostanze. Senza un’appropriata protezione legale, vengono stigmatizzate fino alla fine. Le femministe, mentre richiedono un sistema giuridico più efficace, devono far familiarizzare il personale giuridico con la sindrome da trauma che accompagna la reazione psicologica allo stupro, quando sembra che le vittime diano testimonianze contraddittorie. Alcuni gruppi di donne ritengono che la richiesta di punizioni più severe non sia sempre efficace. Così appoggiano lo schema statale che pone gli stupratori in regime di semilibertà. Sotto questo schema, più che condurre a giudizio gli stupratori, li si affida ad una terapia psichiatrica dietro consenso della moglie. La polizia è autorizzata a mediare e a collocare il marito stupratore in un programma, a meno che non scelga di essere sottoposto a giudizio, ben conscio dell’approccio patriarcale del sistema giuridico. In ogni caso, le femministe sostengono che quando un marito stupratore è protetto dall’essere definito ‘malato’, la questione delle relazioni di potere di genere viene resa irrilevante, perpetuando ulteriormente la violenza contro le donne. Problemi sorgono anche su come la polizia e il programma terapeutico possano operare secondo una sensibilità di genere sotto la struttura maschilista delle istituzioni e della società. Le femministe continuano a sostenere vigorose campagne per il Comitato delle Riforme Legali, che dovrebbe lavorare ad una revisione nell’intero Codice Penale di vari argomenti, stupro incluso.

La presenza femminile:una questione pressante. Come abbiamo testimoniato, le donne trovano spazio sui giornali, sulle radio e televisioni solo quando sono coinvolte in crimini, come accusate o reclamanti; o se posano per la pornografia. La violenza contro le donne, la disparità di genere e la violazione dei diritti umani basilari sono questioni di importanza ugualmente pressante. Ci sono alcuni strumenti,stabiliti dalle organizzazioni internazionali, per garantire la parità di genere, l’avanzamento delle donne e la protezione dei diritti umani femminili. Nonostante sia stata criticata come segnato sin dall’inizio da una prospettiva miope sui problemi delle donne e dal fallimento del suo programma per il rafforzamento femminile, la Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Discriminazioni contro le Donne rimane uno dei migliori documenti legali sui diritti femminili. La riaffermazione della Piattaforma di Azione - Beijing +10 (2)- mostra un grande supporto per le sue dodici questioni d’interesse delle donne da parte del movimento femminile globale. Anche così le donne rimangono marginalizzate e depotenziate da varie forme di povertà e violenza. Fronteggiando una mancanza di accesso ai documenti e un’insufficiente presentazione da parte dello Stato, le femministe in Thailandia devono ancora imparare riguardo la sostanza, lo scopo e il significato dei documenti per poterli utilizzare efficacemente verso la parità di genere e la protezione dei diritti umani femminili. […] È da sottolineare che ci sono alcuni gruppi di donne che hanno meno sostegno di altre nella lotta per i propri diritti umani basilari. Ciò accade perché o sono marginalizzate o, nel corso del proprio lavoro, si sono rese vulnerabili ad attacchi fisici e politici. Tra i gruppi di donne che fronteggiano sfide particolari ricordiamo:

Le donne delle Minoranze Etniche: tra i circa un milione di appartenenti a minoranze etniche che vivono in zone montuose, che sono o nati in Thailandia o qui immigrati decadi fa, un gran numero sono donne. Considerate una minaccia per la sicurezza nazionale, o vittimizzate dalla corrotta burocrazia, le donne delle Minoranze sono state deprivate della propria cittadinanza. I documenti di identificazione sono venduti a gruppi che possono permettersi di pagare in cambio dell’ingresso illegale nel Paese. Come non-cittadine, esse non esistono e sono private dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali di base. Senza una base legale a cui appigliarsi, molte sono state dislocate dalla terra dalla quale dipendono per guadagnarsi da vivere. Un gran numero di ragazze e donne sono divenute preda dei trafficanti di prostitute e lavoro nero. Almeno la metà delle popolazioni di montagna è ancora in attesa di ricevere il foglio magico che gli consenta di ottenere libertà di spostamento, accesso all’educazione, al servizio sanitario, alla partecipazione politica, al diritto di voto, all’identità e alla dignità umana. Alcuni hanno scelto di unirsi al movimento delle donne delle etnie minoritarie e dare voce alle loro rimostranze, confidando nei ‘diritti costituzionali’ dell’assemblea. Sebbene, spesso, l’intimidazione dei funzionari di governo e ‘misure legali’ li costringano al silenzio.

Donne migranti e donne birmane delocalizzate: Una grande preoccupazione è pubblicamente rivolto all’influsso di lavoratrici ‘illegali’ e persone delocalizzate provenienti dalla Birmania,un gran numero delle quali costituito da donne. Ancora, in Thailandia, la condizione di migliaia di lavoratori migranti birmani, sia documentata che non, è sconosciuta e scarsamente considerata dalla maggior parte dei thailandesi. Pregiudizi ed interessi economici e politici dominano ed influenzano la politica dello Stato. È terribile apprendere che un gran numero di lavoratori migranti birmani erano concentrati nelle aree del paese colpite dallo Tsunami. “Lavoratori migranti birmani in difficoltà sono stati abbandonati dal loro ‘governo’ che ha fallito anche nell’informare sui veri danni del disastro, e messi da parte, intimiditi e negletti dai funzionari thailandesi, che sono più interessati a pulire le spiagge per l’arrivo dei nuovi turisti che ad avere a che fare con la devastazione dei mezzi di sussistenza e delle famiglie di questo gruppo di lavoratori. Alcune migliaia di essi sono morti con lo Tsunami, ma due mesi dopo il disastro i loro corpi erano ancora lasciati a giacere in obitori di fortuna, perché i loro parenti, lavoratori migranti anch’essi, non osano richiedere le salme dei propri cari, temendo di essere arrestati. A molti di essi il mare ha portato via il permesso di lavoro e i documenti. I migranti birmani non possono godere della maggior parte degli aiuti a causa del loro stato legale precario”. Questa è una dichiarazione pubblicamente diffusa dai gruppi femministi durante una campagna per il riconoscimento dei diritti umani delle lavoratrici migranti birmane, e per una protezione legale dal governo populista, che ha ignorato le donne in difficoltà provenienti da un Paese vicino.

Donne che difendono i diritti umani: La campagna per la difesa di chi difende i diritti umani femminili sta gradualmente attraendo la pubblica attenzione sulla condizione delle donne che si organizzano per i propri diritti come lavoratrici, contadine e cittadine che richiedono parità di trattamento, giustizia e dignità, e che fronteggiano la forza armata dello Stato e di corporazioni transnazionali che utilizzano spesso la violenza politica nel perseguire i propri scopi di controllo e dominio. La campagna porta alla luce il fatto che le donne sono relegate dalle forze del conservatorismo al proprio ruolo tradizionale di riproduttori biologici e sociali. Le donne che si rifiutano di essere intrappolate in simili stereotipi obsoleti e misogini sono punite per le loro trasgressioni. Le donne fronteggiano l’impoverimento e il dislocamento che consegue alla globalizzazione, e sono adescate o costrette in impieghi sfruttanti, che conducono alla vulnerabilità ad abusi e violenze.La campagna sottolinea i rischi e la debolezza delle donne che difendono i diritti umani, nella forma di violenze sessuali, e le conseguenze che si trovano ad affrontare le donne che sostengono specifiche questioni di genere, come i diritti riproduttivi e sessuali. Abbandonando i propri ruoli tradizionali, le donne che difendono i diritti umani corrono tremendi rischi nello sfidare lo status quo e parlare apertamente per se stesse e nell’interesse di altri.Sono poste in un costante stato di paura e terrore, alienate dalle loro famiglie e comunità a causa delle loro convinzioni e soggette ad umiliazioni e ad abusi come conseguenza del proprio coraggio. Nonostante la coscienza delle conseguenze, le attiviste hanno il coraggio di diventare difensori dei diritti umani. La campagna chiede alla comunità internazionale e ai movimenti per i diritti umani di riconoscere il coraggio e l’impegno di queste donne e di parlare in loro favore nel vero spirito della giustizia e della legge. Questi timori sono aumentati con l’attuale intensificarsi della repressione e degli abusi contro chi difende i diritti umani, in particolare contro le donne. Una specifica attenzione alla protezione e alla sicurezza di queste donne in Thailandia dovrebbe essere richiesta a livello globale. Azioni legali e misure per assicurare la punibilità per atti di violenza contro le donne saranno rese una realtà effettiva solo attraverso la solidarietà dei movimenti in tutto il mondo. Documenti hanno dimostrato che le donne non sono state attaccate solo in quanto tali, ma per la causa che rappresentano. Di fronte alle serie atrocità commesse da attori Statali e non-Statali, dare visibilità e riconoscimento internazionale alle donne che difendono i diritti umani costituisce una forma di protezione fondamentale per loro. Le statistiche mostrano ancora un alto tasso di stupri. Ci sono stati 4.028 casi riportati dalla polizia nel 2004, 11 casi al giorno, di cui 9 mortali. Apparentemente i numeri riportati sono inferiori alla realtà. Il 60% della popolazione analfabeta è costituita da donne. Sul fronte politico, la partecipazione nei pubblici uffici è ancora bassa, sotto il 10%. Non sorprende nessuno il constatare che tra l’esigua rappresentanza femminile nel parlamento, pochissime reclamano realmente un’equità e parità di genere. Con la diffusione dell’ HIV/AIDS, sono stati raccolti dati e fatte ricerche per sviluppare strategie di intervento ed aiutare ridurre la diffusione del virus. Questi studi sono stati prevalentemente volti alla terapia clinica più che all’affrontare le sbilanciate e ineguali relazioni di potere di genere, ben radicate e non riconosciute. [..] Le preoccupanti informazioni date da un medico, coinvolto nell’attività di prevenzione e cura dell’AIDS, è che i nuovi casi non vengono documentati, e la maggioranza di questi sono costituiti da donne. La più grande causa di mortalità tra le giovani donne è costituita dalle infezioni.Un gran numero di donne è morto a causa delle infezioni e dell’eccessiva perdita di sangue data da aborti clandestini effettuati fuori dalle strutture ospedaliere. Tutto ciò è connesso all’educazione sulla salute riproduttiva, alle relazioni di potere tra generi e allo status delle donne. L’urgenza di un’educazione e di ricerche in merito, incentrate sul genere e la sessualità, emersa nel 1990, dopo la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne e la Piattaforma di Azione di Beijing, é stata una trasformazione significativa negli studi sulla salute. I gruppi e i movimenti femminili hanno spinto per l’educazione pubblica, nel condurre le campagne sulle specifiche questioni dei diritti e della salute riproduttiva. Ciò dimostra un approccio volto all’azione, che si attua ogni volta che una questione si infiamma.

Note. (1). Dworkin, A. Pornography: men possessing women, G.P.Putnam, New York, 1981. (2). Conferenza Internazionale delle Donne, tenuta a New York nel 2005, a dieci anni dalla prima tenutasi nella capitale cinese di Beijing (Pechino).

Tagged as: , , , , ,

Lascia un commento