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I VIETNAMITI ELEGGONO L’ASSEMBLEA NAZIONALE

Di Roberto Tofani • Mag 22nd, 2007 • Categoria: Ultime Notizie, Vietnam

vietnam bandiera flag stella rossa

Domenica 20 maggio, si sono svolte in Vietnam le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale (AN), l’organo legislativo del Paese. Secondo il Consiglio Elettorale, in almeno quattro province: Tra Vinh, Vinh Long, Hau Giang, Soc Trang – tutte del sud, comprese nella zona del delta del Mekong - è stata raggiunta una percentuale di votanti del 100 per cento degli aventi diritto. Nella Repubblica Socialista del Vietnam hanno diritto al voto tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni di età. Sempre secondo fonti ufficiali vietnamite, nei due centri maggiori del Paese: la capitale amministrativa, Hanoi, e quella economica, Ho Chi Minh City (ex-Saigon), il numero di votanti è stato pari al 98 per cento. Pham The Duyet, presidente del Fronte di Liberazione Nazionale – organismo politico che riunisce sotto il proprio ombrello organizzazioni volontarie, politiche, sociali, economiche, etniche e religiose del Paese – ha dichiarato all’agenzia vietnamita Thanh Nien che, nonostante le cattive condizioni climatiche in molte zone del paese, la popolazione si è recata alle urne per “esercitare il proprio diritto/dovere”.

Dal voto, che si è tenuto in un’unica giornata, preceduta da una campagna elettorale di poco più di due settimane, verranno eletti i 500 deputati che compongono l’organo legislativo del Paese. I candidati sono stati 875, compresi 164 indipendenti, ovvero non appartenenti al partito Comunista vietnamita. In Vietnam, il cui sistema politico si basa sul partito unico - Partito comunista del Vietnam - i candidati vengono proposti dalle 64 autorità provinciali e comunali, (712 su 876 nella lista attuale), ma non mancano appunto gli indipendenti. La scelta avviene attraverso una votazione preliminare che deve garantire una preferenza superiore al 50 per cento a livello municipale.

La campagna elettorale, invece, organizzata dal ‘Fronte di Liberazione Nazionale’, prevede una serie di incontri con gli elettori nelle 182 circoscrizioni elettorali. Durante questo periodo, ad esempio, il Segretario Generale del partito, Nong Duc Manh, ha incontrato gli elettori settentrionali della provincia di Thai Nguyen, mentre il presidente della Repubblica Socialista quelli di Ho Chi Minh City. Il primo ministro, Nguyen Tan Dung, si è rivolto ai collegi della città portuale di Hai Phong, importante centro commerciale del nord-est, mentre il presidente dell’Assemblea Nazionale, Nguyen Phu Trong, ha discusso con gli elettori di Hanoi.

Esprimendosi su questa giornata elettorale, la prima dopo l’ingresso del Vietnam nel WTO (World Trade Organization) ratificato lo scorso novembre, Pham The Duyet ha commentato che “in termini democratici il voto ha segnato un salto in avanti” spiegato dal fatto che il numero dei vincitori uscenti è in proporzione più basso rispetto al passato. Ciò significa che “se prima risultavano eletti tre candidati su quattro, oggi sono tre su sei o due su quattro” ha spiegato il presidente del Fronte di Liberazione Nazionale. Non è dello stesso avviso Ralph Cossa, presidente del Pacific Forum presso il Center for Strategic and International Studies, che sull’Herald Tribune dichiara: “La leadership vietnamita parla di democrazia come i cinesi parlano di democrazia di base”. “Essi – riferendosi ai vietnamiti – non sono pronti per una reale democrazia” commenta Cossa, sottolineando però che “vedono il valore nel mostrare che si stanno muovendo in quella direzione”.

A tal proposito, vorrei ricordare ai lettori italiani che nelle ultime elezioni che hanno ridisegnato l’attuale Nostro Parlamento, non siamo stati liberi di scegliere i nostri candidati, ma obbligati a barrare con una croce simboli senza significato, facendo un brutto salto indietro nel tempo. Questo ha inoltre lasciato libere le ‘diverse’ associazioni partitiche di limitare la presenza femminile in parlamento che risulta oggi al 17,3 per cento tra i deputati, laddove l’Assemblea Nazionale vietnamita è rappresentata da una percentuale che si avvicina al 28.

Dopo questa breve parentesi di confronto, tornerei a riconsiderare l’organo legislativo asiatico che, rispetto a qualche anno fa, non è solo un organo privo di potere reale di fronte al partito, bensì una struttura che nelle ultime sessioni ha cercato di domandarsi e domandare ai ministri e al governo quali siano gli obiettivi del Paese e quali i mezzi e i modi per raggiungerli. Alla fine di marzo scorso, si è tenuta l’undicesima e ultima sessione dell’AN in cui sono stati analizzati e discussi i risultati raggiunti durante l’intera legislatura (cinque anni), per “meglio delineare l’organizzazione e le attività della prossima Assemblea Nazionale”, come aveva dichiarato il suo presidente, Nguyen Phu Trong.

“Negli ultimi cinque anni, nonostante complicazioni regionali e internazionali, così come l’impatto avverso di alcuni disastri naturali, il Vietnam ha compiuto passi importanti in diverse aree di interesse”, ha commentato durante il suo intervento il premier vietnamita Nguyen Tan Dung. “In questi cinque anni di lavoro il governo ha tracciato le linee guida per ministeri e agenzie affinché finalizzassero il sistema politico adatto a strutturare e sviluppare un’economia di mercato. Nuove leggi hanno aiutato a stabilire eguali relazioni commerciali, mobilitando numerose risorse sia interne sia estere per lo sviluppo e la crescita nazionale”, ha inoltre sottolineato Dung. Dalla fine del secolo, l’economia vietnamita è la più vivace del Sudest asiatico, con un tasso di crescita annuo del 7 percento fino al 2004 e dell’8 percento successivamente. Il volume di affari di beni e servizi nel periodo 2002/2006 è cresciuto del 19 percento annuo, mentre l’indice dei prezzi al consumo nel periodo 2001/2005 è aumentato del 5,1 percento all’anno. Il governo ha inoltre puntato alla riorganizzazione delle imprese statali, cercando di favorire anche l’impresa privata. Secondo i dati statistici presentati da Dung, nel periodo quadriennale, successivo al 2002, sono state registrate centosettantamila imprese. Gli investimenti privati rappresentano attualmente quasi un terzo dell’intero impiego sociale, circa il 49 percento degli impieghi nelle zone rurali ad esclusione del settore agricolo. Ogni anno, la piccola e media impresa impiega più del 90 percento dei nuovi occupati. Cooperative private e imprese familiari rappresentano oggi il 45 percento del Pil. “Il governo ha fatto un grande sforzo per mobilitare risorse da ogni settore economico, attraendo numerosi investimenti stranieri”. Gli investimenti diretti esteri hanno raggiunto i 21 miliardi di dollari nel periodo 2001/2005, mentre gli aiuti ufficiali allo sviluppo hanno raggiunto gli 11 miliardi. Secondo l’ Asia Business Council, il Vietnam occupa la terza posizione (38 percento) per quanto riguarda i progetti d’investimento delle multinazionali, dopo Cina (85 percento) e India (51 percento) e davanti agli Stati uniti (36 percento).

Nel ricordare i risultati raggiunti in campo economico, Dung ha sottolineato come la percentuale di poveri sia diminuita del 2 percento annuo a partire dal 2002. “Ogni anno si creano oltre 1,5 milioni di posti di lavoro”, riducendo drasticamente il tasso di disoccupazione, circa il 2 percento nel 2006 a fronte di una forza lavoro pari a 45 milioni di abitanti, ovvero il 57 percento della popolazione totale, di poco superiore agli 84 milioni di abitanti.

Sul piano delle riforme il premier vietnamita ha dedicato particolare attenzione ai passi da fare in campo amministrativo, puntando soprattutto ad incanalare gli sforzi “nella lotta alla corruzione e allo spreco”. Prima di concludere, Dung ha evidenziato anche i punti deboli del suo governo e dell’intera legislatura, definendo ancora “bassi i livelli di qualità dello sviluppo e della competitività sul piano economico nonché nell’ambito delle attività sociali e culturali”. L’offerta interna riguardo “la creazione e la gestione di istituzioni adatte ad un’economia di mercato è ben lontana dal coprire la richiesta di domanda esterna”, ha infine lamentato il premier vietnamita eletto nel giugno del 2006.

Alla luce di queste dichiarazioni, emerge un fatto che forse in molti tendono a trascurare, ovvero gli obiettivi che le autorità vietnamite si pongono di volta in volta a partire dal 1986, anno di scelte cruciali per il Paese asiatico. Anno d’inizio della scelta politica meglio nota come Doi Moi, ‘rinnovamento’. In molti da questa parte di mondo, quella ‘occidentale’, come anche alcuni gruppi di vietnamiti interni al Vietnam e/o presenti negli Usa o in Europa, lamentano al ‘rinnovamento’, la mancanza di diritti, la mancanza di poter esprimere le proprie libertà e le proprie idee sia politiche che religiose. Gli ultimi arresti e le successive condanne dei mesi scorsi, precedenti alle elezioni, sono un chiaro esempio. Ma cerchiamo di capire, di analizzare e non solo di condannare e sputare sentenze per partito preso, senza voler aprire un dialogo, parola, oggi, così tanto invocata da svuotarsi del suo vero significato. Cerchiamo di stabilire i termini della nostra discussione con l’Altro, passo necessario e fondante per una mutua comprensione. Personalmente, non ritengo sia opportuno - come sostiene Cossa, e molti altri analisti e giornalisti insieme a lui - partire da un presupposto comparativo tra Cina e Vietnam, Paese per cultura, storia etradizioni diverso e differentemente caratterizzato(1). Il Vietnam è un Paese che dall’anno della dichiarazione di indipendenza, (2 settembre 1945) ha combattuto fino ai primi anni ottanta una guerra dopo l’altra: francesi, statunitensi, cinesi, appunto, e i Khmer rossi di Pol Pot sostenuto dalla Cina di Deng Xiaoping.

Dopo i primi anni di pace e ripresa, il coraggio di intraprendere una strada, una scelta per raggiungere un obiettivo: poter garantire cibo all’intera popolazione riducendo così il tasso di povertà. Compito arduo, che il Vietnam ha ottemperato come mai nessun Paese del così detto ‘Terzo Mondo’ ha fino ad oggi mai fatto. Uno dei pochi Paesi ad aver conseguito gli obiettivi di sviluppo per il millennio (Millennium Development Goals - MDGs), dettati dalle Nazioni Unite. Oggi, il Vietnam è un Paese di 84 milioni di abitanti con una popolazione molto giovane: il 30 per cento ha un’età al di sotto dei 15 anni, mentre quasi il 65 per cento ne ha una compresa tra 16 e 64. Per molti di loro, che già studiano almeno un’altra lingua e ottengono finanziamenti per studiare all’estero, per poter poi offrire un contributo al proprio Paese, perché “orgogliosi di essere vietnamiti”, l’accesso alla rete informatica e all’informazione on-line è un qualcosa di ormai assodato. I flussi turistici da e verso il Vietnam sono in continua ascesa, sebbene rimangano dei problemi con il rilascio di visti a gruppi di viet kieu, ‘espatriati’, che reclamano la possibilità di potersi ristabilire nei confini del proprio Paese e poter dar vita a proprie attività imprenditoriali e commerciali.

Sul piano ‘religioso’, l’articolo 70 della Costituzione del 1992, garantisce pienamente la libertà di fede e di culto senza però che “nessuno utilizzi la propria religione per contravvenire alle leggi dello Stato”. Questo passo si rivolge soprattutto alle numerose confessioni non riconosciute dal governo, che rivendicano una propria libertà territoriale, oltre che spirituale. Nel novembre del 2004, si è resa effettiva l’Ordinanza in materia di fede e religione, divisa in 41 articoli, che regola diritti e doveri sia dei privati cittadini sia delle 16 organizzazioni religiose riconosciute dalla Repubblica Socialista. Tra queste il Buddismo, il Cattolicesimo, alcune confessioni evangeliche, l’Islam, i Cao Dai - religione tipicamente vietnamita, sorta all’inizio del secolo scorso - la Hoa Hao, una delle scuole buddiste e il Bahaismo, religione monoteista che, seppur indipendente, ha origine nel tronco islamico. Secondo dati del 2005, di 20 milioni di credenti - circa il 25% della popolazione - la maggioranza è costituita da buddisti (quasi 9 milioni) e cattolici, (5,5 milioni). Bassa è la componente islamica (circa 100 mila), concentrata soprattutto nelle province situate tra il centro e il sud del Paese. Il Vietnam, comunque, è da sempre un variegato mosaico di culti e tradizioni religiose.

Riguardo la libertà di esprimere le proprie idee politiche, il Paese asiatico si trova sicuramente in ritardo se paragonato ai nostri sistemi democratici. Intendiamoci: anch’io sono convinto che ognuno debba poter esprimere le proprie idee liberamente, sempre e comunque, ma sono altresì convinto che il Vietnam ha fatto una scelta. Dare maggior enfasi al proprio sviluppo economico per risolvere i problemi di fame e povertà prima, e garantire istruzione e lavoro alla propria popolazione poi. Il Vietnam ha scelto di percorrere una sua strada, che non è la nostra, una strada che ci auguriamo venga costruita sulle parole del suo fondatore, Ho Chi Minh: “La cultura deve essere la luce che guida il popolo”.

La democrazia, cari amici, non è un processo immediato. L’impressione che ho, è che si vogliano forzare i tempi, e obbligare Paesi come il Vietnam, o ancor di più quelli della zona medio orientale del globo, a seguire il nostro percorso, in un momento per giunta, in cui le nostre democrazie stanno subendo dei colpi talmente duri da averli messi in crisi.

I nostri percorsi sono diversi. È, secondo me, indubbio che tempi e i modi siano diversi. Vorrei quindi concludere con una provocazione: siamo sicuri che il sistema democratico sia sempre, in ogni circostanza, la migliore forma di governo possibile?

 

 

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