FREE AUNG SAN SUU KYI.
Di Roberto Tofani • mag 25th, 2007 • Categoria: Birmania/Myanmar, Ultime Notizie
Bandiera della Lega Nazionale per la Democrazia
Domenica 27 maggio scade il termine di detenzione per Aung San Suu Kyi, ma molto probabilmente, la giunta militare birmana ne estenderà la durata. Ormai, sono quasi quattro anni che la leader della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), che nel 1990 vinse le libere elezioni tenutesi nel Paese, è agli arresti domiciliari. Secondo la testimonianza di un diplomatico occidentale, la liberazione sembrò essere molto vicina nel maggio 2004, quando Aung San Suu Kyi, forse incoraggiata da diplomatici cinesi, inviò una lettera al numero uno della giunta militare: Generale Than Shwe. In questa lettera sembra che la Suu Kyi, senza menzionare le elezioni regolarmente vinte dal suo partito nel 1990, avesse confermato la sua disponibilità, come capo della LND, di lavorare a fianco della giunta. Seguirono una serie di incontri con l’allora ministro dell’interno Col. Tin Hlaing e i vice capo dell’intelligence Mag-Gen Kyaw Win, e Brig-Gen Than Htun.
Nonostante venne raggiunto l’accordo, secondo il quale le due parti politiche avrebbero discusso i sette punti della “roadmap verso la democrazia” – tra i quali il primo, il disegno di una nuova costituzione – nel Congresso Nazionale, alla cerimonia di apertura a maggio 2004, il Colonnello Tin Hlaing annunciò l’impossibilità di rilasciare la Suu Kyi. In risposta, i componenti della LND abbandonarono il Congresso nazionale. Solo 5 mesi più tardi, il primo ministro Khin Nyunt venne licenziato e con esso venne smantellato il delicato corpo di intelligence da lui stesso creato.
Dal 1989, Aung San Suu Kyi, ha subito tre diversi periodi detentivi, l’ultimo è sicuramente il più duro, in considerazione del fatto che non può avere contatti con occidentali e con i membri del suo stesso partito. Solo nel 2003 le fu data possibilità di essere visitata dall’allora inviato speciale delle Nazioni Unite Razali Ismail e successivamente, nel 2006, dall’altro inviato, Ibrahim Gambari. Ora, viste le preoccupanti condizioni di salute, può farle visita solo il suo medico curante.
Nell’ultimo mese, delegati delle Nazioni Unite, parlamentari indiani, giapponesi e altri rappresentanti dei Paesi ASEAN – Indonesia e Malaysia – come avvenuto in passato, hanno chiesto che Aung San Suu Kyi venga liberata. Gli Stati Uniti hanno rinnovato le sanzioni contro il Paese asiatico, proprio qualche giorno fa, mentre la Cina ritiene che l’intero problema sia una questione di politica interna che riguarda solo la giunta militare birmana, le cui decisioni vanno rispettate. D’altra parte, però, Pechino si permette di criticare la scelta dei militari birmani di aver spostato la capitale amministrativa a 390 chilometri a nord di Rangoon, senza aver interloquito prima con loro. Purtroppo, però, l’atteggiamento ambiguo e mai chiaro non riguarda solo la politica cinese.
Da parte asiatica, l’India, che ha sempre sostenuto il movimento democratico birmano, oggi stringe rapporti commerciali ed economici (gas, petrolio, fornitura di armi) con il vicino birmano, giustificando tale scelta col sostenere che la crescita economica garantirebbe una maggiore libertà nei confronti delle classi più disagiate. Sarebbe vero se i soldi non servissero per finanziare uno dei più grandi eserciti dell’Asia – e uno tra i maggiori al mondo in rapporto al numero di abitanti – oltre 400 mila unità, secondo statistiche ufficiali interne. L’ASEAN, sebbene la Malaysia sia uno dei principali critici del regime militare birmano, ha deciso proprio questa settimana di non discutere della questione birmana e la detenzione di Aung San Suu Kyi nei prossimi colloqui previsti nel mese di luglio. “La nostra posizione riguardo a Myanmar è stata definita da un comunicato rilasciato durante un incontro tenutosi a Kuala Lumpur nel 2005, in cui venne deciso di dare tempo e spazio ai cambiamenti interni attraverso la partecipazione di tutte le forze politiche”, ha affermato Erlinda Basilio, sottosegretario agli esteri delle Filippine. D’altra parte l’Associazione si trincera dietro la sua Carta, che è molto chiara a riguardo: “Non interferenza negli affari di politica interna da parte di altri Paesi membri”.
Da parte dei Paesi ‘occidentali’, invece, la situazione cambia prospettiva ma non di risultato, un po’ come la proprietà commutativa. Gli Stati Uniti, da sempre il ‘baluardo della democrazia’, continuano a imporre sanzioni quasi fittizie contro la Birmania, ritenendo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU sia l’organo designato ad occuparsi della questione. A gennaio scorso, il governo statunitense aveva presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione sulla questione birmana chiedendo anche il rilascio di Aung San Suu Kyi. Washington considera da sempre la situazione nella Birmania una minaccia per la pace e la sicurezza regionale e internazionale, contrariamente a quanto sostengono i Paesi della regione asiatica. Sebbene il testo avesse trovato “largo consenso”, rimanevano dubbi sulla possibilità di veto di Russia e Cina, risultati poi fondati. Già il 15 settembre 2006, insieme a Congo e Qatar, Cina e Russia si erano opposte a porre la questione birmana nell’agenda Onu. Nell’ultima risoluzione presentata a gennaio, l’ambasciatore russo presso l’ONU, Vitaly Churkin, fu abbastanza esplicito ritenendo che “quella birmana non è una questione da discutersi nel Consiglio di Sicurezza”. Anche la Cina ha sempre sostenuto che “nessuna azione presa dal Consiglio può condurre a una soluzione riguardo la questione birmana”, stando alle affermazioni del vice ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, Liu Zhenmin. Nella risoluzione, gli Stati Uniti d’America chiedevano in sostanza la liberazione di tutti i prigionieri politici, compresa Aung San Suu Kyi, nel tentativo di “creare un dialogo politico sostenibile che conduca a una reale transizione democratica”. Il 3 gennaio scorso, alla vigilia del cinquantanovesimo anniversario dell’indipendenza birmana, la giunta militare – che governa dal 1962 in seguito a un colpo di Stato – aveva concesso l’amnistia a 2.831 detenuti tra i quali, secondo un’associazione di assistenza per i prigionieri politici birmani con base in Thailandia (Aapp – Assistance Association for Political Prisoners), 24 prigionieri politici. Nel testo si chiedeva, inoltre, la fine delle continue azioni repressive contro i gruppi delle minoranze etniche da parte delle forze armate birmane e dell’utilizzo dello stupro come arma di lotta. Infine, la giunta veniva chiamata a cooperare con le organizzazioni e le agenzie umanitarie, compresa l’ILO (International Labour Organization) di cui la Birmania è membro. La differenza sostanziale tra la proposta circolata a dicembre 2006 e quella definitiva presentata a gennaio, riguarda il tempo entro il quale la giunta veniva chiamata a rispettare la risoluzione: sei mesi, anziché tre.
Al veto scontato di Cina e Russia, quindi, il voto contrario alla risoluzione, destando una certa sorpresa, si è aggiunto quello della Repubblica Sudafricana (membro non permanente), a dimostrazione che non esiste un vero dialogo all’interno del palazzo di vetro tra altri Paesi e Stati Uniti, che si ostinano a perseguire una propria linea politica a senso unico. “Non possiamo sostenere una situazione in cui le questioni che devono essere prese in più grande considerazione diventino dominio speciale di uno stretto gruppo di nazioni” aveva chiarito un mese dopo il fallimento della risoluzione, alla stampa locale, il ministro della Difesa sudafricana, Gerard Patrick Lekota. Una linea contestata dal responsabile per le questioni sociali del Dipartimento di Stato Usa, Grover Joseph Rees determinato a sostenere che la “risoluzione rientra nella competenza giuridica del Consiglio”. Il governo statunitense fa sapere ora che non tenterà di presentare una nuova risoluzione. Contemporaneamente alla presentazione della risoluzione, anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, aveva chiesto la liberazione di Aung San Suu Kyi. Negli ultimi 14 anni, però, anche le Nazioni Unite non sono riuscite ad arrivare a una “soluzione birmana”. L’Assemblea generale dell’Onu e il Consiglio per i Diritti Umani hanno approvato, in passato, 28 risoluzioni per un cambiamento nel Paese. La commissione ha, inoltre, nominato quattro inviati speciali per la Birmania, mentre l’ex segretario Kofi Annan ne ha nominati due permanenti. Il regime militare birmano ha sempre ignorato ogni singola azione e ispezione da parte degli inviati succedutisi nel corso del tempo: il malese Tan Sri Razali Ismail rassegnò le proprie dimissioni dopo il fallimento di vari tentativi. Lo stesso Annan non ottenne nulla di concreto dopo l’incontro con l’attuale numero uno della giunta, generale Than Shwe.
L’Unione Europea non sembra promuovere o indicare vie diverse da quelle descritte sopra. Nell’ottobre del 2004, in occasione del quinto summit ASEM5 (Asia Europe Meeting), l’UE, lamentando la detenzione domiciliare di Aung San Suu Kyi e la continua opposizione del governo birmano alla partecipazione della sua Lega Nazionale in una convention politica nazionale, ebbe l’occasione di opporsi al Paese asiatico negandone l’ingresso nell’Organizzazione euo-asiatica, che venne poi approvato insieme a quello di altri due Paesi asiatici e dieci europei. Una sorta di scambio al tavolo delle trattative. Inoltre, Paesi della nostra Europa, come la Francia, hanno forti interessi economici con la giunta militare birmana. La compagnia petrolifera Total è impegnata in molti progetti di estrazione di gas e petrolio oltre che nella costruzione e manutenzioni di gasdotti. La Total è stata accusata di sostenere il regime militare birmano, sfruttando il lavoro forzato per la costruzione delle infrastrutture con le quali poi può estrarre e comprare sia gas che petrolio, le cui rendite non servono a finanziare formazione e sanità in uno dei Paesi più poveri al mondo – dove ancora si muore di malaria, polio, e altre malattie che oggi noi abbiamo addirittura dimenticato, oltre che di Aids – ma ad alimentare un regime che fa dell’abuso dei diritti dell’uomo e della guerra, le armi per mantenere lo status quo. La Total non è comunque la sola compagnia impegnata in terra birmana, ma è ben accompagnata da gruppi sud-coreani, come la Daewoo International, le indiane India’s Oil and Natural Gas Corporation e Gas Authority of India Limited, le cinesi Sinopec Oil Company e CNOOC, rispettivamente la seconda e terza compagnia petrolifera cinese, la filiale statunitense di Unocal, Chevron, e la thailandese PTT-EP. Tutte in competizione per accaparrarsi le risorse di cui oggi nessuno può fare più a meno. Seppur in terra asiatica, la Nigeria, non appare poi così lontana!
Roberto Tofani
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