BIOCOMBUSTIBILE A GIACARTA.
Di Roberto Tofani • Mag 31st, 2007 • Categoria: Indonesia, Ultime NotizieSudestasiatico.com vi propone un articolo di Claudio Landi, giornalista e collaboratore di Lettera22 pubblicato al link (http://www.lettera22.it/showart.php?id=7265&rubrica=209) il 22 maggio scorso.
L’Indonesia è uno dei grandi produttori di gas dell’Asia, è un paese membro dell’Opec e nonostante ciò sta cercando di ampliare le sue risorse energetiche: prima ha messo a punto un vasto programma di sviluppo del nucleare pacifico (in linea peraltro con tutti gli altri paesi asiatici, dall’India alla Cina passando le nazioni Asean), ora sta andando avanti nel settore dei biocombustibili. Anzi l’Indonesia, almeno nelle intenzioni del governo di Giacarta, vuole diventare il leader di questa forma di energia rinnovabile. E d’altra parte il paese è la nazione delle palme e quindi ha grandi potenzialità di materie prime al riguardo. Il progetto è talmente serio che Giacarta intenderebbe investirci miliardi di dollari. L’impegno quindi dovrebbe essere rilevante, tanto rilevante da aver fatto immediatamente mettere in azione importanti gruppi economici ed affaristici locali e importanti interessi internazionali. Il primo paese ad essere ‘interessato’, guarda caso, è la Cina con una delle sue compagnie petrolifere più grandi, la CNOOC, China National Offshore Oil Corporation. La CNOOC, assieme alla Sinar Mas Agro Resources indonesiana ha pianificato ‘il più grande progetto di biocombustibile del mondo, a Papua e nel Borneo. La partenza è programmata per il 2008 (la CNOOC, secondo gli analisti locali, ha progetti in giro per il mondo riguardante i biocombustibili per la bellezza di 12 miliardi e 200 milioni di dollari: quindi appare evidente l’importanza che i cinesi stanno dando a questa forma di energia e quindi il loro interesse e la convergenza con Giacarta). Poi come dicevamo ci sono di mezzo i gruppi affaristici indonesiani: dalla Golden Agri-Reseurces alla RGM Asian Agri, dalla Pt Bakrie Sumatera alla PT Astra Agro Lestari. Si tratta di imprese collegate a potenti conglomerati economici cresciuti durante la dittatura di Suharto e che quindi hanno succhiato il latte del ‘crony capitalism’ del dittatore (’crony capitalism’ sta per capitalismo fortemente nepotistico). Tutto questo ragionare attorno a gruppi affaristici è importante per una semplice ragione: questi conglomerati che ora si stanno per impegnare nel settore dei biocombustibili hanno avuto, ai tempi della crisi finanziaria asiatica del 97-98, serissimi problemi di indebitamento. Anzi per essere più chiari alcuni di questi gruppi andarono in ‘default’ a causa degli eccessivi e malgestiti debiti finanziari. Per questi nuovi progetti ci vogliono ingenti capitali e la loro redditività è strettamente connessa ad un prezzo del petrolio superiore stabilmente ai cinquanta dollari a barile. Morale: appare ovvia la preoccupazione che alcuni analisti economici hanno iniziato a sollevare in merito: si stanno ricreando, anche con questo tipo di progetti, le condizioni di debolezza finanziaria che portarono nel 97 sull’orlo del baratro, anzi dentro il baratro, il capitalismo nepotista indonesiano? Questi timori non proprio secondari si uniscono alle preoccupazioni dei molti organismi non governativi e movimenti ambientalisti legate alle conseguenze ecologiche ed alimentari di un uso intensivo del territorio per produrre materia prima per biocombustibile piuttosto che prodotti alimentari per la gente comune. Insomma i progetti sono tanti, le paure anche.
Roberto Tofani
Invia
una mail all'autore | Tutti i post di
Roberto Tofani

