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IN DIALOGO CON VIRADA SOMSWASDI.

Di Roberto Tofani • Giu 17th, 2007 • Categoria: Interviste, Thailandia

virada somswasdi changmai

Virada Somswasdi - Foto di Roberto Tofani 

Virada Somswasdi, Direttrice del Corso di Laurea in Studi sulle Donne - Centro di Studi sulle Donne, Università delle Scienze Sociali di Chang Mai (nel nord della Thailandia), insignita del US government’s first International Women of Courage Award. La professoressa Somswasdi è anche docente all’Università di Legge, sempre nell’Università di Chang Mai.

Gli Autori di Sudestasiatico.com hanno avuto modo di incontrarla a Roma, dove è arrivata su invito della Professoressa Francesca Brezzi, docente di Filosofia morale e delegata per le Pari Opportunità dell’Università Roma Tre.

Come giudica l’attuale situazione politica nel suo Paese governato da settembre scorso da un regime militare? Qual è secondo lei il modo per ritornare verso la democrazia? Attualmente siamo giunti ad un punto in cui le strade della confusione politica si intersecano in una modalità pressante, poiché nessuno sa esattamente in che direzione si andrà, a causa dei differenti contesti e delle condizioni che stanno scaturendo da situazioni incontrollabili. Ad esempio, l’indebolimento politico generato dal potere del governo precedente e dalle lotte interne tra le stesse fazioni militari. Oggi, si sentono in continuazione voci riguardo a un altro colpo di Stato: è ovvio che le persone ne sono condizionate. Nell’attesa della bozza di una nuova costituzione, la cui promulgazione viene ritardata, è possibile che il colpo di Stato abbia veramente luogo. La situazione è quindi incontrollabile, perché se il cosiddetto colpo di Stato, un ulteriore colpo di Stato, può essere attuato dai poteri attuali, allo stesso modo, può essere portato avanti dai poteri precedenti, perché si tratta di gruppi facoltosi e potenti, molto determinati a ritornare in carica. Questi fattori stanno già spingendo a un punto tale che un altro colpo di Stato è realmente possibile. Inoltre, l’attuale regime militare è diviso a causa delle lotte interne che ho sopra menzionato: una fazione è soddisfatta del leader attuale e sostiene questo approccio nella gestione del potere, mentre altre lo contestano. Gli stessi leader vogliono liberarsi delle fazioni oppositrici. La situazione è davvero incerta e voci di un altro colpo di Stato si avvertono quotidianamente.

L’impressione che si ha da qui, leggendo anche i media internazionali è che le prossime elezioni programmate per dicembre avranno luogo. Penso che si stiano muovendo in due direzione contemporaneamente. Il potere attuale e il precedente stanno portando avanti due strategie di azione allo stesso tempo. Pubblicamente annunciano le imminenti elezioni, che desiderano veramente. Il governo precedente vuole riconfermare il proprio potere attraverso le elezioni, attraverso il consenso popolare. Nel contempo il presente governo e il potere militare, che talvolta procedono insieme, sono divisi, così risulta naturale che il potere democratico ne venga effettivamente indebolito. In ciò risiede un altro fattore critico. I poteri non sono uniti, sono all’interno delle stesse istituzioni, sostengono di credere nelle stesse cose e di avere le stesse opinioni. Ma non è così. Dipende dagli interessi emergenti. Possono opporsi reciprocamente o rafforzarsi. È una situazione molto complessa.

In questa situazione che lei definisce complessa, qual è il ruolo delle donne? Sono coinvolte nel dibattito politico? Le donne potrebbero essere coinvolte sulla carta, ma non in pratica. Teoricamente una clausola nella bozza della nuove costituzione potrebbe permettere la parità di genere e incoraggiare le donne a prendere parte attiva nella votazione referendaria riguardo alla costituzione; potrebbe spingere le donne a candidarsi alle elezioni, ma nel frattempo non ci sono ‘azioni positive’ che permettano alle donne di concorrere. I partiti politici non coinvolgono donne ‘esterne’, ma solo le donne dei loro membri: figlie, mogli dei membri dei partiti politici. È solo questo gruppo di donne ad essere autorizzato a partecipare all’agone politico, insieme a donne reclutate ‘esternamente’. Se non disponi di candidati sufficienti da far concorrere, il tuo partito può essere sciolto o affrontare serie difficoltà nella competizione. Quindi si ‘arruolano’ candidate esterne solo per adempiere alle procedure. Sarebbe sorpreso nel vedere il gran numero delle donne che si candidano, ma osservando con più attenzione all’interno delle liste, vedrebbe che sono tutte reclutate perché obbedienti, e in quanto retribuite. Quindi la possibilità che le donne entrino realmente nell’arena politica è molto sottile. A meno che un sostegno maggiore sorga dalla società civile e un processo politico da parte dello Stato si metta realmente in moto. Ecco perché gruppi come il nostro hanno incontrato grandissime difficoltà: è veramente estenuante rendere evidente lo schema maritale (familiare) dei partiti politici, siano essi di maggioranza o di opposizione. I gruppi di donne sono divisi a causa di questa situazione confusa, proprio come il resto della società civile che odia a tal punto il precedente governo da sostenere il colpo di Stato. Questo ci ha lasciato in una situazione decisamente frustrante. Questa non è una risposta, non si può condonare un processo illegittimo. Quello che in occidente è stato definito un colpo di Stato soft. Un colpo di Stato è un colpo di Stato. Se tu fai parte della classe media, sei un intellettuale, di solito i militari non si mischiano con te, ma per quanto riguarda la gente comune o gli attivisti che realmente si sono opposti alla militarizzazione determinata dal colpo di Stato? Essi sono stati maltrattati, rapiti, eliminati: quale legittimità autorizzava queste misure! Io faccio parte di una minoranza nella società civile, e anche tra le associazioni femminili. Queste sostengono di potere parlare con loro (riferendosi alle autorità attuali), negoziare, riprendere in considerazione un processo di collaborazione, ma non c’è nulla da riconsiderare quando la forza rompe le regole e tu scendi a compromessi con essa.

Qual è la percezione di ciò e delle questioni di genere delle nuove generazioni? Ha mai sentito parlare di post-modernismo? A me e alla mia generazione di femministe sembra che la maggioranza delle attiviste donne (più che definirle ‘femministe’), seguano il credo post modernista focalizzato sull’individualismo. Possono organizzare incontri, riunioni sulle libertà civili: ma libertà civili in vista di cosa? Per chi? Possono affermare che sia una mia scelta di vendere il mio corpo. Ma che sorta di uguaglianza di genere ci può essere in un contesto retto dal ‘patriarcato’ e in cui la sessualità è controllata dagli uomini? Non puoi essere veramente libera se sei venduta attraverso la prostituzione o la pornografia. “Questa è la scelta in se” replicano. Io sostengo invece che la scelta no sia naturale, ma costruita in un contesto. Anche se sostieni che sia una tua scelta, chi te la messa in mano? Sostieni che la pornografia sia una tua scelta…lo è? Oggi sostenere ciò, ci fa apparire come dei ‘dinosauri’ che sono lontani dalla realtà.

Riguardo alla prostituzione invece, molti associano la Thailandia al turismo sessuale. Lei, con la sua associazione, che poi ha dato vita al primo corso di laurea tailandese in studi sulle donne, (Fondazione per le donne, legge e sviluppo rurale) lavora per portare fuori molte donne dalla prostituzione. Ma cosa si può fare in occidente per aiutare queste donne? È una questione sia di genere che etnica? Sì. La questione andrebbe osservata su due livelli, il primo dei quali è teoretico e l’atro è pratico, anche se i due livelli devono integrarsi e lavorare insieme. Una legislazione che punisce i propri cittadini ovunque commettano crimini sessuali, traffico di esseri umani, sfruttamento o abusi sessuali, aiuterebbe sul piano pratico, come alcuni paesi hanno già fatto riguardo ai crimini connessi alla pedofilia o alla frequentazione maschile di bordelli. Se i ‘turisti sessuali’ fossero condannati ogni volta che frequentano luoghi dove è possibile comprare bambini a scopo sessuale, ciò potrebbe arrestare tale crimine sul piano pratico, ma a un livello teoretico ritengo fondamentale il sostegno al lavoro sulle questioni di genere. Si dovrebbe operare in collaborazione, qui e lì, in uno sforzo comune nel comprendere i problemi, gli aspetti culturali della Thailandia, paese a cui ci si riferisce spesso come “eccezione”. Si sostiene che si possono sfruttare le nostre donne perché ciò appartiene alla nostra cultura. Non si può autorizzare questo modello interpretativo. Non si possono vendere i nostri bambini perché appartiene alla nostra cultura che essi aiutino i propri genitori nel loro lavoro, qualunque sia ‘l’ambito lavorativo’ in cui operino. I governi devono essere molto chiari nelle questioni della parità di genere e dei diritti delle donne: altrimenti lasciano aperto il campo ad ogni genere di scusa.

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Alessandra Chiricosta con Virada Somswasdi - Foto di Roberto Tofani

La prostituzione è un problema di molti paesi del Sudest asiatico e molto spesso è legato al fenomeno del traffico di essere umani. La Thailandia è membro dell’ASEAN (Associazione dei paesi del Sudest asiatico). Pensa che l’Associazione possa essere la giusta sede per risolvere tali problemi e altre questioni sociali che affliggono la regione oppure crede che sia proiettata a risolvere questioni di tipo economico come creare una zona di libero scambio prima del 2015? Quest ultimo è il vero obiettivo dell’Associazione, di altre questioni no se ne vuole discutere. Guardi alla situazione della giunta militare birmana, ad esempio. In questo caso l’Associazione richiama il principio di non interferenza nella politica interna dei paesi membri. Proprio questo è il punto: economia, politica e società civile sono aspetti interrelati, interconnessi in ogni caso. Se si agisce su di uno, anche gli altri ne subiscono le conseguenze. Appartengono ad un stesso cerchio. Per questo il trincerarsi dietro i principi è solo una scusa.

E il trattato sulla lotta al traffico di essere umani siglato nel 2004 dall’ASEAN? Una pura formalità. E l’hanno dovuto fare prima della valutazione da parte statunitense su questi problemi. Noi asiatici non abbiamo ancora neppure una commissione sui Diritti Umani, nonostante se ne discuta da anni. Forse perché sono molti i Paesi che continuano a commettere abusi. Esattamente. Proprio come gli Stati Uniti, che non sono mai entrati a far parte della Corte Internazionale di giustizia. Significherebbe mettere un piede direttamente in prigione.

Molti Paesi in Asia, come l’India in riferimento alla Birmania ad esempio, sostengono che lo sviluppo economico possa poi contribuire a determinare un processo democratico e uno sviluppo sociale. Lei è d’accordo? No. Maggiore prosperità economica lascia sempre aperto un ampio gap tra gruppi ricchi e gruppi di poveri e questo gap non lo si riesce a chiudere. Non penso che lo sviluppo economico aiuti quello sociale. Se dà un’occhiata al Pil thailandese si direbbe che stiamo molto bene, ma sono molti quelli che vivono al di sotto della soglia di povertà. Lo sviluppo economico non fa che aumentare il gap tra gruppi ricchi e gruppi poveri. Lo sviluppo economico riguarda solo una crescita del Pil e delle entrate che non vengono poi equamente suddivise. Quel che si verifica è un aumento dei prezzi e un aumento dei consumi sempre più alto, che non aiutano lo sviluppo sociale. Sostenere che lo sviluppo economico possa aiutare e sostenere lo sviluppo sociale e possa garantire il rispetto di alcuni diritti, penso sia solo una scusa di alcuni nuovi grandi giganti economici per sostenere i propri legami economici con regimi come ad esempio quello birmano.

Riguardo ad abusi e violenze, abbiamo letto molto sui problemi nel sud della Thailandia, tra le comunità islamiche. Scuole ed insegnanti sono stati gli obiettivi principali. Qual è la situazione per le donne in quell’area, come sono coinvolte nel conflitto? Proprio ieri sono entrati nella sala professori di una scuola e hanno sparato in testa a più professori, proprio di fronte agli alunni. Chi è il colpevole? Può essere l’azione della autorità? Possono essere i fondamentalisti come le autorità. Ormai non si può più comprendere. Vogliono archiviare la situazione a un livello tale in cui, secondo me, sono molti gli incidenti nei quali il governo o i militari non possono provare il loro non-coinvolgimento. Ci sono troppe critiche e molte domande a cui non sanno rispondere. Due o tre anni fa, legali e/o giornalisti impegnati per la protezione dei diritti umani sono stati presi con la forza da persone in divisa militare. Non si è potuto fare nulla. Perché? Perché queste persone hanno agito nel nome del nazionalismo, sotto una certa politica di un ‘gruppo invisibile’ che è decisamente visibile per noi. Così, alcuni capi delle forze di polizia sono stati trasferiti altrove e basta. Non si è giunta ad alcuna condanna o giudizio, e ora queste perone vivono tranquillamente in pensione. Le donne sono di fronte a un dilemma: da una parte devono dare ascolto al gruppo fondamentalista, con il quale hanno contatti quotidiani; dall’altra devono confermare la loro lealtà nei confronti delle istituzioni. Se non obbediscono al gruppo fondamentalista, per loro è la fine. Allo stesso tempo il governo, lo Stato e le autorità vede loro come nemiche. Cosa fare? Sono state obbligate ad occupare le strade in segno di protesta, rimanendo immobili, ad indossare il velo insieme ai loro bambini. A causa di ciò i buddisti thailandesi le hanno accusate di essere delle sobillatrici. Ora si addestrano funzionari donne, poliziotte e soldatesse per affrontare questi gruppi femminili. Le stesse che sono state sfruttate, minacciate, non solo psicologicamente. Per non parlare poi della situazione legata al conflitto armato. Solo alcuni anni fa le autorità sostenevano che si trattava di una faccenda di poco conto e temporanea. Ma ora è troppo evidente che la situazione sia cresciuta a un livello incontrollabile. La gente comune ha subito un lavaggio del cervello, erroneamente informata sulla realtà dei fatti. Loro (le comunità islamiche del sud) sono stati trascurati per troppo tempo, dipinti come stranieri, altri, sobillatori. Da qui il biasimo: etnico e religioso. La risposta delle autorità è stata sempre la stessa: inviare più truppe, inviare più truppe.

Soprattutto ora quando al potere si trova un regime militare…Chiaro. “Legge marziale! Articolo 17” invoca le gente richiamandosi a quell’articolo 17 noto come la misura per garantire al potere militare ogni sorta di procedura. L’articolo 17 venne utilizzato per opprimere gli oppositori politici durante il regime del Feldmaresciallo Sarit (colpo di Stato del 1957), che è considerato l’eroe di tutti, ma proprio di tutti. Egli fu uno dei generali più corrotti e uno dei più crudeli primo ministro della nostra storia. E il popolo lo ammira. Questo è il pericolo, il segnale del pericolo. È spaventoso sentire la gente per strada dire: “Vogliamo la nazione di Sarit”.

Grazie per il suo tempo. Grazie a voi per l’intervista

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