INTERVISTE - NGUYEN HUY THIEP. VECCHIO E NUOVO VIETNAM IN CERCA DI FELICITA’.
Di Alessandra Chiricosta • Feb 2nd, 2008 • Categoria: IntervisteSudestasiatico.com vi propone una lunga intervista allo scrittore vietnamita Nguyen Huy Thiep, intervistato da Alessandra Chiricosta in occasione dell’assegnazione del Premio Nonino 2008. L’intervista è uscita anche sul numero de ‘Il Manifesto‘, venerdì primo febbraio.
Nguyen Huy Thiep è considerato uno tra i più significativi scrittori vietnamiti contemporanei. Nato nel 1950 in un villaggio alla periferia di Hanoi, frequenta le scuole cattoliche sebbene di madre buddista e nonno confuciano. Laureato in Storia all’Università di Hanoi, fino al 1980 insegna nelle scuole delle regioni al confine con il Laos. Rientrato ad Hanoi illustra testi scolastici per il Ministero dell’Educazione sino al 1986, quando inizia a pubblicare i suoi racconti. Oggi Thiêp vanta al suo attivo anche dieci opere teatrali e quattro romanzi, ma continua ad essere conosciuto soprattutto per i suoi racconti. Tradotti in più lingue, sono disponibili in lingua italiana in tre raccolte, tutte edite per i tipi di ObarraO e con l’ottima traduzione di Tran Tu Quan e Luca Tran: Soffi di vento sul Vietnam; Il sale della foresta; Attraversando il fiume.
In occasione del conferimento del Premio Nonino Risit d’Âur 2008, ci ha sapientemente intrattenuti sui mille volti del Vietnam. Storia di uno scrittore: estratto dal discorso tenuto per il conferimento del premio Nonino
“In un villaggio, c’era uno scrittore buono e saggio, che insegnava ai bambini e coltivava la terra. Tutti lo consultavano in ogni occasione e ricevevano sempre ottimi consigli. Il maestro era molto povero, aveva solamente una coperta per coprirsi, spesso rosicchiata dai topi. Un passante provò compassione per il maestro e gli regalò un gatto per catturare i topi. Gli abitanti del villaggio gli portavano il latte per nutrire il gatto. Un giorno, una ricca pellegrina gli regalò una mucca per fornire latte al gatto. I compaesani quindi costruirono una stalla per la mucca. «Ma è possibile che la mucca abbia un tetto e il maestro no?» presero a domandarsi. Allora gli costruirono una piccola pagoda. Da quel momento il maestro non ebbe più tempo per meditare e scrivere, doveva allevare la mucca, che forniva il latte al gatto, che cacciava i topi. Gli abitanti del villaggio gli mandarono allora una donna per curare la mucca. Ormai il maestro era ricco come un notabile, ma non riusciva più a ritrovare il proprio equilibrio. Prese in moglie la donna. Poco tempo dopo, cominciò ad arrabbiarsi, bestemmiare, spettegolare, a bere, a picchiare la gente, a correre dietro le ragazze dell’età di sua figlia. Così finì il tranquillo percorso religioso del maestro.”
INTERVISTA
In Italia siamo rimasti prigionieri di una visione stereotipata del Viet Nam . Oggi con Lei vorrei cogliere l’occasione di andare oltre. Esistono delle problematiche di vario tipo che ci rendono difficile uscire da questa visione: alcune di natura linguistica, vista l’oggettiva difficoltà di tradurre opere da una lingua così lontana dalla nostra, altre dovute a scelte editoriali e giornalistiche che hanno privilegiato la pubblicazione e la divulgazione di alcuni autori che potessero rafforzare questa immagine invece di altri. Cosa ci siamo persi e cosa ci stiamo ancora perdendo del Viet Nam? Ci sono alcuni autori che offrono minori difficoltà di traduzione, non solo per il tipo di prosa usata, ma anche per gli argomenti trattati. Nelle mie opere è molto forte il richiamo al contesto culturale vietnamita, alla sua storia letteraria, artistica, sociale, che è molto difficile far emergere in traduzione, in mancanza di un’adeguata conoscenza della cultura vietnamita. Anche nelle descrizioni di ambienti, personaggi, ho sempre in mente situazioni specifiche della vita quotidiana in Viet Nam . Se scrivo di due persone che bevono una tazza di the, è all’aroma de the verde vietnamita che penso, al modo in cui viene servito e al significato che ha l’offrirlo agli ospiti. Altri autori, come Bao Ninh, ad esempio, sono meno legati al contesto tradizionale, quindi di più facile resa in una lingua e cultura differente. Le mie opere sono una specie di Torre a più piani, che si stratifica sempre di più mano a mano che passano gli anni. Altri autori vietnamiti preferiscono rimanere su di un’unica superficie. L’Occidente, inoltre, ha finora visto il Viet Nam solo come un Paese di guerra. Si rimane, quindi, ancora legati all’immagine di Dien Biên Phu, del 30 aprile 1975. La guerra è ormai finita da molto tempo. La generazione di scrittori a cui appartengo è apparsa dopo il Doi Moi del 1986. Sin dal primo momento in cui ho preso la penna in mano per iniziare a scrivere, la mia intenzione è stata di evitare ogni argomento legato alla guerra. Anche adesso, come scrittore consapevole, preferisco scrivere d’altro, per due ragioni fondamentali: da un lato l’immagine del Vietnam ne risulta troppo banalizzata; dall’altro si crea un mito eroico del mio popolo, che vorrebbe fare di ciascun vietnamita un eroe. Questo è un compito troppo gravoso. I problemi quotidiani sono già abbastanza complessi e faticosi: affrontarli in maniera dignitosa è in sé un atto eroico. Tirare su la famiglia, costruire una casa decente, provvedere ai culti domestici e alle festività rituali in modo degno: questi considero atti eroici. Fanno parte della natura umana anche il rilassarsi, il divertirsi, il non fare niente, talvolta in senso negativo. Far lavorare i fannulloni, far diventare buona una persona malvagia, queste sono azioni altrettanto difficili ed eroiche. É una questione filosofica, religiosa ancora aperta. Mi sembra che anche Gesù Cristo ci abbia provato, ma il suo sforzo non mi pare che sia giunto a compimento. Quindi trasformarsi da elemento pigro, indolente, edonista, in un essere positivo, che lavora è un’opera decisamente difficile.
…Per certi aspetti, inoltre, i vietnamiti sono abbastanza pigri e amano rilassarsi… (Ride) sì, proprio per questo è eroico affrontare questi problemi!
Passando a questioni letterarie, una gran parte della sua produzione, quella maggiormente tradotta all’estero, è costituita da racconti brevi. Questa forma letteraria ha trovato molto successo in Viet Nam negli ultimi dieci anni. Lo scrittore Do Trung Quan ha sostenuto che il racconto breve offre maggiori possibilità di sentirsi liberi, di sperimentare, definendo questa forma “il volo libero di un uccello”. Qual è il motivo di questa scelta stilistica, che, tra l’altro, nel suo caso richiama molto la narrazione popolare dei villaggi? Bisogna tener conto del fatto che i miei racconti pubblicati ora in Italia risalgono a vent’anni fa. In quel periodo la società vietnamita era ancora chiusa, pubblicare all’estero era alquanto difficoltoso, anche per la difficoltà a trovare traduttori. I miei scritti giunti in America, Svezia, Francia, Germania e Italia sono passati sempre tramite vie “non ortodosse”, non ufficiali. I miei racconti subivano il divieto della censura, perché venivano letti come critiche alla politica. La prima motrice che ha trasportato i miei scritti all’estero è stato l’interesse dei viet kieu, (vietnamiti espatriati) che, generalizzando, possiamo dividere in due categorie: la prima annovera persone poco istruite, che espatriano per sfuggire alla fame; la seconda è costituita da intellettuali, fuoriusciti per ragioni più o meno direttamente politiche. L’interesse per i miei racconti e per le opere di altri autori vietnamiti nasce in questo ultimo ambito, legato alla politica, e anche le traduzioni sono state da loro curate. Si sono cercati apposta scrittori con problemi politici, per ragioni ideologiche, talvolta forzando il testo in traduzione, come è avvenuto in Francia, per confermare la propria prospettiva. La via attraverso cui far conoscere gli scritti degli autori vietnamiti era alquanto stretta. Sia il mio lavoro che quello di Bao Ninh sono stati letti solo in chiave di protesta politica, anche se su due fronti opposti, incanalandoci in questo spazio, che, personalmente, giudico troppo angusto. Sin dall’inizio della mia carriera mi sono definito come scrittore libero, autonomo, che evitava il conflitto tra destra e sinistra. Mi concentro solo a scrivere il meglio possibile, anche a guadagnare, per vivere con la scrittura.
In uno dei suoi scritti “Ricordi dalla campagna” il protagonista riflette sulle parole, sulla loro possibilità espressiva. “Penso alla semplicità delle parole, forme espressive troppo deboli per rendere conto del mondo”. La sua prosa è molto essenziale. Si sente quasi una sofferenza della parola, che si sente non adeguata a dire la vita. E’ anche in questo che si può trovare una motivazione della brevità del suo periodare, essenziale, fatto di immagini e sensazioni? Il criterio estetico orientale è la semplicità: di preciso, vivere con il meno possibile. Le linee semplici, dritte, rappresentano l’ideale di bellezza. Quando leggevo i classici, sia vietnamiti che stranieri, apprezzavo questo tipo di stile. Tutti pensano che io scriva solo racconti brevi: in Viet Nam mi considerano addirittura il “re” dei racconti brevi. In realtà la mia produzione letteraria annovera anche lavori teatrali, saggi, romanzi. Lo stile di scrittura breve, che lei giustamente indicava come ricerca della libertà più completa, non si origina solo grazie alla forma scelta, ma trova luogo nella propria interiorità. Se partiamo dal concetto di persona tendenzialmente pigra, semplice, che vuole fare il meno possibile, tipicamente vietnamita, si giunge facilmente alla pratica della semplificazione, che ha anche il fine di “semplificare” le persone nell’unica maniera autentica, ovvero la semplicità e la rilassatezza nel pensare. Ritengo, inoltre, che uno scrittore debba saper scrivere su vari tipi di argomenti e in varie forme. Scrivere è inventare, e bisogna riuscire in differenti aspetti dell’invenzione. Una comparazione non perfetta, ma forse adatta, è come dire che uno scrittore è come una ragazza: se è bella, e anche buona d’animo, avrà sicuramente più problemi nella via sentimentale…
Questa è una citazione dal Truyen Kieu di Nguyen Du (poema del 1700, capolavoro della letteratura vietnamita) Certamente! È il destino di Kieu sintetizzato già dall’inizio dell’opera. Per me scrivere non è un bel mestiere, perché devo osservare e riflettere sul dolore dell’uomo. Non sono capace di capire le mie traduzioni all’estero, ma spero che abbiano mantenuto la capacità di provocare un sorriso. Se uno scrittore esprime solo le sofferenze nei suoi racconti, ha compiuto solo la metà, o meno della metà, della strada. Per essere completo deve saper far superare il dolore con un sorriso. Su cento scrittori forse solo uno ci riesce realmente.
E un sorriso lo strappa anche il poeta nel racconto “Attraversando il fiume”, colui che riesce a guardare il mondo con occhi differenti, vedendo pesci-fata nel fiume e trovando chiavi ironiche per leggere la realtà. In quel racconto, in particolare, si assiste più che in altri suoi scritti a scarti tra un linguaggio alto e uno colloquiale, con l’utilizzo di termini filosofici e, al contrario, termini corrivi, a volte grevi. Si salta, poi, da una dimensione dell’animo all’altra, dall’ironia alla drammaticità, dalla serenità alla violenza. I personaggi sulla barca che attraversa il fiume sono molti, simboli di vari aspetti della sua società: il poeta, il ladro, il bambino, gli antiquari, il monaco: in quale di essi si rispecchia di più? Come ho sostenuto nel discorso che ho fatto in occasione del premio Nonino, lo scrittore assomiglia più di tutti ad un religioso, o meglio, ad un’eremita. Oppure usa la letteratura come strumento per comprendere e approfondire la sua vita religiosa. In ogni caso non bisogna dimenticare che lo scrittore è una persona normale, a volte pigra, che pensa a divertirsi. Può anche essere un cattivo elemento. Ritengo che lo scarto, nel caso di un buono scrittore, sia nella volontà di riflettere sulle azioni umane e superarne gli aspetti negativi.
Continuando nella metafora, il monaco del racconto però è l’unico che rifiuta di sbarcare: chiede di tornare indietro. Fa la traversata del fiume, ma all’ultimo decide di rinunciare a scendere all’approdo, rimandando l’attraversamento ad un’altra volta, o forse a mai. Per una persona illuminata andare, tornare, essere buono, cattivo, non ha senso. All’ingresso di ogni pagoda in Viet Nam si trovano sempre due generali: uno cattivo e uno buono; uno vecchio e uno giovane; uno chiaro e uno scuro; uno bello e uno brutto; uno Âm e uno Dýõng (Yin e Yang). La figura di Buddha però è sempre al di sopra di queste due statue, perché oltrepassa le dicotomie, supera tutte queste futilità, per trovare un’armonia. Un equilibrio come cielo e terra, giorno e notte, uomo donna. Il fine di ogni essere umano è la ricerca di questo equilibrio.
Si nota dalle sue parole e dai testi un profondo legame con la tradizione filosofica, religiosa e letteraria vietnamita. Nei suoi scritti si trovano spesso anche citazioni e debiti alla tradizione occidentale, Nietszche e Goethe, ad esempio. Nell’ottica che ha appena descritto è possibile l’armonizzazione anche di questi due mondi culturali? Ognuno ha il compito di studiare sempre, di cercare nell’esperienza dei predecessori. Cercare Maestri. Senza rimanere però prigionieri di questo debito. Mi permetto un’analogia religiosa. Nel Buddismo praticato in Viet Nam esistono due tipi di tradizioni: quella Mahayana, proveniente dal Nord, detta “Ruota Maggiore” e quella Hinayana, proveniente dall’India. Per come viene interpretata dalle scuole vietnamite, la Mahayana sostiene che con una corretta educazione e pratica di vita, con il tempo qualsiasi essere lentamente può migliorare e giungere all’illuminazione. In Cina lo definiscono “apprendimento lento”. I bonzi che insegnano questa tradizione distribuiscono la propria conoscenza a tutti. La Hinayana, o “Ruota Minore”, invece, concepisce l’illuminazione come immediata: secondo questa scuola l’uomo non può essere educato. Se un maestro vede in qualcun altro la natura del Buddha, allora lo aiuta nel percorso, altrimenti no. L’insegnamento non si applica a tutti. Non bisogna cercare di far proseliti, tutto giunge senza sforzo: se il discepolo arriva al maestro, significa che è già arrivato. Tendenzialmente sono uno scrittore della “Ruota Minore”. Se incontro uno scrittore, o un appassionato di lettura, so di potergli regalare libri, perché è una persona a cui interessano e ha già una base. Ma se dimostra poco interesse, è inutile regalarglieli.
In uno dei suoi scritti, infatti, sostiene che “se incontri uno spadaccino, sfodera la tua spada. Ma se non sei un poeta, non cantare la tua poesia” Esattamente. La spontaneità è l’obbiettivo più alto che si possa raggiungere. Per questo motivo i miei racconti tendono verso la campagna e scrivo sulla Natura. Dobbiamo vivere con la natura, nella natura, perché siamo parte di essa.
La concezione della natura in Viet Nam è diversa dalla nostra: non è reificata, ma una forza attiva, vitale con cui occorre armonizzarci e che ci fornisce sempre spunti per comprendere meglio cosa significhi essere umani. Nel “Sale della foresta” tutto ciò è reso in maniera emblematica Cos’è per lei la natura e cosa è in Viet Nam al giorno d’oggi. Purtroppo ora la Natura, e il rapporto vitale con essa si sta sgretolando. Non è solo un problema vietnamita, ma una questione mondiale. L’effetto dell’industrializzazione sull’ambiente è terribile. Le compagnie straniere che investono in Viet Nam, che provengono dalla Corea, Taiwan, Tailandia sono ancora di livello modesto. Non hanno una tecnologia d’avanguardia, non si preoccupano di utilizzare sistemi poco inquinanti. Puntano solo sullo sfruttamento di mano d’opera. Per una fabbrica di vestiti o scarpe, le ragazze vietnamite, belle e giovani come le danzatrici che abbiamo visto oggi, guadagnano solo 30 euro al mese. L’inquinamento degli scarichi industriale è poi ancora più distruttivo: cominciano a nascere anche da noi centri abitati definiti “villaggi dei tumori”. Se i contadini non hanno più la terra, spingono i loro figli ad andare in città, a trovare una via d’uscita. Da ciò nascono la gran parte delle questioni sociali che stiamo vivendo in questi anni.
L’ultima domanda è un passaggio di testimone. I giovani scrittori vietnamiti, nati dopo la guerra, iniziano a parlare proprio di questi problemi della nuova società. Molti critici mettono l’accento sul fatto che le voci più importanti tra questi sono al femminile,come quella di Do Hoang Dieu, parlando di una sorta di “supremazia dello Yin sullo Yang”. Che cosa pensa di queste giovani scrittrici e della loro denuncia sociale? In Viet Nam oggi sono apparse molte scrittrici. Do Hoang Dieu è un fenomeno molto importante e dopo di lei esiste un’interessante generazione di scrittrici nate negli anni Ottanta. La società vietnamita attuale sta fronteggiando molte pressioni, nate dai rapidi cambiamenti a cui accennavamo. Come nella vita normale, quando ci sono pressioni le donne hanno una risposta emotiva maggiore e più rapida di quella degli uomini, che sono più testardi e cercano di resistere. Le opere delle scrittrici sono le lacrime delle donne vietnamite, sono le loro grida di protesta. Arriverà tra non molto, credo, anche qualche scrittore che inizierà a piangere. La generazione degli anni Ottanta soffre molto a causa di queste pressioni. Finora nessuno ha compiuto ricerche o scritto saggi su di loro. Sto seriamente considerando l’idea di scrivere un romanzo su questo fenomeno. Prima degli anni Ottanta, il Viet Nam era povero e manteneva una forma di ipocrisia mentale sia nello spirito che nelle abitudini quotidiane. Dopo il Doi Moi tutte queste pressioni “sotto coperchio” sono esplose. L’apertura verso l’esterno ha determinato una volontà di uscire dai propri confini: molte ragazze hanno cercato e cercano sempre di più di andare all’estero per studiare e aprirsi nuove prospettive. Per essere una donna di successo, al giorno d’oggi, una ragazza deve conoscere almeno un’altra lingua, deve saper usare internet e il computer. con quali mezzi si può realizzare tutto ciò? Una famiglia in campagna guadagna 400 dollari complessivi all’anno: con quali mezzi può offrire speranze alle proprie figlie? L’oppressione sessuale delle generazioni precedenti, aggravata dalla guerra e dalla vita dura, si riversa sulla generazione degli anni Ottanta con la forza dirompente di un’esplosione. Le studentesse devono passare la notte con i loro insegnanti per ottenere i voti necessari a progredire nella carriera; un industriale di successo deve per forza avere un’amante giovane, a volte più d’una. Descrivo questa situazione anche in un romanzo: uno dei miei personaggi pensa che tutti i problemi della società, della vita sono irrisori al confronto dei capricci della sua giovane amante. Spero che le donne vietnamite riescano a cambiare questo tipo di mentalità.
Alessandra Chiricosta
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