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BIRMANIA - ANNO NUOVO?

Di Roberto Tofani • Apr 16th, 2008 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo piano

In questi giorni in alcuni Paesi del Sudest asiatico, tra cui anche in Birmania, si festeggia l’inizio del nuovo anno, quello del topo (Vedi ‘L’ANNO DEL TOPO DI TERRA’ - ‘CAPODANNO: SPRUZZI D’ACQUA PER L’ANNO NUOVO‘).
Quello passato per i birmani verrà sicuramente ricordato per le manifestazioni pacifiche condotte dai monaci buddisti e represse poi nel sangue dalle forze di sicurezza dell’SPDC (State Peace and Development Council - il governo birmano). Un atto di forza tramite il quale i generali hanno soffocato l’ennesimo coro di protesta sollevatosi per raccontare al mondo le dure condizioni di vita cui è costretta la popolazione.
A differenza del 1988, quando il grande sciopero che portò in strada, studenti, lavoratori e monaci, venne brutalmente schiacciato, nascosto e negato, le lunghe marce color porpora del 2007 hanno fatto immediatamente il giro del mondo e, forse, solo la tecnologia e la successiva diffusione di immagini e testimonianze, ha evitato che si ripetesse il massacro occorso venti anni fa. Secondo il rapporto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, Paulo Sergio Pinheiro, arrivato in Birmania la prima metà di novembre (2007), sarebbero state 31 le persone rimaste uccise durante la repressione avvenuta tra il 26 e il 27 settembre scorso. 
All’indomani di quei tragici avvenimenti, la comunità internazionale ha duramente condannato l’azione delle forze birmane, ma a distanze di mesi, nulla, purtroppo, è cambiato. L’ONU, attraverso le ripetute missioni dell’inviato speciale Ibrahim Gambari, non ha ottenuto nulla che dichiarazioni e promesse mai mantenute. Le sanzioni attuate da UE e USA, che non prendono in considerazione gas e petrolio, di cui la Birmania è produttore ed esportatore, non hanno di fatto limitato l’azione decisionale dei generali. Le grandi multinazionali del settore energetico come la francese Total continuano ad operare indisturbate con il placet di Strasburgo. Per la prima volta, però, anche l’UE ha nominato un inviato speciale per il Paese est asiatico, Piero Fassino, senza, però, andare oltre i risultati del diplomatico nigeriano.  
Sul fronte asiatico, dove alcuni Paesi come Cina e India potrebbero svolgere un ruolo determinante nei rapporti con la giunta, non sembrano arrivare azioni concrete.
Il ‘Dragone’ e l”Elefante’ ritengono che quella birmana sia solo ed “esclusivamente una questione di politica interna”. Dello stesso avviso l’ASEAN (Associazione dei Paesi del Sudest asiatico).
Più volte i rappresentati dei dieci Paesi membri hanno espresso la propria linea politica sottolineando posizioni ben lontane da quelle attuate dalla parte occidentale del globo.La Thailandia di Samak, recentemente ricevuto dal numero uno Generale Than Shwe, che si è invece negato nelle ultime due occasioni a Gambari, si è chiaramente espressa a favore dell’SPDC. Singapore, centro finanziario dell’area, nonostante dichiarazioni di facciata, è intimamente ed economicamente legato a doppio filo con la vecchia colonia britannica. Per il resto non ci si può aspettare condanne da parte dei vicini Laos, Cambogia e Vietnam: tre Paesi in via di sviluppo che condividono con l’attuale Myanmar alcune linee politiche, come ad esempio la limitazione della libertà di espressione.
I dieci membri ASEAN, in sostanza, credono solo che attraverso un dialogo costruttivo e paziente si possa arrivare ad una soluzione. Ma quale soluzione?
Intanto però, la popolazione soffre l’aumento dei prezzi di petrolio e riso, nonchè di numerosi beni di prima necessità, vivendo in un clima di terrore e paura dove le oltre quattrocentomila unità dell’esercito, ‘Tatmadaw’, controllano e soffocano ogni forma di dissenso e critica. In questo quadro senza orizzonti, a febbraio, la giunta militare ha annunciato che a maggio si sarebbe tenuto il referendum sulla bozza costituzionale. Scritta dopo quattordici anni di lavori della Convenzione Nazionale, la sua redazione non ha mai visto la partecipazione di numerosi gruppi etnici e dei maggiori partiti di opposizione, tra cui la Lega Nazionale per Democrazia, guidata dal premio Nobel per la Pace e attualmente agli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi. 
Dopo il referendum, quarto dei sette punti della ‘road map’ verso la democrazia, i generali  hanno promesso elezioni multipartitiche programmate nel 2010. La notizia ha colto di sorpresa sia i birmani in esilio che l’intera comunità internazionale, incapace di andare oltre commenti di rito. Superata la sorpresa, i gruppi di opposizione ed etnici, uno ad uno, hanno iniziato a lanciare appelli sostenendo il ‘No’ al referendum costituzionale, la cui affermazione garantirebbe legittimità alla dittatura della giunta militare birmana nel Paese. 
La bozza, come ha ricordato recentemente anche Gambari in un’intervista al quotidiano di Singapore, ‘Straits Times’, nega all’icona democratica Aung San Suu Kyi, di partecipare al processo elettorale programmato per il 2010 e impone misure tali da garantire ai militari il mantenimento del potere.
Secondo le norme stabilite, il 25 per cento dei seggi del futuro parlamento eletto spetterà all’attuale giunta, che manterrebbe, inoltre, il potere di nominare ministri chiave come Difesa e Interni.Nel frattempo, le autorità birmane hanno già messo in moto la macchina organizzativa in vista del referendum che si dovrebbe tenere il 10 maggio. Accanto all’azione propagandistica dei generali, che hanno lanciato con l’inizio del nuovo anno la campagna del ‘Sì’, continua senza mai essersi fermata, la repressione nei confronti dei critici al referendum, nonostante il Ministro dell’Informazione, Kyaw Hsaw, abbia più volte rassicurato che il referendum sarà “libero ed equo”.
Ad oggi, però, le autorità stanno cercando di limitare e chiudere tutti i ‘canali’ che potrebbero alimentare critiche nei loro confronti. Rientra in quest’ottica la richiesta di cessazione delle attività nelle zone rurali ordinata alle ONG (organizzazioni non governative) che operano in Birmania. Secondo le agenzie di stampa birmane in esilio, sarebbero decine gli attivisti e membri dei partiti di opposizione ad essere stati arrestati per aver manifestato il proprio dissenso apertamente. Secondo l’Associazione dei prigionieri politici birmani, inoltre, sarebbero ben settecento, in maggioranza monaci, i detenuti arrestati durante la repressione di settembre, cui si aggiungono gli oltre mille prigionieri politici segregati nei tristemente noti istituti di pena del Paese est asiatico. 
Alle ore 20.08 dell’otto agosto di quest’anno, gli occhi del mondo saranno puntati su Pechino, ma chissà quanti avranno modo e tempo di ricordare il ventesimo anniversario della grande sollevazione popolare birmana e la triste condizione di un Popolo che chiede solo di vivere liberamente la propria vita?

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