BIRMANIA - REPORTAGE DI VIAGGIO (Prima parte)
Di Roberto Tofani • Apr 29th, 2008 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo pianoIl 10 maggio prossimo la popolazione birmana sarà chiamata a votare sulla bozza costituzionale presentata a settembre dello scorso anno dopo 14 anni di lavori della Convenzione Nazionale. Nell’occasione Sudestasiatico.com pubblicherà un reportage di viaggio inedito diviso in quattro parti che risale al periodo successivo alle marce pacifiche condotte dai monaci buddisti di fine settembre.
PARTE PRIMA
È il primo novembre (2007): dopo aver ottenuto il visto presso l’ambasciata birmana di Hanoi, lo scorso settembre, sono pronto ad entrare in Birmania.
Il volo da Chiang Mai - a nord della Thailandia - verso Mandalay, al centro del Paese, è in ritardo. L’arrivo annunciato dell’inviato speciale dell’ONU, Ibrahim Gambari, alla sua seconda visita ufficiale nel giro di pochi mesi, mi fa temere il peggio: ovvero che il volo venga annullato.
Dopo successivi annunci e ben quattro ore di ritardo, finalmente, si parte. L’aereo è quasi vuoto, a farmi compagnia solo un gruppo di cittadini birmani, visi dai lineamenti cinesi e un cittadino statunitense di origine indiana, ex-funzionario della World Bank.
Il volo mi è confortato dai dolci sorrisi dello staff birmano, cui mi rivolgo per ottenere alcune informazioni di base: come raggiungere il centro della città, a circa un’ora di auto dall’isolato aeroporto.
Entro nell’attuale Myanmar con la consapevolezza di non poter usufruire di banche dopo che, nel 2003, venti gruppi privati bancari sono falliti e il successivo divieto da parte di UE e USA ha ‘obbligato’ 38 uffici di rappresentanza di istituti di credito stranieri a far ritorno in patria. Banconote della Federal Reseve di fresca stampa sono necessarie per poter coprire le spese all’interno del Paese governato dal SPDC (State Peace and Development Council). Attualmente, un dollaro americano viene cambiato in ristoranti e alberghi, in via non ufficiale, a 1.250 Kyat.
La linea internet, inoltre, a differenza degli altri Paesi del Sud Est asiatico, non funziona e alla vigilia della visita dell’arrivo di “Mister Gambari”, come lo chiama la popolazione locale, la ‘cara e vecchia’ giunta decide di bloccare la Rete come accadde all’indomani della brutale repressione contro le dimostrazioni dei monaci del settembre scorso. Acquistare una Sim card è un lusso che non posso permettermi: “Le telecomunicazioni sono controllate dal governo e una card può costarti al mercato nero anche duemila dollari”, mi dirà in seguito il ragazzo della guest house dove alloggio. Nel frattempo, l’aereo plana morbido sull’ultima capitale del regno della dinastia Konbaung, fondata nel 1857 dal Re Mindon Min.
Un anziano signore cinese, vista anche l’ora tarda e la difficoltà di trovare un taxi, mi offre inaspettatamente il suo aiuto. Superato il controllo passaporti e apposti i timbri che mi garantiscono una permanenza all’interno dei confini birmani di 28 giorni, la figlia del mio ‘salvatore’ mi parla sorridente in perfetta lingua british. Questo mi sorprende quanto il buio fitto in cui è immersa Mandalay. Come molte sue coetanee di origine cinese - la più grande comunità non birmana qui a Mandalay - la giovane ragazza ha fatto ritorno nella sua seconda patria dopo una laurea in ingegneria a Singapore, per gestire gli affari di famiglia. È lei a cambiare la mia prima banconota da cento dollari. “I cinesi qui sono ricchi ed hanno in mano gran parte del commercio: cinesi e governo vanno molto d’accordo”, mi conferma il trentaseienne tassista che il giorno seguente mi accompagna a Paleik, dove nella Hmwe Paya (Pagoda dei serpenti), tre pitoni vegliano sull’immagine di Buddha.
Al calar del sole, le strade della città sono buie e popolate, i pochi lampioni sono spenti e il cielo appare spettacolarmente stellato: “Avrai modo di contemplare le stelle ogni notte”, mi dice ironicamente il ragazzo dell’albergo dove alloggio, la cui illuminazione dipende, come gran parte degli esercizi, da generatori privati.
La mente corre immediatamente al volantino che Hseng Nuong - leader dello SWAN (Shan Women’s Action Network) - mi aveva mostrato a Chiang Mai e che insieme ad un gruppo di volontari distribuisce durante il mercato domenicale. “La compagnia petrolifera thailandese PTTE compra circa il 40 per cento del gas dal vicino birmano per alimentare lo sviluppo dell’ex-Siam”. Grida e richiami della gente in strada mi riportano alla realtà, in cui mi è impossibile avere contatti al di fuori dal Paese, se non attraverso la linea telefonica fissa, le cui tariffe per parlare con l’Italia sono pari a 5 dollari al minuto.
Egoisticamente, il pensiero di rimanere isolato mi rilassa e libera la mia mente dalla dipendenza dell’iper-comunicazione. Ma quale vita per queste persone così curiose di conoscere, di parlare, di cercare un contatto con l’esterno ripetutamente negatogli? In pochi hanno il privilegio di avere un telefono cellulare, posseduto da gran parte delle guide turistiche, oltre che da facoltosi e generali, mentre quasi nessuno ha possibilità di accedere alla rete informatica.
“Ogni sera ci riuniamo tra amici per ascoltare le notizie radio di BBC, VOA (Voice of America) e Radio Asia per poi discutere in modo appassionato di politica”, mi dice il mio tassista alla guida di una minuscola Mazda a due posti degli anni sessanta. A questo punto, decido di mostrargli una copia del numero cartaceo di Irrawaddy di ottobre in cui si parla delle dimostrazioni dei monaci. I suoi occhi si illuminano ed emozionato mi dice se può mostrarlo al fratello che, nel 1988, venne arrestato in seguito alle dimostrazioni che si sollevarono spontaneamente in tutto il Paese. Ripresa la mia ‘preziosa’ copia, il giorno seguente mi muovo con una guida locale verso il monastero di Mahagandhayon, riaperto da poco ai turisti dopo l’arresto di alcuni monaci che avevano preso parte alle dimostrazioni di settembre. Insieme alle telecamere della televisione locale, mi muovo per fotografare le centinaia di monaci buddisti (Theravada), ordinatamente in fila, nell’attesa dell’unico pasto quotidiano. Lo sguardo incuriosito di un monaco attrae la mia attenzione e dopo i convenevoli, chiede alla mia guida se è possibile fare due chiacchiere. Terminata la ‘cerimonia’ del pranzo, raggiungiamo il monaco - che ha chiesto cortesemente di non essere nominato, così come la mia guida - nella sua umile e modesta stanza. A fargli compagnia nelle ore serali una radio attraverso la quale ascolta i notiziari occidentali. “Ho preso parte alle manifestazioni qui nella città di Mandalay - dove, mi conferma - non ci sono stati incidenti gravi e morti”.
Tra il 26 e il 27, però, anche qui “le forze di sicurezza sono entrate e hanno arrestato una cinquantina di monaci”, tra cui i capi spirituali del monastero. “Ora, se veniamo colti a vedere le notizie attraverso il satellite nei bar e o nei locali pubblici rischiamo fino a sette anni di prigione”, mi dice sconsolato. Sono trascorsi già due mesi dalla prima manifestazione di Pakokku (25 km nord di Bagan, a sud di Mandalay), quando il 5 settembre scorso un centinaio di monaci si riversarono in strada per protestare contro la giunta.
“I monaci e il popolo sono un’unica cosa e se la gente sta male anche noi ne soffriamo”, mi dice Satila. “Noi protestiamo affinché il popolo birmano non debba soffrire ulteriormente. Il governo non fa nulla per il suo popolo, noi abbiamo il dovere di fare qualcosa”, sottolinea il trentenne monaco che incontro nelle ore del vespro in un tipico Caffè birmano.
Da Pakokku la notizia è corsa di ‘bocca in bocca’ e, dopo le manifestazioni di Rangoon, attraverso i canali internazionali visibili con il satellite e le onde radio. In pochi giorni, migliaia di monaci hanno preso le strade delle città principali del Paese marciando pacificamente e intonando la “Metta Sutta”, le parole sull’amore secondo i principi del Buddha.
“Se il nostro capo spirituale prende un’iniziativa come quella di scendere in strada noi lo seguiamo”, mi spiega Satila, monaco sui generis che meriterebbe un capitolo a parte.
“La popolazione ha seguito i monaci, per i quali abbiamo grande rispetto, donando acqua e cibo durante le dimostrazioni, nonostante loro stessi ci dicessero di stare lontani visto i pericoli che avremmo potuto affrontare“, mi conferma la mia guida proveniente da una famiglia di fede islamica. (Continua…)
Roberto Tofani
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