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BIRMANIA - REPORTAGE DI VIAGGIO (Seconda parte)

Di Roberto Tofani • Mag 2nd, 2008 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo piano

In Birmania o Myanmar, come la popolazione all’interno chiama il proprio Paese, il problema della denominazione è forse l’ultimo di un’interminabile lista. Gran parte degli oltre 53 milioni di abitanti, di cui il 68 per cento circa è di etnia bamar, vive in una condizione di povertà come poche nella regione est asiatica. Da agosto (2007) poi, il prezzo del carburante è passato da 750 Kyat a 2.500, rendendo complicata una situazione già difficile. “Al mercato nero può arrivare anche a 5.000”, commenta la mia guida. In molti vedono in Aung San Suu Kyi la futura leader del Paese e nelle “forze occidentali” un possibile aiuto. Molti altri, altrettanto orgogliosi e informati, vedono la ‘Lady’ come “un pupazzo nelle mani di inglesi e americani” e si augurano che il Paese scelga una propria via senza dover “copiare i percorsi occidentali”. “La situazione è molto complessa e le persone dovrebbero essere informate molto di più prima di dare sentenze– mi racconta Satila – ma d’altra parte noi monaci abbiamo molto più tempo per poterlo fare. In un certo senso siamo dei privilegiati: abbiamo la possibilità di studiare, ascoltare la Radio e vedere la Televisione. Il vero problema è che le persone meglio preparate, ovvero chi ha una formazione politica o di altro tipo, ma di alto livello, è fuggito dal Paese e non farà certo ritorno fin quando ci sarà un governo militare. È questo il più grande problema del Paese”, mi spiega con ardore Satila. La notte e il buio di Mandalay mi lasciano tra mille riflessioni e, il giorno seguente, sono di nuovo in viaggio.Dopo una visita alle capitali che hanno preceduto Mandalay: Sagaing, Inwa e Amarapura, nei cui dintorni alcuni monasteri sono stati chiusi ai turisti, decido di navigare l’Irrawaddy, il fiume che taglia in due il Paese, da nord a sud, per raggiungere Bagan. Piuttosto che imbarcarmi su un aliscafo utilizzato esclusivamente da turisti, scelgo la ‘slow boat’, frequentata in maggioranza da locali, ma che impiega 15 ore per portare al termine il tragitto, ovvero, ben il doppio della prima. L’altra ragione che mi spinge a scegliere il lento viaggio verso Bagan – sito archeologico con oltre 2.200 esempi tra stupa e pagode – è la programmata fermata a Pakokku. È qui che hanno avuto inizio sia le manifestazioni nel 1988 che nel settembre scorso. È a Pakokku che ha sede uno dei più rinomati monasteri buddisti del Paese. Con me, sulla barca, anche un giovane ‘novizio’ (samanera) diciannovenne dalla tunica rosso bordò proveniente da Rangoon, l’ex-capitale del Paese. “Dopo tre anni di studi universitari in un monastero di Rangoon torno per la prima volta a casa per rivedere i miei genitori”, racconta emozionato il futuro monaco. Incuriosito e sorpreso dalle sue parole chiedo perché proprio ora faccia ritorno a casa: “Il capo spirituale ha detto a tutti noi più giovani di tornare a casa per un periodo di riposo, vista la situazione non proprio facile che stiamo vivendo. Quando le acque si saranno calmate, tornerò alla mia vita al monastero, dove ora non è facile neanche ricevere le donazioni da parte delle persone”. I monaci vivono solo ed esclusivamente grazie alle donazioni di cibo e denaro che, rispettosamente, la popolazione offre quotidianamente agli oltre quattrocentomila monaci (Hpongyi) presenti in Birmania. Il giovane samanera, che sta studiando “per diventare un futuro capo spirituale”, era a Rangoon durante le manifestazioni, ma non ha preso parte alle marce pacifiche soffocate poi nel sangue dalle forze di sicurezza birmane. “A quelli come me che non sono ancora monaci, non è stato permesso di scendere in strada, soprattutto per la nostra incolumità. Io, comunque, avrei voluto unirmi a loro (riferendosi ai monaci)”, mi racconta fiero e sorridente il giovane novizio. Fatta la mia donazione in cibo, saluto il samanera che mi lascia a metà del viaggio. Nel frattempo, parlando con i responsabili della barca, grazie all’aiuto della mia guida, ascolto testimonianze che non mi giungono nuove, ovvero che i monaci di Pakokku avrebbero reagito in modo violento all’omicidio di un loro membro ai primi del settembre scorso. Dopo la morte violenta di un monaco ucciso da un giovane delle forze di sicurezza birmane, i monaci ne avrebbero incendiato la casa costringendo la famiglia a lasciare la piccola cittadina a 25 km nord di Bagan. Sarebbero andate a fuoco anche le quattro auto di funzionari governativi recatisi in seguito all’accaduto. La storia mi viene confermata una volta arrivato a Bagan anche da un’ex insegnante di lingua inglese di fede buddista (ha chiesto che non venisse nominato). “Purtroppo, a volte, alcuni gruppi di giovani reagiscono senza pensare, in modo passionale, sono giovani e a volte furiosi”, è il commento del Professore.Inizialmente mi rimane difficile credere a dei monaci buddisti reagire in modo violento, ma forse la storia e il recente passato potrebbero aiutarmi a capire se si tratta di pura propaganda governativa oppure no. Il fatto certo è che durante le guerre contro gli occupanti inglesi (diciannovesimo secolo), alcuni gruppi di monaci decisero di combattere prendendo le armi, contrariamente a chi decise di perseguire la via della ‘non violenza’. Lo scorso anno, inoltre, in molti mi confermano che, presso la cittadina di Kyatsce, al centro del Paese, incidenti tra monaci buddisti e le comunità islamiche del luogo terminarono con la distruzione delle case di questi ultimi, messe a fuoco proprio da alcuni monaci che potremmo definire non proprio ligi all’insegnamento dell’amore universale predicato dal Buddha. D’altra parte, però, alcuni locali mi raccontano come a volte “uomini delle forze di sicurezza birmane, vestiti con l’abito monacale, creino incidenti tra le comunità islamiche per far esplodere conflitti tra i due gruppi”. “Durante le ultime manifestazioni la popolazione tutta ha sostenuto i monaci sia materialmente che moralmente”, è il commento di entrambe le parti.Immerso in pensieri che solo il lento e stanco Irrawaddy può aiutare a dirigere, il doppio e lungo suono della sirena mi avvisa che sono in prossimità di Pakokku. I responsabili dell’imbarcazione mi invitano caldamente a non scendere e dirigermi verso Pakokku, a circa dieci chilometri dalla banchina. “Il primo ad avere problemi saresti tu, e poi noi. La polizia ti fermerebbe, sapendo che sei arrivato via fiume, potrebbero farci domande e darci noie: noi non vogliamo problemi”, mi dice la donna che mi porge il pranzo. Dopo una veloce valutazione, decido di rimanere a bordo, soprattutto perché il mio comportamento avventato potrebbe essere dannoso anche per altre persone. Arrivato a Bagan, mi lascio così andare tra i templi, visitati soprattutto da coppie di turisti occidentali in vacanza che si preoccupano solo di scattare belle fotografie e risparmiare qualche Kyat contrattando anche con i bambini intenti a vendere cartoline all’uscita di scuola. La torre con ai piedi un ‘fantastico’ albergo fatta costruire dal numero uno della giunta birmana, generale Than Shwe, che per nulla si confonde con le costruzioni millenarie, provoca il disappunto anche dei locali.Lasciata Bagan e i suoi tramonti, mi aspetta un altro lungo viaggio, ben 16 ore di bus per raggiungere l’attuale Yangoon, un tempo Rangoon e capitale amministrava del Paese. (Continua…)

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