Myanmar – Reportage di viaggio (Terza parte)
Il tragitto che mi porta verso Rangoon, percorrendo al contrario le tracce dei colonizzatori britannici, è il più lungo in termini di tempo di questo ennesimo viaggio nel Sud Est Asia.
Partito alle 15 da Bagan, arrivo nella città che divenne capitale nel 1885 – dopo che l’impero di Sua Maestà completò la conquista della parte nord dell’allora Myanmar – il giorno seguente alle otto e trenta del mattino. La stagione monsonica è da poco terminata, e le ultime e brevi piogge indicano l’inizio di quella più asciutta e leggermente temperata.
La lunga strada che unisce il centro del Paese con l’attuale Yangon, mai completamente asfaltata, piena di insidie e per nulla illuminata, è un’unica carreggiata, dove, gli autisti, alla guida dei mezzi che si incrociano, decidono di volta in volta chi debba procedere per primo, previo uno scambio di informazioni dal finestrino sulle condizioni del reciproco percorso effettuato. La velocità del lungo bus, in cui il numero dei viaggiatori supera di gran lunga quello consentito, non riesce mai ad andare oltre i 60 chilometri orari.
Impossibile leggere, o scambiare quattro chiacchiere con i miei compagni di viaggio: non rimane che ascoltare un po’ di musica e riflettere sulle parole delle persone fin qui incontrate.
Parole e pensieri ordinati nella mia testa in una confusione razionalmente lucida. “È la formazione il più grande nostro problema”, sono le parole di un ristoratore che a soli 32 anni sembra aver vissuto un numero infinito di vite senza, però, possibilità di reincarnazione. Come molti altri, mi chiede di non fare il suo nome: “Ormai ho la mia attività nonché la responsabilità delle mie due sorelle…non dire a nessuno delle nostre conversazioni e non fare il mio nome”, mi chiede sorridendo, ma con sguardo quasi intimidatorio. (In seguito useremo un nome di fantasia: Ku Oo). “Io non avuto la possibilità di poter studiare – mi racconta in un inglese sufficiente per comunicare – lavoro da sempre. ‘Trishaw driver’ (saiq-ka), tassista, cameriere, guida e ora ho una mia attività, una caffetteria per la ‘Myanmar people’ e un ristorante per turisti, (attualmente in forte calo vista la difficoltà di ottenere il visto dopo le manifestazioni del settembre scorso), ma ho avuto nella mia vita la fortuna di incontrare persone che mi hanno fatto capire l’importanza della lettura e dei libri. Fondamentalmente, però, tutto quello che so, l’ho imparato da solo, sulla strada”. Discutere di politica sembra appassionarlo, e dopo aver rilassato gli animi con della birra locale, il mio astante si lascia andare tra discorsi e ricordi. “Dal primo giorno che ho aperto il mio primo locale, ho cercato di dare dei suggerimenti al mio staff”, composto soprattutto da ragazzi al di sotto dei 20 anni. “Compravo regolarmente i giornali insegnando loro un breve frasario in inglese, ma non serve quasi a nulla, si interessano solo di calcio e non hanno voglia di studiare. Oggigiorno, poi, continuare gli studi, qui in Myanmar, è cosa praticamente inutile”. Per un momento il pensiero vola a diecimila chilometri da qui, verso l’Italia, e stranamente le distanze sembrano annullarsi.
“My friend – mi riprende Ku Oo – sembra esserci un problema tra la generazione che ha un’età tra i 30 e i 45 anni e quella al di sotto dei trenta. Loro, gli under 30, non si interessano di politica internazionale. Calcio, donne e stupida musica pop americana è quello che è importante per loro”.Intanto, il bus con gli ammortizzatori ormai andati si ferma per l’ennesima volta. Sono le due del mattino, e immerso nella fitta vegetazione notturna che costeggia la strada, un tipico ristorante locale: un tetto di bamboo, sedie e tavoli sparsi ovunque. Non si trova un posto a sedere, guardo nuovamente il mio orologio e stento a crederci. Nel bel mezzo del nulla e della notte forse un centinaio di persone, accaniti appassionati di ‘football’, guardano su un monitor il Manchester United e sull’altro il Barcellona di Ronaldinho che, insieme al nostro Totti e il portoghese Cristiano Ronaldo, è l’idolo del momento. Sebbene queste figure siano destinate a lasciare spazio a calciatori emergenti, il nome di Roberto Baggio, o ‘Bagghio’ come lo chiamano da queste parti, è ancora molto noto. “Oltre ad essere stato un ottimo calciatore, qui è molto amato perché buddista, è il numero uno!”.
Riprendo a fatica il mio posto sul bus.
“Vedi, io ho difficoltà a portare avanti la mia attività, non è un problema di soldi – son le parole che mi ritornano in mente degli incontri con Ku Oo – qui è tutto più complicato e più lento. Se anche hai delle buone idee non puoi farle fruttare. In Thailandia, ad esempio, dove sono stato di recente, fare affari è molto più facile che qui”. Colpa del governo? “Cosa ti aspetti da un governo militare? Noi non siamo meno intelligenti dei cinesi, che qui fanno i padroni, ma non abbiamo le stesse possibilità economiche, né, tantomeno, lo stesso potere di contrattazione, tutto qui. I generali non si curano della popolazione, semplicemente pensano a fare i propri interessi”. Quindi, forse, la comunità internazionale potrebbe aiutare a superare questo momento. “Mr Gambari è arrivato qui e la giunta non ha confermato la carica del funzionario permanente delle Nazioni Unite a Rangoon: fanno quello che vogliono. Allo stesso tempo, però, io non voglio troppe intromissioni da parte britannica o americana”, mi dice orgogliosamente Ku Oo, il cui pensiero riflette quello di altre persone con le quali ho avuto la fortuna di poter parlare di politica. “Vorrei che fossimo noi a costruirci la nostra strada, a scegliere un nostro sistema valido, non siamo obbligati a ‘copiare’ i sistemi dei vostri Paesi. Il Myanmar è un grande Paese e la gente ha voglia di fare”.
Il primo passo da compiere è forse quello di allontanare questa giunta. “Certamente, non vogliamo dei militari al governo, ma dobbiamo saper aspettare, anche, se ti continuo a ripetere che il più grande problema resta la Formazione di gran parte della popolazione. Come buddista ho rispetto per i monaci e per quanti hanno manifestato contro la giunta, ma le mie responsabilità verso la famiglia e le trenta persone del mio staff non mi lasciano altra scelta che attendere che le cose cambino col tempo. Non posso permettermi di andare in prigione….e tu non dirai il mio nome vero?”, mi dice scoppiando in una risata fragorosa. “Non vogliamo che truppe occidentali intervengano qui, non vogliamo che si ripeta un altro Iraq”, mi dice con tono pacato.L’ennesima sbandata del bus mi riporta con la mente in Thailandia, a Mae Sot, dove alcuni rifugiati di etnia Karen, di fede cristiana, sono “pronti a ricevere con le braccia aperte le truppe statunitensi come in Iraq”. Sebbene dall’inizio della guerra irachena nulla sembra essere cambiato se non il numero delle vittime, che continua tristemente ad aumentare, il pensiero comune delle persone con cui ho parlato a Mae Sot è lo stesso: “Non esiste una rivoluzione senza spargimento di sangue”.
Caduto in un sonno mai completamente profondo, mi risveglio scaldato dalle prime luci del mattino che attraversano il vetro del finestrino. Arrivo a Rangoon e internet riprende a funzionare. ‘Mister Gambari’, dopo aver toccato sei Paesi asiatici in un mese, incontra di nuovo Aung San Suu Kyi che si dice pronta ad aprire un dialogo con la giunta. L’incontro con il leader del governo, generale Than Shwe è invece stato annullato e il telegiornale nazionale delle 20, “che oramai non viene seguito più da nessuno visto che le notizie sono sempre il contrario della realtà”, come mi confida una locale, non dice nulla riguardo all’incontro tra Aung San Suu Kyi e il funzionario delle Nazioni Unite, ma continua a mostrare immagini di repertorio della ‘presunta’ leader dell’opposizione che parla liberamente ai suoi sostenitori. (Continua…)








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