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BIRMANIA - REPORTAGE DI VIAGGIO (Quarta parte)

Di Roberto Tofani • Mag 8th, 2008 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo piano

A rendere calde le giornate di Rangoon, non più le marce pacifiche dei monaci cui si è unita anche la popolazione locale, ma un forte sole che, senza filtri, segna la fine della stagione delle piogge e l’inizio di quella turistica.
Quest’anno, però, i volti occidentali sono pochi e la situazione per migliaia che lavorano grazie al turismo sembra peggiorare di giorno in giorno. In attesa di tempi migliori, le guide e i ‘driver’ passano il tempo in strada regalando sorrisi e raccontando ognuno la propria esperienza.
Il mio arrivo a Rangoon – dopo 17 ore di bus da Bagan percorse su una strada disastrata e fatiscente – coincide con l’incontro di “Mr. Gambari”, come lo chiama la “Myanmar people”, e Aung San Suu Kyi, amata dai più e odiata dai fedeli al governo che vedono in lei “una marionetta in mano a britannici e statunitensi”. Sebbene l’inviato delle Nazioni Unite non sia riuscito ad incontrare il numero uno della giunta militare birmana: generale Than Shwe, questa seconda visita sembra offrire segnali di speranza a quanti desiderano un futuro senza generali. Dopo tre anni dall’ultimo incontro, Aung San Suu Kyi ha avuto la possibilità di parlare con i membri del suo partito: la Lega Nazionale per la Democrazia (LND).
La comunicazione ufficiale, però, ha preferito non mostrare le immagini in video e rendere pubblica la notizia, sottolineando invece l’importanza di un altro colloquio: quello tra la “Lady” e Aung Kyi, militare richiamato dal pensionamento per mantenere i rapporti tra il governo e l’ispiratrice della LND.
Non è di rassegnazione l’aria che si respira parlando con le persone. In un attesa che dura ormai da lungo tempo, gli orgogliosi e quieti buddisti birmani, che nella ex-capitale condividono pacificamente spazi pubblici e religiosi con indiani, pakistani, cinesi, musulmani, cristiani e cattolici, attendono speranzosi una nuova alba, una ‘nuova vita’.
“A volte è difficile prendere la decisione di protestare. I militari rispondono col fuoco e con arresti di massa, molti di noi hanno un lavoro precario e una famiglia da mantenere”, mi racconta un locale. Nonostante tutto, però, a centinaia si sono uniti ai monaci che dal 18 settembre scorso, sono scesi nelle strade di Rangoon camminando verso la Sule Pagoda, (a sud della citta’ verso il fiume Yangon). “A volte la passione e la voglia di protestare e’ incontrollabile. Mia moglie in quei giorni (durante le dimostrazioni) si e’ raccomandata che stessi buono, ma è stato più forte di me”, racconta Toe, che si è unito ai monaci confondendosi tra la folla indossando vesti color porpora. “Le marce sono andate avanti per giorni e il numero delle persone aumentava sempre di più. Il 25 settembre, però, la polizia e l’esercito hanno occupato le strade e, spalle alla Sule pagoda, hanno cominciato a spingere indietro la folla”, racconta con occhi sgranati Toe mentre ci muoviamo solitari al mattino presto per prendere un bus locale che ci porterà a Bago (80 km nord di Rangoon).
Qui, visiteremo uno dei più importanti monasteri e centro di studi buddista che ha scelto di non prendere parte alle manifestazioni.
Di nuovo in viaggio, seduto su una scomodissima panca di legno, Toe, quaranticinquenne originario di Mandalay, continua ad offrirmi immagini di quei giorni. “Il 26, i soldati avevano il controllo delle strade e, dopo averci spinto per una cinquantina di metri indietro, hanno iniziato a gridare attraverso i megafoni di allontanarci e disperderci. La folla, però, ha continuato a spingere in avanti e a quel punto sono partiti i primi colpi di avvertimento”. Intanto, a far da cornice alla strada verso Bago - la stessa che porta anche alla tristemente nota prigione Insein - caserme delle divisioni di uno degli eserciti più numerosi al mondo in rapporto alla popolazione (400mila su 53 milioni circa di abitanti). “Subito dopo – continua Toe – i soldati hanno iniziato a sparare contro la folla sia con proiettili di plastica che con pallottole vere. Mentre la folla si disperdeva tra il fumo dei lacrimogeni, a centinaia sono stati arrestati e molti uccisi. Non posso dire con certezza cosa sia accaduto, mi son prima preoccupato di mettermi in salvo e durante i giorni del coprifuoco sono rimasto chiuso in casa”. Mentre siamo nei pressi del monastero di Kha Kha Wain, che ospitava prima di settembre mille e duecentocinquanta monaci, Paulo Sergio Pinheiro, esperto di diritti umani delle Nazioni Unite viene ricevuto dai generali nella “Sede dei Re” (Nay Pyi Daw).
Dopo quattro anni dal suo ultimo viaggio birmano, il funzionario con passaporto brasiliano ha il difficile compito di raccogliere testimonianze per capire cosa sia realmente accaduto durante quei giorni di fine settembre.
Siamo in perfetto orario, le 11, per vedere i monaci che silenziosamente si preparano a consumare l’unico pasto quotidiano. Circa cinquecento monaci sono presenti nella sala, mentre ad un angolo siede l’ottantasettenne capo spirituale del monastero: B.Z. Pala. Molti, i più giovani, sono tornati a casa richiamati da famiglie preoccupate, mentre alcuni hanno deciso di prendere parte alle dimostrazioni nonostante il divieto imposto dal capo spirituale. “Noi siamo legati a Buddha, dobbiamo solo seguire la sua disciplina. Sono stato chiaro nell’affermare che chi avrebbe dimostrato non avrebbe dovuto far ritorno al monastero”, racconta B.Z. Pala, dopo avermi concesso l’onore e il piacere di essere ricevuto alla sua tavola. Con queste parole, l’anziano monaco buddista ha risposto alla domanda sul perchè il monastero di Kha Kha Wain non abbia preso parte alle dimostrazioni, postagli da Ibrahim Gambari prima e da Paulo Sergio Pinheiro poi, durante i rispettivi incontri. Il capo spirituale mi guarda attraverso i suoi occhiali con sguardo fermo e sereno e sul futuro dice che “le sanzioni non aiutano lo sviluppo dell’economia e della popolazione birmana”. Poi, con aria sorridente continua: “non sono in grado di prevedere il futuro, nonostante mediti da anni”. (Fine)

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