BIRMANIA – PER I GENRALI LA PRIORITA’ ORA E’ IL VOTO
Di Roberto Tofani • Mag 9th, 2008 • Categoria: Birmania/Myanmar, Ultime NotizieSicuramente il passaggio del ciclone Nargis, che ha devastato la zona meridionale dell’attuale Myanmar provocando centinaia di migliaia di morti, di dispersi e milioni di senzatetto, ha forse distolto l’attenzione dei più dal voto referendario che si terrà domani nel Paese est-asiatico. I più, forse, ma non i generali dell’SPDC (State Peace and Development Council – il governo birmano), i quali considerano il voto di domani una priorità assoluta, “un dovere nazionale dell’intera popolazione”, come si legge sul quotidiano governativo ‘New Light of Myanmar’.
L’importante è votare quindi e non dare assistenza ai sopravvissuti alla furia di Nargis.
Domani, pertanto, i cittadini birmani - tranne quelli di 47 municipi sommersi dalle acque, compreso quello di Rangoon, dove il voto è stato posticipato al 24 maggio prossimo – saranno chiamati ad accettare o meno una bozza costituzionale presentata dalla giunta nel settembre scorso dopo 14 anni di lavori della Convenzione Nazionale. Una bozza che in pochi hanno letto, visto anche il costo proibitivo per gran parte della popolazione - da uno a due dollari, ovvero l’equivalente della paga quotidiana media - e che non è stata tradotta in alcuna lingua delle minoranze etniche che popolano il Paese est-asiatico.
Una costituzione che dovrebbe traghettare la Birmania verso la Democrazia. Ma forse ha ragione il rappresentante speciale per i diritti umani delle Nazioni Unite, Paulo Sergio Pinheiro quando sostiene che “se si crede agli gnomi, ai troll e agli elfi, allora è possibile credere al processo democratico in Myanmar”.
Come sostengono Jared Genser e Jeremy Sarkin (’The Lie After the Storm’), “il referendum offre al popolo una scelta hobsoniana”, ovvero una libera scelta in cui si offre, in pratica, la sola opzione di accettare la possibilità della scelta. ‘Sì’, per scegliere una “vita sotto un regime militare permanente”; ‘No’ “per mettere le proprie vite a rischio” in uno Stato in cui si perpetri una continua azione repressiva come quella attuale.
La bozza costituzionale, inoltre, non è frutto di un dibattito nazionale e figlia dell’espressione di tutte le forze politiche e culturali del Paese. Nulla di tutto ciò, visto che i partiti politici formatisi alla vigilia delle elezioni del 1990, vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, ma mai riconosciute dalla giunta, sono stati messi al bando. Sorte non dissimile per le numerose rappresentanze di gruppi etnici, mai invitate al ‘tavolo costituzionale’.
In questo clima grottesco, testimoni e funzionari statali riferiscono di essere stati obbligati a votare ‘Sì’ già alcuni giorni fa in ballottaggi tenutisi in segreto. In alcuni casi, le autorità, soprattutto nelle zone rurali, hanno tenuto delle ‘esercitazioni di voto’ spingendo gli ignari cittadini a barrare il ‘Sì’. Una macchina organizzativa e una campagna mediatica a senso unico che non ha lasciato nulla al caso. Votare Sì è un “dovere nazionale”. Se poi nelle schede elettorali c’è stampato anche il nome dell’elettore, siamo portati a pensare che sì, è proprio un dovere e non un diritto.
Con queste premesse, è quasi inutile stare a spiegare che una volta che la Costituzione sarà stata approvata, i militari manterranno il controllo assoluto dell’esecutivo.
Tutte le azioni prese da esso, dal legislativo e dall’organo giudiziario saranno soggetti al veto da parte dei militari, sui quali, però, i tre organi non potranno esercitare il proprio potere. Come se non bastasse, la costituzione potrà essere emendata previa approvazione di più del 75 per cento dei 440 membri del parlamento nazionale. Visto che il 25 per cento dei seggi legislativi è riservato ai militari, nessun emendamento potrà passare senza il loro sostegno.
Per concludere, tutte le forze democratiche sono virtualmente allontanate da incarichi di governo, in considerazione del fatto che alle elezioni mulitpartitiche programmate per il 2010 non potranno partecipare coloro che non abbiano vissuto nei confini birmani per più di dieci anni, quelli che hanno trascorso un periodo carcerario e coloro sposati o vedovi di cittadini stranieri. In pratica, Aung San Suu Kyi e compagni.
Forse, dopo il voto, i generali avranno la ‘pietà’ di autorizzare l’ingresso di funzionari e volontari, che oggi “non sono i benvenuti”, per far fronte ad un’emergenza umanitaria che non ha confini.
Roberto Tofani
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