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BIRMANIA – TRA SUPERSTIZIONI E COINCIDENZE

Di Roberto Tofani • Mag 9th, 2008 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo piano

Sabato 3 maggio, il ciclone Nargis si è abbattuto sulla zona meridionale della Birmania, colpendo soprattutto i territori del delta dell’Irrawaddy, il più imponente fiume del Paese che taglia in due, da Nord a Sud, l’attuale Myanmar.
Mentre il bilancio delle vittime, dei dispersi e dei senzatetto cresce di ora in ora, aumenta la preoccupazione per le centinaia di migliaia di persone non ancora raggiunte dai primi soccorsi. Alle scarse o inesistenti infrastrutture, all’assenza di poter raggiungere anche telefonicamente le zone colpite e all’inefficienza dei militari sempre pronti, però, a sedare anche le proteste più piccole, si è sommata ‘l’indecisione’ dei generali a dare il via libera alle organizzazioni internazionali di soccorso.
Dopo i primi bilanci che parlavano di duecentoquarantatre vittime, le autorità birmane hanno precisato che il numero delle vittime era superiore alle quattromila persone. Era successivamente l’agenzia cinese Xinhua a portare il numero a quindicimila, fino all’ultimo annuncio da parte della televisione di Stato birmana che parla di oltre ventiduemila vittime, quarantunomila dispersi e milioni di senzatetto. Dopo essersi chiusa a riccio come in occasione dello Tsunami del 26 dicembre 2004, i generali hanno capito che non erano in grado di fronteggiare un’emergenza di così ampia portata.
Per la prima volta, così, aerei e convogli di Paesi asiatici e organizzazioni Internazionali sono atterrati nell’ex capitale di Rangoon, dove ora si teme per l’assenza di acqua potabile e cibo. Drammatica invece la situazione nel delta dell’Irrawaddy. Testimoni dopo prime ricognizioni aeree parlano di cadaveri che galleggiano ‘portati in braccio dalla corrente’ del fiume, e di oltre cinquemila km quadrati di terre e villaggi sommersi dalle acque. A rischio, secondo la FAO, anche la produzione di riso, di cui la Birmania è uno dei principali esportatori.
In uno scenario così desolante, si teme per eventuali pandemie provocate da malaria, colera, diarrea e altre malattie che potrebbero facilmente diffondersi causa l’assenza di acqua potabile e adeguata assistenza sanitaria.
Ora, a sette giorni dal passaggio di Nargis, si discute se fosse stato possibile evitare una tale ecatombe. I governi di India e Thailandia confermano di aver avvisato per tempo il vicino birmano. La giunta, da parte sua, ha dimostrato di aver comunicato del pericolo in arrivo. Ma come e in che modo è riuscita a comunicare in un Paese dove gran parte della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, con alti tassi di analfabetismo?
L’esercito birmano, nonostante sia composto da ben oltre quattrocentomila unità - su una popolazione di 53 milioni di abitanti - non è stato in grado di garantire né misure preventive, né quelle di prima assistenza, come testimoniato soprattutto dai residenti di Rangoon, dove anche i monaci sono scesi in strada ad offrire il proprio aiuto a fianco della popolazione civile.
L’impossibilità da parte delle autorità birmane di far fronte ad un’emergenza che ha messo in ginocchio un Paese, spiega dunque il via libera ad aerei thailandesi, navi soccorso indiane, elicotteri russi, aerei ONU, convogli della Croce rossa internazionale e quelli di numerose organizzazioni non governative come Medici Senza Frontiere di poter garantire aiuti materiali ed economici. Questo, però, non spiega perchè restano al palo i funzionari ONU e i militari statunitensi, in attesa che la leadership birmana, barricatasi nella nuova capitale bunker di Naypidaw (’Sede dei Re’), dia loro il permesso ad entrare in un Paese che difficilmente si lascia penetrare.
Forse, i generali temono che USA e ONU possano influire sul voto referendario che si terrà comunque il 10 maggio prossimo – rimandato al 24 maggio in 47 municipi compreso quello di Rangoon - nonostante appelli ed esortazioni arrivate da più parti, soprattutto da gruppi e attivisti di birmani in esilio.
Davvero i generali anteporrebbero interessi politici a quelli della propria popolazione in crisi? Nulla di cui stupirsi da una dittatura che governa dal 1962.
Ma facciamo un passo indietro: come hanno fatto i convogli militari statunitensi ad essere presenti e già pronti ad affrontare un’emergenza di tale portata con i propri C-130 e navi da guerra nella regione est-asiatica?
La risposta si chiama ‘Cobra Gold’, ovvero nome in codice che sta ad indicare esercitazioni militari congiunte tra Thailandia e Stati Uniti d’America.
Più di cinquemila militari thailandesi e seimila soldati americani avrebbero dovuto prender parte ad esercitazioni che si sarebbero svolte in Thailandia settentrionale tra l’8 e il 21 maggio.
A ‘Cobra Gold’ – esercitazione che si ripete ogni anno e drasticamente ridotta nel 2007, dopo l’instaurazione in Thailandia di un regime appoggiato dall’esercito – presenti anche le truppe di altri tredici Paesi, tra cui Singapore, Indonesia, Giappone, Malaysia, Gran Bretagna, Francia e Australia. L’addestramento, che solitamente si concentra su missioni di peacekeeping e assistenza, mette a disposizione delle truppe, un totale di 14 navi da combattimento e 96 aerei. “Preparare una
reazione multinazionale a eventuali crisi future”, è stato il commento del vice capo missione dell’ambasciata USA, James Entwistle.
Strane coincidenze.
Nel 2006, la giunta birmana aveva protestato ufficialmente riguardo lo scopo di tali esercitazioni che ormai vanno avanti da oltre un decennio perchè, più volte, le ‘truppe alleate’ erano arrivate troppo vicine al confine birmano e, forse, qualche piccola incursione utilizzando le vie dei combattenti Karen c’era anche scappata.
Ora, la catastrofe e il dramma di un popolo, sono il giusto pretesto per poter finalmente entrare in Birmania. Non importa che il diktat dei generali stabilisca che siano loro a gestire gli aiuti, che finora superano di gran lunga i dieci milioni di dollari. Non importa che nessuno possa garantire che i soldi arrivino direttamente alla popolazione. ‘Vecchi’ e soliti problemi che ci rimandano la mente a quel triste 26 dicembre 2004, quando l’onda anomala devastò soprattutto l’arcipelago indonesiano.
Allo stato attuale, fare delle previsioni di breve o lungo periodo è molto difficile e, magari, sarebbe più semplice dare interpretazioni cultural/popolari più che politiche. I superstiziosi buddisti birmani credono che i disastri naturali colpiscano solo i Re cattivi che non si sono prodigati per la popolazione. Nargis potrebbe quindi rimettere nelle mani del popolo il ‘mandato celeste’.
Forse sì, è meglio dar credito alla cultura millenaria di un popolo, più che a linee complottistiche e/o cospirative, che intrecciano ormai il nostro immaginario. Se così non fosse, saremmo autorizzati a chiamare in causa il progetto HAARP (High-frequency Active Aural Research).
Sebbene non ci siano prove che il progetto sia mai stato utilizzato, HAARP, parte del programma della Iniziativa di Difesa Strategica statunitense, è pienamente funzionante ed ha la capacità di provocare inondazioni, siccità, uragani e terremoti.
Solo strane coincidenze e teorie che forse andrebbero bene per un bel copione targato Holliwood, come l’ultimo Rambo (’Jonh Rambo’), dove l’eterno guerriero, turbato da un gruppo di missionari laici che vive in ‘Burma’, valica i confini per soccorrere loro e alcuni villaggi birmani “vessati da un sadico regime militare”.

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