Myanmar – Aung San Suu Kyi libera?
Mentre l’attenzione è concentrata sulla visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, riuscito a strappare un “Sì” al numero uno della giunta, generale Than Shwe, riguardo l’ingresso di aiuti e soccorritori internazionali, domenica 25 scadranno i termini detentivi per Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, e attualmente agli arresti domiciliari.
Due legali statunitensi, parlando per conto di Freedom Now, organizzazione non-profit per i diritti umani con sede nello stato americano del Maryland, hanno lanciato un appello chiedendo che la ‘Lady’ venga rilasciata dopo la mezzanotte di sabato 24.“Secondo la legge non dovrebbe essere detenuta oltre tale periodo”, ha commentato Nyan Win, il portavoce di LND.Dal 1989, Aung San Suu Kyi, ha scontato tre diversi periodi detentivi, tra i quali l’ultimo è sicuramente il più duro, visto che le sono stati vietati contatti con occidentali ed esponenti del suo partito. Solo nel 2003 le fu data la possibilità di incontrare l’allora inviato speciale delle Nazioni Unite Razali Ismail e successivamente, nel 2006 e 2007, quello attuale Ibrahim Gambari. Tra ottobre e novembre scorso, inoltre, dopo la repressione da parte delle forze di sicurezza birmane contro le marce pacifiche condotte dai monaci buddisti, Aung San Suu Kyi potè incontrare, oltre al delegato nominato dalla giunta, Aung Kyi, alcuni membri del suo partito. Ora, viste le sue preoccupanti condizioni di salute, può farle visita solo il medico curante.Sebbene i più ottimisti si augurano che Suu Kyi venga rilasciata, immaginando una sua partecipazione alla conferenza congiunta tra ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico) e ONU, programmata proprio per domenica 25 nell’ex-capitale di Rangoon, già in passato, l’SPDC (State Peace and Development Council – il governo birmano) aveva soffocato appelli e proteste internazionali, prolungando di anno in anno la pena del premio Nobel per la Pace.
In un Paese dove è forte la componente mistico-religiosa, destino ha voluto che Ban Ki-moon si trovasse in Myanmar proprio in questo particolare momento. La pratica e la diplomazia di questo mondo, però, ci inducono a pensare che la richiesta di 11 miliardi di dollari da parte della giunta per far fronte alla crisi umanitaria, provocata dal passaggio del ciclone Nargis, potrebbe essere la leva su cui premere.Al di là di ipotesi e giochi di potere e nonostante il primo ministro birmano, Thein Sein, consideri la fase di assistenza “già conclusa”, oltre due milioni e mezzo di birmani attendono un sostegno reale a ben tre settimane dalla devastazione. Il Comitato di Croce Rossa Internazionale ritiene che decine di migliaia di persone, come nell’area di Bogale ad esmpio, siano state lasciate a se stesse senza mai ricevere un primo soccorso e assistenza sanitaria.
Gruppi di soccorso riferiscono, inoltre, di essere stati bloccati dalle forze di sicurezza birmane nel tentativo di raggiungere via terra il delta dell’Irrawaddy, le cui zone sono state assistite solo dagli elicotteri del Programma alimentare mondiale (PAM).Mentre le navi di Usa, Gran Bretagna e Francia attendono con il proprio carico di aiuti e personale al largo dei porti birmani, domani, con il voto in 47 municipi, si concluderà l’esperienza referendaria birmana. Dopo il largo successo decretato dal voto del 10 maggio scorso, favorevole alla giunta militare, i birmani avranno una nuova costituzione. Una costituzione che in pochi hanno letto, visto anche il costo proibitivo per gran parte della popolazione – da uno a due dollari, ovvero l’equivalente della paga quotidiana media – e che non è stata tradotta in alcuna lingua delle minoranze etniche che popolano il Paese est-asiatico.
Una costituzione che dovrebbe traghettare l’ex-Birmania verso la Democrazia. Ma forse ha ragione il rappresentante speciale per i diritti umani delle Nazioni Unite, Paulo Sergio Pinheiro quando sostiene che “se si crede agli gnomi, ai troll e agli elfi, allora è possibile credere al processo democratico in Myanmar”.







