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LA CRISI DEL RISO IN ASIA

Di Roberto Tofani • Mag 26th, 2008 • Categoria: In Asia, In primo piano

Di seguito un articolo riguardo la crisi del riso, scritto e pubblicato per ‘PREVIDENZA AGRICOLA‘ il mensile di ENPAIA(oggi Fondazione con personalità giuridica di diritto privato, è l’Ente di previdenza integrativa degli impiegati e dei dirigenti dell’agricoltura). Numero maggio giugno 2008

I prezzi sono sempre più alti, soprattutto dei beni di prima necessità come riso e alimentari”, racconta Diep, giovane ragazza vietnamita di Hanoi.Oggi, le ragazze della capitale vietnamita sono ben lontane dall’immagine che le ritrae al centro di vallate sterminate coltivate a riso, di un color verde, che in tempo di raccolto, assumono le fluorescenze del giallo. Non indossano più cappelli a cono che riparano le coetanee che ancora vivono in campagna, consumate dall’umidità e dalla fatica di ore trascorse chine fin dalle prime luci dell’alba a cogliere il bianco chicco, il cereale più consumato nel mondo.Delle numerose specie è l’Oryza sativa, originaria delle regioni asiatiche e coltivata in modo intensivo da più di settemila anni, che alimenta un terzo della popolazione terrestre.Oggi, l’Asia e il mondo tutto, sembra stiano vivendo una vera e propria ‘crisi del riso’ e il mercato dei beni alimentari mette sempre più sotto pressione i Paesi del Sud Est del continente.La Repubblica Socialista del Vietnam, terzo esportatore al mondo (dopo Thailandia e India), è solo l’ultimo Paese in ordine di tempo ad aver deciso restrizioni riguardo l’esportazione del cereale. La decisione del Governo di Hanoi di tagliare del 22 per cento le esportazioni di riso segue quelle di Egitto, India e Cambogia. “Garantire stabilità al prezzo interno”, è alla base della scelta vietnamita, rimasta, per ora, incompiuta. A questo punto, ci si augura che il monito lanciato dal Primo Ministro vietnamita, Nguyen Tan Dung, di “punire duramente” coloro che speculano diffondendo false informazioni, sortisca esiti migliori.Dall’aprile del 2007 a oggi, infatti, il prezzo del cereale nel Paese est asiatico è aumentato di circa l’80 per cento. Sul mercato globale, tale aumento sta suscitando timori soprattutto tra i produttori asiatici e ancor più tra i consumatori di Africa e Medio Oriente.Thailandia e Cina, il maggior Paese esportatore e il più grande produttore mondiale di riso rispettivamente, non potranno rispondere da soli ad una crescente richiesta che arriverà soprattutto dall’Africa, ma anche dai vicini asiatici come Filippine, Indonesia e Bangladesh. Pechino fatica a contenere la domanda interna e ha già attuato limiti all’esportazione. La Thailandia, per ora, come ha dichiarato Chookiat Ophaswongse, Presidente dell’Associazione esportatori, “non è in grado di poter fare alcuna previsione”, sebbene sia evidente che a questi ritmi anche l’ex-Siam potrebbe andare incontro ad un possibile deficit.Il prezzo del riso thailandese è più che raddoppiato quest’anno: da 383 dollari la tonnellata, il prezzo ha raggiunto ad aprile il record di 950 dollari la tonnellata.Alcuni analisti ritengono che l’aumento del prezzo delle ultime settimane sia legato alle scelta dei governi de Il Cairo e Nuova Delhi. Decisioni che hanno messo in moto un pericoloso meccanismo a catena.Ad alimentare l’effetto domino, però, l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e milioni di tonnellate di riso mai arrivate alla pianta, causa infezioni determinate dal virus ‘Tungro’ e infestazioni causate dal ‘Nilaparvata lugens’, insetto che colpisce proprio i semi di riso. In alcuni casi come il Bangladesh, che deve affrontare la peggior carestia degli ultimi trent’anni, eventi che non possiamo definire più ’sfortunati’, come il ciclone Sydr, abbattutosi sul Paese nel dicembre scorso, hanno distrutto la maggior parte delle coltivazioni di riso.Con gran parte della popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno, l’aumento dei prezzi è diventato insostenibile e il governo, oltre a chiedere aiuti economici, ha imposto patate ai propri soldati.Proteste sono scoppiate nella capitale indonesiana di Jakarta, mentre attivisti nelle Filippine, il più grande importatore al mondo di riso, temono possibili manifestazioni nel Paese. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, il governo di Manila è riuscito ad aggiudicarsi 1,5 milioni di tonnellate di riso dal vicino vietnamita.La Presidente della Repubblica, Gloria Macapagal Arroyo, che non gode attualmente del sostegno popolare e preoccupata da possibili rivolte contro di lei, ha rassicurato la popolazione sostenendo che non ci saranno problemi di quantità né aumenti di prezzi durante i ‘magri’ mesi di luglio e settembre. Le autorità di Manila, inoltre, hanno chiesto alla Banca Mondiale di esortare i Paesi esportatori a revocare le misure protezionistiche adottate, che minaccerebbero seriamente la sicurezza alimentare dei Paesi importatori. Nel frattempo, i convogli di riso vengono scortati dalle forze di sicurezza filippine.Il timore è che - nonostante gli interventi - il boom dei prezzi del riso inneschi una spirale inflazionistica che, in Vietnam, ha già portato ad aprile a segnare un più 21 per cento rispetto allo stesso mese del 2007. Non sono, però, solo i Paesi in via di sviluppo ad essere contagiati dallo spettro inflazione. A Singapore, la principale piazza economico-commerciale del Sud Est asiatico, i prezzi sono aumentati del 6,7 per cento su base annua, il dato più alto registrato negli ultimi ventisei anni.Ad essere colpiti, oltre ai consumatori, anche gli agricoltori, anello debole in ogni sud del mondo.Costretti a pagare il doppio ogni cosa, dai pesticidi alla mano d’opera, gli agricoltori asiatici sono messi in ginocchio dall’aumento dei prezzi. Del resto, chi coltiva riso percepisce solo un’infinitesima parte del margine realizzato sulla vendita.Si richiedono, dunque, soluzioni immediate.”E’ necessario garantire tempestivamente sostegno ai poveri preferendo stimoli fiscali diretti piuttosto che attraverso una politica monetaria”, è la soluzione proposta dal Direttore Generale della Banca Asiatica di Sviluppo (Asian Development Bank), Rajat Nag, nel giorno in cui il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha chiamato le Nazioni ad avviare “un’azione immediata e concertata”. I vertici di ADB sono convinti che l’aumento del prezzo del riso sul mercato globale sia dovuto non solo ad un livello insolitamente basso delle riserve, ma anche “a causa della crescentedisponibilità dei profitti, dell’aumento dei prezzi dei carburanti (con il conseguente aumento dei costi di produzione) e da sfavorevoli condizioni climatiche”.Intanto, in attesa di un finanziamento di 485 milioni di euro che dovrebbe sostenere il Piano alimentare mondiale, il Direttore generale della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), Jacques Diouf, teme che l’aumento dei prezzi si traduca in guerre civili in alcuni Paesi.In un clima di caos, numeri, dati e dichiarazioni, in Giappone, dove si ‘riscopre’ l’inflazione con un incremento dei prezzi dell’1,2 per cento in aprile, il governo sta incoraggiando un taglio alla produzione del riso.Negli ultimi mesi, il prezzo interno del cereale, sostituto sulle tavole nipponiche da un maggior utilizzo di pane, è diminuito rispetto a quello globale.Riso, mais e granturco, però, sembrano viaggiare sulla stessa barca e nella stessa direzione.A misure di breve periodo è quindi necessario affiancare azioni di più ampio respiro, poiché limitarsi a fare delle scelte di confine potrebbe significare fame e carestia per centinaia di milioni di persone.

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