CINA – IL LATTE DELLO SCANDALO
Di Roberto Tofani • nov 15th, 2008 • Categoria: In AsiaArticolo pubblicato sul Mensile della Fondazione ENPAIA ‘Previdenza Agricola’ n° 9-10 anno 2008
Intero, parzialmente scremato, oggi anche al cioccolato o al gusto di fragola. Gli scaffali dei nostri supermercati ne sono pieni, e le confezioni, in tetra pak o in bottiglia, sono, anche per il latte, sempre più colorate ed attraenti. Il suo colore, così bianco e intenso e l’immagine ‘antica’ di un fattore che munge le mammelle di una mucca, rendono il latte un prodotto candido e sincero.
“Bevi un bel bicchiere che ti fai grosso”, ripetono genitori premurosi da tempo immemore, ma principalmente, nella parte ‘occidentale’ del globo. Ebbene sì, perché il latte, bevuto oggi da milioni di bambini nel mondo è un prodotto e un alimento relativamente nuovo in Asia. Da circa tre anni, tanto per fare un esempio, anche in Vietnam, l’industria del marketing si è adoperata per promuovere qualcosa che non arriva da mucche e impianti caseari locali.
“Latte con calcio e vitamine rendono i vostri figli più alti e intelligenti”, ripete uno slogan accanto a un bambino dai tratti occidentali nelle riviste vietnamite. Come se essere più alti sia sinonimo di intelligenza e onestà. “Ma questa – come direbbe un illustre collega – è un’altra storia” e aprirebbe dibattiti antropologici e interculturali che esorbitano dai limiti della nostra riflessione.
E’ il latte ‘cinese’ l’argomento del giorno e, ahimè, non per le sue grandi qualità proteiche. Piuttosto, per l’alterazione dei suoi valori attraverso l’utilizzo di melamina, sostanza tossica utilizzata per la produzione di resine e colla. Numerose aziende di base in Cina, quindi, sono ritenute responsabili della morte di quattro neonati e dell’intossicazione di oltre cinquantatremila bambini.
Tracce di melamina, infatti, sono state trovate in 31 prodotti a base di latte in polvere. A renderlo noto, le stesse autorità cinesi, al termine di un’inchiesta nel corso della quale sono stati presi in considerazione 265 prodotti di 154 compagnie, che hanno una quota complessiva del 70% del mercato nazionale del latte in polvere.
Quella del latte contaminato non è, purtroppo, una novità. Come ricorda la giovane scrittrice britannica Bee Wilson nel suo recente libo (‘Swindled – The Dark History of Food Fraud, from Poisoned Candy to Counterfeit Coffee’), un problema simile si presentò a New York City nel 1858. Sebbene a 150 anni di distanza, le contaminazioni in così larga scala accadono, secondo la Wilson, “in società capitalistiche con uno sviluppo economico troppo veloce in associazione a governi incapaci o indolenti a dettare le giuste regolamentazioni sulla sicurezza alimentare”.
Potrebbe essere in parte vero, ma l’esigenza di intervenire in maniera artificiale per aumentare la produzione alimentare a discapito della sicurezza, non è un’esclusiva di economie in via di sviluppo ma, anche, di Democrazie economiche contemporanee.
L’adulterazione del vino da tavola italiano con il metanolo, che uccise 22 persone nel 1986, o l’esplosione del caso Encefalopatia Spongiforme Bovina (BSE – Bovine Spongiform Encephalopathy), meglio nota come ‘malattia della mucca pazza’, riscontrata per la prima volta, sempre nel 1986 nel Regno Unito, ne sono un esempio. Nel 2003, il mai risolto problema BSE, spinse i governi di Giappone e Corea del Sud a bandire dalle proprie tavole la carne ‘Made in Usa’. Poco ha interessato, però, se lo scorso giugno centinaia di migliaia di coreani sono scesi in strada sfidando la polizia per protestare contro la decisione di Washington e Seoul di riaprire i le frontiere coreane alle bistecche americane.
La morte di quattro bambini e l’intossicazione di altre migliaia a causa del latte contraffatto hanno, invece, sensibilizzato e allarmato fortemente l’opinione pubblica mondiale. Il tutto, aggravato dal fatto che le autorità erano a conoscenza del problema già da mesi, ovvero, prima dei tanto attesi Giochi olimpici.
Attaccare il ‘nemico’ e accusare lo ’straniero’, però, è pratica più facile che cercare di capire il problema alle sue radici. In incipit si diceva che il latte è, per l’Asia, un alimento relativamente nuovo. Forse, la causa sta nel fatto che quasi l’intera popolazione asiatica deficita di ‘lattase’: l’enzima necessario a scindere il lattosio, disaccaride contenuto nel latte e composto di galattosio e glucosio. E allora, perchè incentivare l’utilizzo e la produzione di un alimento che già di per sé potrebbe creare intolleranza e disturbi intestinali? Forse, semplicemente in nome del profitto e della globalizzazione, la sua parte più ingannevole però, alle cui spalle si nasconde la nota equazione “produci, consuma, crepa”, tanto cara ai Cccp del ‘vecchio’ G. Lindo Ferretti.
Così, mentre scattano i primi arresti e cadono le prime teste, timore e panico varcano i confini cinesi e coinvolgono come in un domino un Paese dietro l’altro: dall’Asia all’Europa. Tracce di melamina in alcuni prodotti nelle Filippine; il Ministero della salute vietnamita redige una lista di 18 prodotti provenienti da Cina, Thailandia e Malaysia che conterrebbero melamina. Intanto, a migliaia dalla provincia dello Yunnan (Cina del sud) varcano il confine vietnamita per fare scorte di latte a Lao Cai. Mentre la direzione del gruppo vietnamita Anco Food Joint Stock Company si scusa pubblicamente con i propri consumatori, genitori premurosi di Hanoi e Ho Chi Minh City (ex-Saigon) accompagnano ignari bambini negli ospedali per controllare che non ci siano problemi. Anche il silenzioso Laos chiude le porte ai prodotti del vicino cinese. Persino le autorità militari birmane, dopo un’iniziale non curanza, mettono in guardia la popolazione dal non utilizzare prodotti a base di latte ‘Made n China’.
Le autorità taiwanesi, invece, sostengono di aver testato articoli marchiati Nestlè, prodotti in Cina, contenenti melamina. Di contro, la multinazionale con sede a Ginevra non ha tardato a replicare, sostenendo che i prodotti degli stabilimenti cinesi sono sani, spingendo inoltre le autorità competenti di Taiwan ad introdurre “standard scientifici” per l’elaborazione dei test.
Il 25 settembre, l’Unione europea vieta l’ingresso a tutti i prodotti cinesi destinati agli infanti.
Sempre lo stesso giorno, l’agenzia britannica Food Standards Agency (FSA – organizzazione non governativa per la sicurezza alimentare con sede a Londra) dichiara che non ci sono prove evidenti che prodotti contaminati cinesi siano arrivati in Gran Bretagna.
Il leader della distribuzione alimentare Tesco, però, “solo per precauzione”, ritira dagli scaffali i prodotti della maggiore incriminata azienda cinese: ‘White Rabbit Creamy Candies’. Il 30 settembre, infine, la direzione della dolciaria britannica Cadbury annuncia di aver trovato melamina in alcune cioccolate al latte prodotte negli stabilimenti cinesi.
Non solo aziende cinesi, quindi, ma grandi nomi ‘occidentali’ che delocalizzano per risparmiare, molte volte chiudendo gli occhi e anche la bocca. I controlli sulla sicurezza e il rispetto delle regole dovrebbe essere duplice. Abbiamo già dimenticato lo scandalo dei solventi nocivi utilizzati per la produzione dei giochi della statunitense Mattel prodotti in Cina?
Quasi non mi sorprenderei se domani, comprando una t-shirt ‘Free Tibet’ (Tibet libero) o anche ‘Free Burma’ (Birmania libera) leggesi sull’etichetta ‘Made in China’.
Attenzione, però, perchè l’indifferenza e l’accettazione, sono i mali peggiori del nostro tempo.
Roberto Tofani
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