Myanmar: risponde Roberto Tofani, di Angelo D’Addesio
Pubblichiamo l’intervista uscita sulla rivista on-line LIBMAGAZINE
Riflettori spenti sulla Birmania dopo la rivolta ormai conclusa dello scorso anno. Eppure continuano le repressioni. E’ chiuso il capitolo relativo ad una svolta politica nel paese?
Più che di rivolte possiamo parlare di dimostrazioni pacifiche. In realtà non c’è mai stato uno scontro armato fra monaci, popolazione e l’esercito, che ha invece sparato unilateralmente contro la popolazione. I media l’hanno poi definita “rivoluzione zafferano”, etichetta con cui viene ricordata ancora oggi. La repressione da parte dell’SPDC (State Peace and Development Council – il governo birmano), invece, a differenza della protesta, non ha mai avuto alti e bassi, è stata sempre costante e caratterizzata da forti condanne, anche verso coloro che hanno partecipato con aiuto e sostegno materiale alla popolazione dopo la devastazione causata dal passaggio del ciclone Nargis. Un nome su tutti, il noto attore comico Zarganar, condannato a 42 anni a novembre scorso e in seconda istanza ad altri 14 anni! Insieme a Zarganar, oltre cento, tra attivisti e dimostranti hanno pagato con pene detentive fino a 68 anni, durante i processi a porte chiuse tenutisi in questi ultimi due mesi. L’Occidente si è stupito per questa “valanga di condanne”, dopo che aveva applaudito l’amnistia concessa dalle autoirtà di 9.000 detenuti avvenuta a settembre. Peccato che tra quei novemila, appena una trentina possono essere considerati ‘prigionieri di coscienza’. Le recenti condanne sono state il chiaro segnale che la giunta militare ha voluto dare sia all’esterno che all’interno a meno di due anni dalle elezioni politiche.
Abbiamo sempre l’impressione della Birmania come di un paese chiuso in sé stesso, fuori dal mondo, nonostante il web, la diffusione dei media. Perché prosegue questo muro?
E’ un paradosso se lo paragoniamo all’eccesso di informazione che c’è oggi. Fino a venti anni fa, senza fonti dirette e giornalisti all’interno del paese, era molto difficile ottenere informazioni e capire quale fosse la realtà che la popolazione era costretta a vivere. La Giunta, del resto, ha sempre operato una censura molto forte e far uscire informazioni dal Paese non è compito facile. Uno speciale comitato controlla preventivamente ogni singola pubblicazione cartacea. Tanto per fare un esempio: quando entrai nel Paese all’indomani delle dimostrazioni di settembre, le pagine di settimanali internazionali a disposizione in alcuni alberghi e ristoranti frequentati esclusivamente da occidentali, erano state ‘finemente’ tagliate. L’esplosione di Internet, seppur limitato dal ‘grande firewall’, è stato uno strumento fondamentale per i gruppi di opposizione nel comunicare tempestivamente le informazioni. Come mi hanno riferito alcuni giornalisti birmani in Thailandia, a differenza delle grandi manifestazioni del 1988, quando morirono più di tremila persone, la diffusione di notizie relative alle manifestazioni del 2007 è stata molto più veloce da parte degli attivisti. Proprio la comunicazione immediata, avvenuta grazie agli strumenti informatici, riguardo la repressione delle forze di sicurezza birmane nei confronti di monaci e attivisti, ha permesso la salvezza di molte vite umane. Internet resta comunque uno strumento limitato visto che i provider (fonti di accesso) sono controllati dall’SPDC. Senza parlare della comunicazione telefonica mobile. Il costo di una scheda SIM si aggira tra i duemila e i tremila dollari che, in uno scenario di povertà estrema, rende impossibile per la stragrande maggioranza della popolazione l’utilizzo o l’acquisto di cellulari e mezzi di comunicazione. A questo si aggiunge la quasi impossibilità per i giornalisti stranieri ad entrare nel Paese con un visto giornalistico. In un contesto così deprimente c’è da sottolineare l’inefficienza della politica portata avanti dalla comunità internazionale. Ogni azione da parte dell’Onu si è dimostrata sterile e inefficace. All’interno del Consiglio di Sicurezza il veto posto da Cina e Russia ha messo un freno a qualsiasi possibile intervento. Le missioni del diplomatico nigeriano, Ibrahim Gambari, non sono andate oltre incontri formali e strette di mano. La stessa Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari da oltre cinque anni, si è rifiutata di incontrarlo durante la sua ultima visita nel Paese. Un chiaro segnale per sottolineare da parte della leader di Lega Nazionale per la Democrazia (LND) l’inefficienza della politica delle Nazioni Unite. Di contro ci sono Paesi, la parte asiatica soprattutto, che continua ad avere rapporti economico politici con l’attuale ‘Unione di Myanmar’, a differenza di Usa e Ue, che hanno invece imposto sanzioni unilaterali economiche, escludendo, però, il settore energetico. Ciò significa che compagnie petrolifere come Chevron e Total continuano ad operare indisturbate nel Paese est asiatico.
Hai parlato di vicinanza con i paesi asiatici, ma su tutte c’è l’influenza cinese e quella indiana. Qual è l’interesse prevalente di questi due paesi sul piano politico come sul piano economico?
La Birmania è un paese povero se si fa riferimento alla popolazione, ma è un paese ricco per le sue risorse energetiche e non solo. Basti pensare all’esportazione di Tek, un tipo di legname che si esporta in tutto il mondo e di cui Birmania è uno dei principali fornitori, come lo era anche di riso, prima dei conflitti mondiali. Successivamente, 50 anni di politiche e scelte economiche totalmente sbagliate hanno messo in ginocchio il Paese. Geopoliticamente la Birmania occupa una posizione molto importante nel contesto regionale est asiatico: abbracciata sia dalla Cina che dall’India. Paesi che sono molto influenti. Possiamo generalizzare infatti dicendo che all’interno dell’SPDC sono due le correnti di pensiero: una vicina a Pechino, la maggiore per ora e l’altra vicina a Nuova Delhi. La politica indiana, ad esempio, è molto cambiata negli ultimi venti anni. Da forte sostenitore del movimento democratico birmano, con il passare del tempo il governo indiano ha stretto sempre più accordi economici con la Giunta. Ad esempio durante alcune manifestazioni avvenute davanti all’ambasciata birmana a Delhi, la polizia non ha esitato a caricare i dimostranti. Impensabile fino a dieci anni fa. Oggi, la Birmania ha scoperto di possedere grandi giacimenti di petrolio e di gas naturale che interessano ai due ‘giganti asiatici’ assetati di energia. La Cina ha un progetto di un oleodotto che dovrebbe passare per la provincia dello Yunnan, bypassare la Birmania e giungere fino al Golfo del Bengala, ovvero nel nord-ovest del paese. L’India è interessata come la Cina a sviluppare rapporti energetici con il Paese est asiatico e sta cercando di aprire nuove rotte marittime verso il porto di Sittwe, capitale dello stato Arakan. Gli accordi di massima prevedono lo sviluppo di infrastrutture da parte indiana e/o cinese che ottengono in cambio gas e petrolio ad un prezzo molto agevolato. India e Cina, però, non sono le uniche potenze ad investire in terra birmana. Il maggior compratore di gas, ad esempio, è la Thailandia attraverso la controllata statale (PTT Exploration and Production Public Company Limited). La Corea del Sud è presente con Daewoo International Corporation, presente in più giacimenti, sia offshore che inshore. Senza dimenticare i rapporti di amicizia economico-politica che legano la Birmania a Singapore, membro dell’ASEAN (Associazione dei Paesi del Sudest asiatico), il cui principio fondante è la non ingerenza nei problemi di politica interna.
Di qui al 2010 che cosa potrà costituire opposizione in Birmania e che impatto potrà esserci sulla vita e la libertà della popolazione birmana?
Ti rispondo con le parole che ho raccolto parlando con esponenti di Lega Nazionale per la Democrazia e di altri gruppi di opposizione studentesca. In sessant’anni non è cambiato nulla per la popolazione birmana, anzi la situazione per molti di loro è peggiorata. Allo stato attuale delle cose non si vedono prospettive per un miglioramento. Sul piano politico, per il movimento democratico non c’è stato alcun passo in avanti anzi, dal 1988 ad oggi, ha perso molto in termini di influenza e capacità. Nell’88 il movimento ebbe una grande occasione durante le manifestazioni, represse poi nel sangue. Nel ‘90 si svolsero libere elezioni, vinte dalla LND. Il risultato elettorale, però, non venne mai riconosciuto dalla giunta e, da allora, il Movimento ha perso molti attivisti: uccisi, in carcere o fuggiti all’estero. Parlando con alcuni di loro ho tratto la conclusione che se mai la Giunta oggi, paradossalmente dovesse collassare, la Birmania mancherebbe di una classe dirigente e non so se LND riuscirebbe ad organizzare una qualche forma di governo. “La formazione è ciò che manca al Nostro Paese”, è la frase ricorrente di cittadini ed esuli. In fondo, pur essendo legale, LND opera come se fosse illegale. A qualsiasi annuncio o comunicato rilasciato corrisponde l’azione repressiva da parte delle forze di sicurezza. Al momento, inoltre, non saprei dire se Lega Nazionale per la Democrazia sia ancora oggi il principale partito di opposizione alla Giunta. La popolazione vede ancora Aung San Suu Kyi come un simbolo, ma anche lei è ormai confinata da quasi sei anni nella sua casa di Rangoon e da lì non sembra possa fare poi molto. Da qui al 2010, secondo il mio modesto parere, non prevedo cambiamenti e qualora ci dovessero essere elezioni sarebbero un plebiscito pilotato. Gli attivisti hanno già denunciato brogli durante il referendum costituzionale che si è tenuto a maggio scorso, ed è palese che sia stato così. In determinate zone devastate del delta, dove il voto è stato posticipato e dove sono morte oltre 150mila persone, la Giunta ha riportato un’affluenza del 99 per cento. I dati sono il segno di come il referendum sia stato una farsa e gli attivisti sono convinti che nel 2010 accadrà la stessa cosa. Anche la Costituzione modificata ed approvata con il voto di maggio, non permette ad Aung San Suu Kyi e a molti esponenti di LND di partecipare alle elezioni, perché vieta di fatto a coloro che sono stati arrestati per motivi politici di rendersi eleggibili, ovvero il 90 per cento degli oppositori. I gruppi giovanili, poi, sembrano aver perso i loro punti di riferimento e questo la dice lunga sullo stato di disordine in cui versa qualunque forma di contrasto od opposizione politica ed umana al regime.







