Il Webreporter

“Una nuova figura professionale si sta formando e si tratta del webreporter. Un po’ webmaster, un po’ surfista, un po’ topo di biblioteca, un po’ curioso, il webter lavora per voi”.

Così Emanuele Giordana (socio fondatore e direttore dell’agenzia giornalistica indipendente ‘Lettera22‘) scrive in un lungo articolo ‘LE NOTIZIE AL NETTO DELLA TARA (OSSIA DELL’INCARTO)‘, pubblicato su ‘La Differenza‘.

E’ una verità sacrosanta. “Ma il web – sottolinea Giordana – è esigente” e fornire informazioni e approfondimenti gratuiti non è sufficiente, bensì è fondamentale “dare roba di qualità per fidelizzare i lettori”.
Un articolo ricco di osservazioni che mi ha spinto a riflettere e a ri-pensare il mondo dei media e la mia professione di giornalista freelance, che lavora quasi esclusivamente grazie al World Wide Web. Da oltre quattro anni collaboro con un’agenzia di stampa che vive esclusivamente in rete. Da questa esperienza sto cercando di trarre il possibile, anche se, a volte, la solitudine lavorativa limita il confronto con i colleghi. Anche per questo, ho pensato di creare e condividere uno spazio web interamente dedicato ad una regione geografica su cui lavoro da tempo: il Sud Est asiatico.
Così a febbraio del 2006 è nato Sudestasiatico.com con l’obiettivo di allargare contatti, esperienze e per offrire quell’approfondimento e una serie di informazioni che, come dice Giordana, mancano alla Tv e anche a molti quotidiani della carta stampata – “salvo naturalmente le sempre lodevoli eccezioni”.
Ormai da anni leggo e ‘surfo’ all’interno di questo mare magnum che offre molto, a volte anche troppo, ma che, prima di tutto, permette di comunicare e informarsi.
Lasciando le considerazioni già sottolineate da Giordana, che trovano la mia più completa approvazione, vorrei soffermarmi su aspetti altri legati al mondo del giornalismo on-line.
Al di là dei dati, che sono sempre importanti, per chi naviga come me alla ricerca di informazioni e approfondimenti è chiaro quanto siano cresciute sia l’influenza che la specificità del giornalismo on-line. Questo, però, oltre a dare avvio ad una fase nuova che garantisce numerose opportunità per chi opera nei media, ha generato nuove problematiche cui occorre dare risposta quanto prima.
Come pubblicato nel rapporto 2008 di Committee to Protect Journalists (CPJ’s – organizzazione non profit con sede a New York), ‘CPJ’s 2008 prison census: Online and in jail’, il 45 per cento dei ‘media workers’ arrestati nel mondo sono, appunto ‘Web-based reporters’, o anche, redattori on-line.
“Per la prima volta – si legge nel rapporto – i giornalisti on-line rappresentano la categoria professionale più ampia nel ‘prison census’ di CPJ’s”. Sarebbero centoventicinque i giornalisti “dietro le sbarre” al primo dicembre 2008, due in meno rispetto al 2007. Un dato non proprio confortante. Di questi, ben cinquantasei sarebbero giornalisti on-line, un numero che supera per la prima volta quello dei giornalisti arrestati che lavorano per la carta stampata e come fotografi: cinquantatré. Gli altri sedici che hanno pagato con l’arresto la propria attività giornalistica lavorano per Tv, radio e produzioni video. Dal 1997, quando l’organizzazione statunitense registrò il primo arresto di un webreporter, il numero è andato sempre in crescendo, fino ad arrivare alle tristi cifre di oggi.
“Il giornalismo on-line ha cambiato il panorama mediatico e il modo in cui noi comunichiamo ognuno con l’altro”, ha affermato il direttore esecutivo di CPJ’s, Joel Simon. Allo stesso modo però, come sottolinea Simon “il potere e l’influenza di questa nuova generazione di giornalisti on-line ha catturato l’attenzione di governi repressivi nel mondo accelerando le loro contromosse”.
Aggiungerei che non sono solo i “governi repressivi” ad adottare o a voler imporre limiti alla Rete Informatica. La proposta da parte del governo australiano di applicare un filtro web, parte del ‘cyber-safety plan’, attraverso la richiesta agli internet provider (fornitori di accesso) di bloccare i siti con “contenuto illegale”, apre degli scenari molto preoccupanti.
“Ma questa – come direbbe un illustre collega – è un’altra storia” e aprirebbe dibattiti politici e interculturali che esorbitano dai limiti della nostra riflessione.
Riguardo alla crescita del numero degli arresti di questa nuova categoria professionale è corrisposta, in egual misura, anche quella dei giornalisti freelance. Secondo il rapporto sono ben quarantacinque i liberi professionisti dietro le sbarre, ovvero ben il 40 per cento in più rispetto ai due anni passati. Come molti di voi sapranno, il freelance è una figura lavorativa non impiegata a pieno regime con un solo quotidiano, agenzia o organizzazione e, molto volte, essere freelance non è una scelta dettata dalla propria volontà, ma dalla contingenza dei fatti.
“L’immagine del blogger solitario che lavora a casa in pigiama potrebbe essere attraente – ricorda Simon – ma quando qualcuno bussa alla porta, si ritrovano soli e vulnerabili”.
Cosa accade ad un giornalista freelance se dovesse essere arrestato? Purtroppo non esiste un’organizzazione alle spalle in grado di intervenire: pagare le spese legali tanto per fare un semplice esempio. Quante volte me lo sono chiesto prima di entrare in Myanmar o di aver deciso di rischiare personalmente, e non solo l’arresto. Per poter raccontare, fotografare, raccogliere informazioni dirette, di prima mano per articoli che a volte si fa fatica a piazzare o comunque sono pagati non adeguatamente dal mercato nostrano.
Ecco che il web offre una speranza, un sogno che qualcuno però vuole limitare, vuole spezzare. Oggi il giornalismo on-line pone degli interrogativi morali, etici cui bisognerebbe dar risposta attraverso analisi e approfondimenti, comunicando e ‘interconnettendosi’. Anche per questo è nata la Rete. Se la nostra classe dirigente non è in grado di guardare oltre l’orizzonte, non è colpa della Rete che è troppo vasta, bensì della loro incapacità di andare oltre una visione vecchia, figlia del secolo scorso.

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