Cluster bomb e la mancata firma cambogiana
Il governo cambogiano ha ritardato la firma della convenzione contro la messa al bando delle ‘cluster bomb’ (Convention on Cluster Munitions) perchè “potrebbe colpire la propria capacità di difesa”.
La convenzione, siglata, ad oggi da 94 Paesi, riunitisi ai primi di dicembre ad Oslo, obbliga ogni Paese firmatario a non: usare munizioni cluster; produrre, acquistare, commercializzare, stoccare, trasferire direttamente o indirettamente munizioni cluster; assistere o incoraggiare chiunque a intrattenere attività proibite dall’accordo con un altro Stato membro della convenzione.
“Questo non significa che non firmeremo la convenzione, ma che abbiamo bisogno di tempo per discuterne”, ha dichiarato Leng Sochea, vice segretario permanente del Cambodian Mine Action Authority (Cmaa).
La decisione, quindi, verrà presa successivamente ad uno studio sull’impatto che la firma della convenzione potrebbe avere sulle attuale disponibilità militari del Paese.
Alla base della decisione, però, anche lo scontro a fuoco con le truppe thailandesi avvenuto lo scorso 15 ottobre presso il sito templare di Preah Vihear.
“Dobbiamo assicurarci che la convenzione non colpisca negativamente le nostre capacità di difesa in questa particolare circostanza”, ha dichiarato un funzionario del Cmaa al quotidiano cambogiano ‘Phnom Penh Post‘. Da sottolineare che anche Thailandia e Vietnam hanno ritardato la sigla del trattato. Sarebbe questo, infatti, il vero motivo alla base della decisione di Phnom Penh.
Le cluster bomb (bombe a grappolo) sono armi di grandi dimensioni sganciate da aerei o esplose da sistemi di artiglieria, lanciarazzi e lanciamissili, in grado di rilasciare nell’aria bombe più piccole, chiamate bomblet, o submunizioni. I modelli più comuni sono stati concepiti in funzione anti-uomo o anti-blindatura.
Dei dieci Paesi ASEAN, solo Laos, Filippine e Indonesia hanno siglato il trattato. Gli altri si uniscono al folto gruppo dei non firmatari, tra cui anche gli Stati Uniti d’America.







