Myanmar – Carcere per parenti detenuti, copevoli di ricevere lettere
In Myanmar, a pagare con il carcere non sarebbero solo gli attivisti, ma anche i loro familiari, ‘colpevoli’ di ricevere alcune missive dai detenuti.
Secondo quanto riferisce l’agenzia birmana in esilio ‘Irrawaddy‘, Zaw Naing Htwe, fratello del noto attivista, Kyaw Kyaw Htwe, condannato recentemente a 65 anni di carcere, sarebbe stato accusato da una corte birmana di aver ricevuto una lettera dal carcere e per questo condannato a 9 anni di detenzione. A pagare con il carcere anche i tre secondini che avrebbero aiutato Kyaw Kyaw – meglio noto anche come Marky e detenuto nel carcere di Mergui (sud del Paese) – a far recapitare la lettera a suo fratello.
Secondo quanto dichiarato dalla famiglia, la lettera avrebbe contenuto informazioni riguardanti le condizioni carcerarie cui sono sottoposti gli oppositori al regime di Myanmar.
Già il 15 dicembre scorso, Thant Zin Oo aveva ricevuto una sentenza a sei mesi di reclusione per aver letto una lettera a suo fratello, Thant Zin Myo, che sta scontando una pena a 19 anni, durante il ricevimento programmato con i familiari. Nella lettera, i familiari di Thant Zin Myo chiedevano alle autorità birmane l’autorizzazione a concedere adeguata assistenza medica. Sempre secondo quanto sostenuto dai familiari, l’autorizzazione a leggere la missiva concessa da parte dalle autorità birmane sarebbe stato poi revocata. Da qui l’arresto di Thant Zin Oo e la sentenza di condanna.
L’arresto dei familiari, però, non sembra essere una novità. Secondo alcuni legali birmani, infatti, sovente i familiari vengono accusati per aver trasgredito l’Articolo 42 sulle disposizioni carcerarie, ovvero la norma che regola la corrispondenza con i detenuti.
I casi più eclatanti si riferiscono al noto giornalista Win Tin, uscito di prigione recentemente dopo aver scontato una pena di 19 anni. Nel 1995, Win Tin, insieme ad altri undici attivisti, vennero severamente puniti con il prolungamento della pena a dodici anni, per aver consegnato una lettera sulle condizioni carcerarie all’allora responsabile per i diritti umani delle Nazioni Unite in visita presso gli istituti di pena birmani.
Nel solo mese di novembre sono stati ben duecentoquindici, tra attivisti, monaci, oppositori e giornalisti, i condannati, con pene fino a 68 anni di carcere, al termine di processi svoltisi a porte chiuse nell’istituto carcerario di Insein (alla periferia di Rangoon). Di questi, però, oltre cento sarebbero stati trasferiti in aree remote del Paese, proprio per essere tenuti lontani dalle proprie famiglie.
Secondo l’Assistance Association of Political Prisoners (Aapp – associazione di esuli birmani con sede a Mae Sot, Thailandia) sarebbero duemilacentoventi i prigionieri politici ancora detenuti in Myanmar, compresa Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari dal 2003.







