Cambogia – 7 gennaio 1979: liberazione o invasione vietnamita?
Liberazione o invasione vietnamita? A trent’anni dalla caduta della Kampuchea Democratica, fondata dai Khmer rossi con l’occupazione di Phnom Penh il 17 aprile del 1975, la popolazione cambogiana sembra ancora divisa su quella che il governo ritenga essere la data di liberazione dai Khmer rossi: 7 gennaio 1979.
Salutato con una cerimonia tenutasi nello stadio olimpico della capitale in cui hanno partecipato oltre 40mila persone, il trentesimo anniversario della caduta del regime di Pol Pot è considerato da molti come l’inizio del dominio vietnamita sul Regno di Cambogia.
“Se voi persone ignoranti ed estremisti non vi curate della verità – del 7 gennaio 1979 – non siete umani, ma delle bestie”, ha ammonito il Primo ministro Hun Sen.
Il maggior partito di opposizione, Sam Rainsy Party, così come altre associazioni, come Son Sann Foundation, ritengono sia invece il 23 ottobre 1991, quando con la firma degli Accordi di Parigi venne “parzialmente ristabilita l’indipendenza e la sovranità cambogiana”, la data che segna la liberazione cambogiana.
“Piuttosto che la riconciliazione nazionale, le celebrazioni del 7 gennaio spezzano l’unità della popolazione cambogiana e dei funzionari civili obbligati a prendere parte alla parata di questo giorno vergognoso”, si legge in un comunicato stampa diffuso dalla Fondazione Son Sann, fervente anticomunista e primo ministro nel biennio 1967/68.
Anche le autorità vietnamite non hanno mancato di ricordare l’invasione delle proprie truppe che, affiancate da un gruppo di esuli cambogiani, tra cui l’attuale premier Hun Sen, varcò le frontiere occupando Phnom Penh. La propaganda vietnamita ha così sottolineato che senza il 7 gennaio 1979, i cambogiani non avrebbero mai raggiunto i traguardi attuali sia a livello politico che socio economico. Di diverso avviso Sam Rainsy, segretario del partito omonimo, secondo cui “senza il forte sostegno vietnamita e cinese ai Khmer rossi non ci sarebbe stato un 17 aprile 1975, né ci sarebbe quindi stato bisogno di un 7 gennaio 1979”. Celebrare il 7 gennaio “senza una prospettiva storica- ha sottolineato Sam Rainsy in un comunicato stampa – significa giocare il ruolo dell’attuale regime”.
Una nota negativa nei confronti di Hun Sen e dell’attuale entourage politico cambogiano arriva oggi anche dall’Organizzazione non governativa statunitense, Human Rights Watch, secondo cui la mancata condanna degli ex-leader dei Khmer rossi “alimenta una cultura di impunità”.
“Dopo trent’anni, nessuno è stato giudicato o condannato per i crimini commessi da uno dei regimi più sanguinari del ventesimo secolo”, si legge in un comunicato stampa diffuso lunedì scorso dall’organizzazione con sede a New York.
A tal proposito credo sia necessario ricordare qualche passaggio storico per avere, forse, una maggiore comprensione degli eventi.
Quando l’esercito vietnamita entra a Phnom Penh, il 7 gennaio del 1979, gran parte del territorio cambogiano è ancora in mano ai Khmer rossi. Pol Pot decide di rifugiarsi nei pressi del confine thailandese, dove rimarrà fino al 1998, anno della sua morte. Son Sann, che aveva sostenuto il golpe del 1970, ad opera del generale Lon Nol, decide di costituire in Thailandia il Fronte nazionale di liberazione del popolo Khmer. Nella capitale occupata, intanto, Heng Samrin, uno dei comandanti Khmer rossi rifugiatisi in Vietnam, viene nominato alla testa della Repubblica Popolare di Kampuchea, la RPK.
Nel cortile del carcere S-21, a Tuol Sleng – contrariamente a quanto afferma HRW – viene celebrato il processo in contumacia contro i leader Khmer rossi. Vengono condannati a morte Pol Pot e Ieng Sary, che saranno poi graziati.
Il 21 settembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilisce che solo il governo di Kampuchea Democratica rappresenta legalmente il Paese est asiatico e il 14 novembre la stessa Assemblea condanna la “aggressione” vietnamita, lasciando così aperto il seggio all’ONU al governo di Pol Pot, legittimo rappresentante del popolo cambogiano.
Due anni più tardi, nel 1981, Pol Pot, Son Sann e l’ex Re, Sihanouk formano una coalizione sostenuta dai Paesi dell’ASEAN (al tempo costituita da 5 membri: Thailandia, Indonesia, Malaysia, Filippine e Singapore) e guidata da Sihanouk stesso. Il 21 ottobre, l’Assemblea generale dell’ONU conferma, con 100 voti a favore, 25 contrari e 19 astensioni, il governo di Kampuchea Democratica il solo legittimo rappresentante del popolo cambogiano decretando un embargo, anche per gli aiuti umanitari alla Cambogia. Tale risoluzione verrà riconfermata ogni anno fino al 1990. Il 27 febbraio del 1982, la Commissione per i diritti umani dell’uomo delle Nazioni Unite condanna l’intervento del Vietnam come una violazione dei diritti dell’uomo dei cambogiani.
“Quali cambogiani?”, chiede Caludio Bussolino, storico ed esperto di Cambogia. “Quelli che sono stati salvati dal genocidio o quelli che vivono a Parigi o a New York?”
Le truppe vietnamite lasceranno il Paese solo nel 1989 e il resto è storia più recente.
Per stabilire un tribunale in grado di processare i leader sopravvissuti dell’ex-Cambogia Democratica, accusati di genocidio e crimini contro l’umanità, l’Onu ha iniziato i negoziati con la Cambogia nel 1997, raggiungendo un accordo nel 2003. Le prime audizioni, dopo numerosi rinvii e ritardi, si dovrebbero tenere tra un paio di mesi.
Molti degli attuali quadri del partito di maggioranza (Partito Popolare cambogiano) e membri di governo sono ex-leader del precedente regime che, secondo statistiche interne, avrebbe causato la morte di oltre tre milioni di persone. L’attuale premier Hun Sen, dopo aver lasciato i gruppi ‘ultra maoisti’ cambogiani, fece ritorno nel Paese, proprio nel ’79, insieme alle truppe vietnamite.
Di Claudio Bussolino si può leggere:
‘Cambogia. Angkor e l’Asia dei tempi perduti’, Polaris.
‘Angkor. Un mondo perso nel tempo’, Polaris.







