Thailandia – Agitazioni sociali e incertezze politiche. l’analisi di Enzo Reale
Considerata fino a pochi anni fa una democrazia di successo in un’area – il Sud-Est asiatico – piagata da repressione e ingiustizia, da qualche tempo a questa parte la Thailandia non trova pace, turbata da agitazioni sociali e incertezze politiche che qualcuno comincia a interpretare come un chiaro segnale di involuzione.
Quel che è più grave è che praticamente tutte le ferite che stanno lacerando il corpo di questa nazione sono auto-inflitte. Le prolungate proteste della coalizione di destra del PAD (People Alliance for Democracy) contro il governo pro-Thaksin legittimamente eletto si erano concluse lo scorso dicembre con un golpe mascherato, appoggiato dietro le quinte dai militari, un ribaltone politico nella forma e un vero e proprio tradimento della volontà popolare nella sostanza. La faccia pulita di Abhisit Vejjajiva (primo ministro dal 15 dicembre 2008, ndr), un giovane di belle speranze educato ad Oxford ed il terzo premier ad assumere il potere dopo la restaurazione della democrazia post-militare, aveva illuso qualcuno che l’epoca delle turbolenze potesse essere ormai alle spalle e che le divisioni della società thailandese avrebbero potuto essere ricomposte nonostante l’eterogeneità della coalizione di maggioranza. Altri, più scettici, avvertivano che la quiete sarebbe stata solo passeggera e che presto sarebbero ricominciate manifestazioni di segno uguale e contrario da parte di coloro che si consideravano ingiustamente spodestati. E infatti sabato scorso ventimila camicie rosse (la divisa dei supporter di Thaksin) si sono fatte sentire sotto i palazzi governativi, chiedendo la convocazione di elezioni e le dimissioni del ministro degli esteri, schieratosi apertamente a favore delle occupazioni degli aeroporti che bloccarono il paese. “E’ stato un avvertimento – hanno fatto sapere i leader della protesta -, se non saranno accolte le nostre richieste, torneremo”.
A poche settimane dal suo insediamento Abhisit è già sulla graticola. Il suo principale punto debole è proprio l’appoggio dell’esercito, decisivo per il ribaltone ma oggi ipoteca troppo onerosa sul futuro dell’esecutivo. Il premier ha scarsi margini di movimento quando si tratta di assumere decisioni che potrebbero dispiacere alle alte sfere militari. Ultimo clamoroso esempio, il caso dei profughi Rohingya ributtati a mare per ordine di ufficiali appartenenti all’ISOC, un corpo speciale dell’esercito formato per opporsi alla guerriglia comunista durante la guerra fredda e ritornato in auge dopo che nel 2006 i carri armati sfilarono nuovamente nelle strade di Bangkok. La reazione del governo è stata a dir poco timida, quando non ostruzionistica: “si aprirà un’indagine”, ha dichiarato Abhisit, ma in pochi credono davvero che porterà all’accertamenteo delle responsabilità. Anche se l’immagine internazionale della Thailandia rischia di essere fortemente compromessa da questo scandalo umanitario, sul piatto della bilancia gli equilibri di potere interni continuano a contare di più, se è vero che un’investigazione troppo spinta potrebbe privare il governo del fondamentale sostegno delle forze armate. Ma con un’economia in piena crisi, un flusso di turisti che cala pesantemente, un livello di esportazioni duramente ridimensionato, Abhisit ha bisogno di più di un santo in paradiso per affrontare il difficile compito di ricomporre le tensioni politico-sociali che dividono il paese. I suoi proclami sul rafforzamento dello stato di diritto e sulla preminenza delle questioni etiche nelle relazioni internazionali appaiono oggi nient’altro che una petizione di principio lontanissima dalla realtà.
C’è poi un altro grottesco risvolto delle contraddizioni dell’attuale Thailandia. Che la figura del re e il ruolo dell’intera famiglia reale siano tenuti in alta considerazione nel paese asiatico è noto. Ma che il reato di lesa maestà venga estensivamente utilizzato per chiudere la bocca a giornalisti, editori e semplici cittadini, è storia del tutto diversa. Da due settimane la vendita del settimanale ‘The Economist‘ è bandita all’interno del paese. Il motivo è la pubblicazione di alcuni articoli che avevano osato troppo, considerati cioè dalla censura nazionale sconvenientemente critici verso Bhumibol. In particolare la rivista si era occupata del caso di uno scrittore australiano, Harry Nicolaides, condannato a tre anni di galera per un romanzo in cui faceva cenno alla monarchia in un tono ritenuto insultante. A dicembre The Economist era già stato ritirato per aver messo in discussione il ruolo del sovrano nella gestione della crisi degli aeroporti. Ma la censura si è spinta più in là. L’ultimo divieto di pubblicazione nasce da un articolo critico verso il primo ministro Abhisit per la gestione della vicenda dei Rohingya. Una tendenza sempre più restrittiva che rischia di riportare la Thailandia indietro nel tempo, in una corsa alla limitazione della libertà di espressione che si sa dove comincia ma non dove finisce. Come se non bastasse, ad agitare ulteriormente le acque è arrivata l’immancabile telefonata di Thaksin ai suoi fedelissimi per annunciare l’intenzione di ritornare sulla scena politica nazionale appena possibile. Il problema è che l’ex premier è oggi un fuggitivo, ricercato dalla giustizia del suo paese e ansioso soprattutto di recuperare gli asset finanziari che i tribunali gli hanno congelato. La sua, ormai, non sembra tanto l’immagine dell’uomo della provvidenza quanto quella dell’ex padre-padrone caduto in disgrazia, alla ricerca di attenzione e d’amore.
Ma Thaksin non va comunque sottovalutato, anche perché le sue camicie rosse hanno già promesso battaglia.







