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INDONESIA – ELEZIONI (CHE NON FANNO NOTIZIA). di Emanuele GIORDANA

Di admin • apr 11th, 2009 • Categoria: Comunicati/Eventi, Indonesia

L’articolo che segue è stato pubblicato da Lettera22.it

INDONESIA – ELEZIONI (CHE NON FANNO NOTIZIA).
di Emanuele GIORDANA

Il presidente dell’Indonesia Susilo Bambang Yudhoyono ha detto che il suo Partito democratico (Pd), che avrebbe ottenuto oltre il 20% dei voti e dunque la maggioranza relativa nelle elezioni politiche nazionali (i risultati non sono ancora ufficiali), potrebbe formare una coalizione di governo con il Partito della giustizia e della prosperità (Pks), l’unico fra i partiti confessionali ad aver guadagnato consensi (circa l’8%).
Letta così la sfida elettorale indonesiana finisce per dir poco. I partiti “confessionali” in Indonesia sono parecchi e i più forti sono il Partai Amanat Nasional (PAN), il Partai Kebangkitan Bangsa (PKB) e il Partai Persatuan Pembangunan (PPP), quest’ultimo l’unico veramente ispirato alle leggi islamiche. Tutti hanno registrato una pessima performance e discreti cali rispetto al passato. Così come il Golkar (il partito “storico” degli ultimi 35 anni e che fu creato dall’ex dittatore Suharto) e il Partai Demokrasi Indonesia-Perjuangan dell’ex presidente Megawati Sukarnoputri, le due organizzazioni “laiche” (ma le virgolette sono d’obbligo) che hanno però registrato meno del 15% dei voti.

Il presidente, che mira ad essere rieletto, può dirsi soddisfatto. Il suo partitino, che cinque anni fa si affacciò sulla scena con un risicato 7,4% dei suffragi, è oggi il primo in parlamento: le formazioni storiche, animate dalle vecchie leadership, sono in calo; gli islamisti, più o meno edulcorati, fanno poca strada e dunque lui potrà dettare l’agenda. Il calcolo elettorale è molto semplice: essendo necessario il 20% per presentare la candidatura del cosiddetto ticket (presidente e vice) alle imminenti presidenziali, Yudhoyono sceglie un partito minore che ha solo l’8% (il 20 è già garantito dal suo), sapendo che non gli sarà di nessun ostacolo ma in compenso gli consentirà due cose: dimostrare che nel paese musulmano più popoloso del mondo si dà retta alla voce degli ulema (i mullah indonesiani) e, soprattutto, che si può fare a meno della vecchia guardia. Una scommessa sul futuro in un paese giovane e che ha voglia di uscire, come ha fatto, dallo stato di nazione paria in cui la dittatura trentennale di Suharto lo aveva cacciato.

La storia recente dell’Indonesia è una storia di successo. Forse per questo non fa notizia. Non ci sono più eccedi, stragi e carneficine ma solo le vicende ordinarie di una paese democratico che resta complesso da gestire (almeno sei morti nei giorni scorsi nella provincia orientale di Papua) ma che non assurge più agli onori della cronaca (nera). Persino il conflitto nell’Aceh, che durava da decenni, è stato governato con intelligenza, tolleranza e sapienza negoziale. Yudhoyono, un signore apparentemente scialbo ma la cui silhouette figurava tra i venti “grandi” del G20, è il protagonista di questo “paese normale”. E il Partito della giustizia e della prosperità? E’ un partito islamista a tutti gli effetti ma non di quelli che vogliono cancellare Israele o che guardano con simpatia a Osama bin Laden: son islamisti “modernisti”, sufficientemente legati ai dogmi (introdurrebbero volentieri la sharia nella Costituzione) ma abbastanza pragmatici da sapere che per ora non potranno farlo. Rivendicano un ruolo “sociale”, quello di un islam vicino alle sofferenze delle classi meno agiate, che difende i diritti degli ultimi e vela le donne senza per questo relegarle nella sentina della società. Nel solco dell’islam indonesiano, le cui spinte radicali appaiono ormai molto sopite. Anche questa è una scommessa: coniugare due modernismi rispettando un amalgama di comunità diverse anche religiosamente. Una scommessa, che, finora, l’Indonesia sta vincendo. Buone notizie. Ecco perché non se ne accorge nessuno.

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