Thailandia – Scontri tra esercito e manifestanti danno inizio al nuovo anno

Un anno dai ‘neri’ auspici, per gli oltre 66milioni di abitanti dell’ex regno del Siam.
L’entrata del Sole nella costellazione dell’Ariete, che segna l’inizio del nuovo anno in molti Paesi del Sudest asiatico, tra cui la Thailandia, è stata segnata a Bangkok dagli spari dell’esercito contro le migliaia di manifestanti in maglia rossa scese in strada per sostenere l’ex primo ministro, Thaksin Shinawatra. Spari che hanno colpito a morte due manifestanti provocando il ferimento di oltre cento persone.
A distanza di pochi mesi, la situazione politica in Thailandia sembra cambiar colore ma non la sostanza. Alla fine del 2008 erano i gialli, ovvero i sostenitori dell’Alleanza del Popolo per la democrazia (Pad), a manifestare ed occupare gli aeroporti per chiedere a gran voce le dimissioni dell’allora primo ministro, Somchai Wongsawat, ritenuto un pupazzo nelle mani di Thaksin. Oggi, invece, sono le ‘maglie rosse’ pro Thaksin ad invocare una rivoluzione democratica.
Tra novembre e dicembre dello scorso anno, grazie all’appoggio dei militari e all’intervento, provvidenziale, della Corte suprema, le proteste ebbero la meglio e Somchai fu destituito. Oggi, grazie all’intervento dell’esercito, il giovane primo ministro, Abhisit Vejjajiva, sembra aver riportato l’ordine a Bangkok. Inutile l’utilizzo preventivo dello stato di emergenza, le cui misure non sono state sufficienti a fermare i manifestanti che hanno sfilato prima tra le strade dei Bangkok e poi tra quelle di Pattaya, località sulle coste nord-orientali del Paese, dove tra venerdì e domenica scorsa si sarebbe dovuto tenere l’incontro ASEAN plus Three (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico più Cina, Corea del sud e Giappone) e l‘East Asia Summit (EAS). Forum inaugurato nel 2005 a Kuala Lumpur, l’EAS vede la partecipazione, oltre che dei rappresentanti dei dieci Paesi Asean (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam), quella di Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda.
Non sono valse dunque a nulla le rassicurazioni ai leader asiatici di Abhisit, né tantomeno le misure di sicurezza adottate per tenere lontani dalla famosa località balneare, a soli 140 km da Bangkok, i rossi di Thaksin. Una sconfitta politica per il quarantaquattrenne educato ad Oxford che prima si è visto costretto ad annullare il vertice, poi a dichiarare lo stato di emergenza e infine vedere i leader appena arrivati, fuggire con elicotteri partiti dal tetto dell’albergo dove erano ospiti.

Insomma, a distanza di mesi, il Paese è ancora diviso, vittima di un clima politico che rischia di arrestare una già lenta ripresa economica e di giustificare un uso eccessivo della forza militare. Abhisit, capo del governo dallo scorso dicembre, dopo che la Corte suprema aveva dichiarato la coalizione al governo fuorilegge, è colpevole di occupare tale posizione in modo illegittimo, ovvero di non rappresentare il risultato elettorale. La risposta del placido Abhisit in questi giorni è stata chiara: “Chiunque dichiari vittoria per una sconfitta nazionale è un nemico della nazione. D’ora in poi, non permetterò che nessuno influenzi in tal modo il nostro Paese”.
Dall’altra parte della barricata, l’ex-premier Thaksin Shinawatra, alla guida del governo dal 2001 al 2006, quando venne deposto con un colpo di Stato. Fu proprio in quell’anno, in particolare il 23 gennaio 2006, che ebbero inizio i guai giudiziari che di fatto tengono Thaksin lontano da Bangkok. In quell’occasione Thaksin vendette le proprie partecipazioni e della sua famiglia nel colosso delle telecomunicazioni Shin Corp, pari al 49,6% delle azioni, ad un’impresa di Singapore, ottenendo un guadagno di circa 1,9 miliardi di euro. Immediate le rivendicazioni da parte dell’opposizione, che scese in piazza accusando il premier e l’ex-moglie, Khunying Potjaman, di aver svenduto ai ‘nemici economici’ di sempre una così importante industria di settore e di non aver pagato le giuste imposte al fisco.
Dopo nuove elezioni, boicottate dalle opposizioni e vinte da Thaksin, il colpo di Stato di settembre, quando silenziosamente i carri armati invasero le strade della capitale tra gli occhi increduli sia della popolazione che dei turisti. Da New York, dove si trovava durante il colpo di mano, Thaksin ripara prima nel Regno Unito, dove compra il club calcistico Manchester City, per poi rivenderlo agli sceicchi e infine ritorna brevemente in patria. Accolto da una folla festante, l’ex poliziotto si inginocchia e bacia terra appena atterrato a Bangkok. Il breve ritorno i interrompe per evitare di affrontare processi giudiziari che potrebbero condannarlo al carcere. Successivamente, lascia anche l’Europa, che gli nega il visto, per destinazioni sempre più segrete.
Nel 2001, quello che venne chiamato il ‘Berlusconi d’Asia’ vinse le elezioni conquistando attraverso l’ormai bandito Thai Rak Thai (I thailandesi amano i thailandesi), 377 seggi su 500.
Un successo cui Thaksin sembra non aver rinunciato e che rivendica con il sostegno di migliaia di fedeli pronti allo scontro contro Re ed esercito, colonne portanti dell’attuale governo.

Tags: , , , ,

No comments yet.

Leave a Reply