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CAMBOGIA – 34 ANNI DALL’ASCESA AL POTERE DEI KHMER ROSSI

Di Roberto Tofani • apr 17th, 2009 • Categoria: Cambogia, In primo piano

Ricorre oggi il 34esimo anniversario dell’ascesa al potere dei Khmer rossi, passati alla storia come i fautori della più spietata dittatura del secolo scorso. Il 17 aprile del 1975, la popolazione di Phnom Penh, festante e stremata da anni di guerra e violenze, accoglieva l’entrata trionfale dei guerriglieri Khmer rossi, dopo anni trascorsi a nascondersi tra la giungla.
Le testimonianze di allora dicono di ragazzi in mimetica verde, dal volto scuro e segnato dalla fame e dalla fatica, con ai piedi sandali ricavati dai copertoni degli automezzi e con in braccio gli Ak-47 ‘Made in China’. I ricordi di oggi, che coincidono con i festeggiamenti del nuovo anno, parlano di un regime in cui morirono quasi 2 milioni di persone. Persone uccise dai ‘ricollocamenti’ forzati, dai campi di rieducazione, così furono chiamati i centri dove vennero incarcerati intellettuali e nemici di ‘Angkar’, ovvero l’Organizzazione. Persone torturate o uccise nei 196 centri di detenzione come S-21, dove si pensa abbiano trovato la morte oltre 15mila tra uomini, donne e bambini. Persone morte a causa di fame e stenti, per inseguire l’utopia dell”uomo nuovo’, in una Kampuchea Democratica (Kd) che sarebbe ripartita dall’anno zero, dove non ci sarebbe stata carta moneta e solo una classe, quella contadina, base della rivoluzione Khmer.
Per tre anni otto mesi e venti giorni, il periodo in cui governarono i Khmer rossi, il 17 aprile è stato il giorno della liberazione dall’invasore capitalista e dal governo corrotto. Oggi, il 17 aprile è un giorno di triste memoria, di lutto, celebrato con cerimonie pubbliche e private, in un Paese in cui, secondo il credo buddista, coloro che si sono resi colpevoli pagheranno nelle vite successive.
La giustizia, però, nonostante siano passate oltre tre decadi, ha iniziato in questi giorni le udienze per stabilire responsabilità e giudizi su cinque imputati, ritenuti tra i massimi responsabili del governo di Kampuchea Democratica.

Il 17 febbraio e successivamente alla fine di marzo, uno dei cinque accusati e attualmente in carcere, Kaing Guek Eav, meglio noto come ‘compagno Duch’, si è trovato di fronte ai giudici del Tribunale straordinario (Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia) organizzato e in gran parte finanziato dalle Nazioni Unite. ‘Duch’, 65 anni, ex-capo dei servizi di sicurezza del Comitato centrale del partito è ritenuto il responsabile del centro di detenzione S-21. Duch, ascoltato dai giudici, ha dichiarato la sua colpevolezza, sebbene abbia sottolineato che lui fosse stato solo un esecutore materiale e non uno dei leader. Nelle sue confessioni, Duch ha infatti più volte ricordato che non avrebbe mai scelto di fare quello che ha fatto, ma di essere stato “obbligato, altrimenti ucciso”. E’ su questa linea che si basa la difesa del primo tra i cinque imputati.
L’ex professore di matematica, insieme a Khieu Samphan, alias Hem, ex-capo di Stato di Kampuchea Democratica; Ieng Sary, ex-ministro degli esteri; sua moglie Ieng Thirith, alias Phea, che fu ministro degli affari sociali; e Nuon Chea, considerato il capo ideologico del gruppo, sono accusati di genocidio e crimini contro l’umanità e rischiano il carcere a vita. A differenza di ‘Duch’, però, gli altri quattro verranno giudicati non prima del 2010. A meno che non accada l’impensabile, ovvero che vengano scarcerati per decorrenza dei termini.
Altri dirigenti Khmer rossi sono nel frattempo morti mentre erano in carcere, come Ta Mok, ‘il macellaio’, e Sam Bith, responsabile del rapimento e dell’uccisione di ostaggi internazionali. Pol Pot e Son Sen, primo ministro di Kd e membro del comitato centrale del partito, sono invece morti nel 1998, nei territori controllati dai Khmer rsossi, in seguito a malattia il primo e ucciso in una purga interna dalla fazione di Pol Pot insieme a tutta la sua famiglia, il secondo.

Fu nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, che l’Onu diede inizio ai negoziati con la Cambogia, raggiungendo un accordo solo nel 2003, per stabilire un tribunale in grado di processare gli ex-leader khmer rossi. Il budget iniziale di 56 milioni di dollari è andato progressivamente aumentando fino toccare quota 169 milioni. Solo i 21 milioni di dollari garantiti all’inizio del 2009 dal governo giapponese hanno allontanato i timori di un possibile e definitivo blocco dei lavori del Tribunale straordinario. Tribunale più volte accusato di corruzione e di aver sperperato inutilmente i fondi messi a disposizioni da Nazioni Unite e numerosi governi.
Un processo e un tribunale dagli equilibri molto delicati, ma soprattutto, poco sentito dalla popolazione cambogiana, che sembra rimanere in silenzio, in attesa che il tempo aiuti a dimenticare.

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