Myanmar – Il 2 maggio del 2008 il ciclone Nargis si abbetteva sul Paese
“Non ho acqua potabile e cibo a sufficienza oggi e non l’avrò neanche domani, sono senza lavoro e sebbene venda foglie di betel, non ho nemmeno un pezzo di terra dove poterle coltivare“. E’ la testimonianza raccolta da Sudestasiatico.com attraverso un giovane attivista di Lega Nazionale per la Democrazia (LND), che ha chiesto di rimanere anonimo e che opera da tempo nelle zone periferiche di Rangoon colpite dal ciclone Nargis.
Un anno è trascorso da quando il ciclone Nargis, colpendo la zona sud di Myanmar, ha lasciato dietro di sé morte e devastazione. In due giorni, tra il 2 e il 3 maggio del 2008, il passaggio del ciclone provocò la morte di circa 140mila persone, di cui 54mila risultano ancora scomparse. Oggi, migliaia di persone vivono in abitazioni provvisorie con scarse risorse sia di cibo che di acqua potabile. “Quella di Nargis è stata una devastazione di una tale ampiezza che ha lasciato sul campo un alto numero di morti e sopravvissuti privi di qualsiasi mezzo di sussistenza“, ci racconta Stefano Argenziano, Coordinatore per i progetti di emergenza in Myanmar per Médecins Sans Frontières (MSF) Olanda. Nei giorni successivi al passaggio di Nargis “MSF fu una delle prime organizzazioni internazionali ad arrivare nelle zone del delta dell’Irrawaddy – ovvero quella maggiormente colpita – grazie alla nostra presenza nel Paese, dove siamo impegnati da anni con altri progetti di assistenza sanitaria”, aggiunge Argenziano. Ad intervenire, in quei primi giorni, furono soprattutto gli operatori locali di MSF che “hanno operato con grande esperienza e capacità nella primissima fase di emergenza”.
I primi operatori ed esperti internazionali, infatti, causa anche la mancata autorizzazione da parte delle autorità birmane sono giunte nelle zone colpite solo alcune settimane dopo il passaggio del ciclone, ovvero dopo il voto sul referendum costituzionale del 10 maggio, posticipato al 24 nelle circoscrizioni colpite. “Io sono arrivato in Myanmar ai primi di agosto – racconta Argenziano – ovvero quando era già passato il pericolo di possibili diffusioni epidemiche, anche se resta sempre la prima cosa cui fare attenzione per poter esser pronti a fronteggiare qualsiasi tipo di emergenza”. La caratteristica di Nargis, come anche altri fenomeni simili, è quella di aver lasciato dietro di sé “morti e sopravvissuti. Ci siamo trovati di fronte ad una situazione in cui non c’era un grande numero di feriti dal punto di vista fisico ma un enorme numero di persone con forti traumi psicologici aggravata dalla totale mancanza di beni di prima necessità”, spiega Argenziano. Si conta infatti siano oltre 800mila gli edifici spazzati via dalla furia di Nargis, tra cui un alto numero di edifici pubblici come scuole e ospedali. A questo si aggiunge la scomparsa di un alto numero di bestiame da allevamento, la distruzione di oltre 80mila km quadrati di campi di riso, che avrebbero dovuto garantire il primo raccolto annuale. Un ciclone che ha colpito, direttamente o meno, secondo dati delle Nazioni Unite, oltre 2,4 milioni di persone.
E’ proprio in questa fase, “dove si richiedeva più un intervento psicologico che di medicina organica che siamo intervenuti noi di MSF” spiega il 31enne operatore italiano. A questa azione medico sanitaria, MSF ha contribuito garantendo inoltre la”distribuzione di beni alimentari e non, oltre ad attività per la purificazione delle acque”. La fase di estrema urgenza e prima assistenza per MSF, nelle aree di Laputta e Nga-pu-taw, si è conclusa con due importanti progetti alla fine di ottobre. “Oggi MSF è ancora presente nella regione di Bogaley con programmi di sostegno psicologico, potendo affermare che la parte che ci compete maggiormente, ovvero quella legata all’emergenza sanitaria, è stata superata con una buona ed effettiva risposta. In questo momento, infatti – spiega il giovane operatore – la fase più importante è legata alla ricostruzione e ai progetti di sviluppo”.
Oggi, infatti, ad un anno di distanza, sebbene alcuni campi vengano nuovamente coltivati e l’erba ricresca nelle zone bruciate dall’acqua salata del mare, infiltratasi nelle falde acquifere e nei pozzi, causando la mancanza di acqua potabile, è ancora alto il numero di persone che necessita di assistenza.
Nazioni Unite, ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico, di cui Myanmar è membro dal 1997) e governo birmano ritengono siano necessari 691 milioni di dollari e altri tre anni per garantire un ritorno alla normalità. Un anno è già trascorso e solo meno della metà del budget richiesto è stato coperto, con aiuti pari a 310 milioni di dollari.
In questi ultimi dodici mesi, però, un gran numero di organizzazioni non governative, sia nazionali che internazionali sono entrate nella zona colpita, grazie anche ad un’apertura della giunta militare impensabile dopo il blocco iniziale imposto all’indomani della catastrofe. “Il primo mese successivo al passaggio di Nargis – ricorda Argenziano – è forse stato il periodo più complicato per accedere, ma non abbiamo mai trovato difficoltà insormontabili con le autorità. Siamo quindi riusciti a fare pressochè tutto quello che ci eravamo preposti, avendo la possibilità di muoverci così come ritenevamo opportuno. Non dobbiamo comunque dimenticare che stiamo parlando di un Paese dove i movimenti di persone, mezzi e merci sono sottoposti ad un rigido controllo statale e militare”, sottolinea l’operatore di Msf.
Oggi, ad un anno da Nrgsis, la situazione nel delta resta ancora difficile da superare, ma ancora più difficile resta l’azione degli attori umanitari e dei Paesi donatori in un Paese fortemente chiuso dove, dal 1962, governa una delle più spietate dittature militari a cavallo del ventesimo e ventunesimo secolo. Attualmente, lo State Peace and Development Council (SPDC – il governo birmano), spende circa il 40 per cento del Pil (13,7 miliardi di dollari – fonte CIA World Factbook, nda.) in spese per la difesa e appena l’un per cento in spese per la sanità. Questo spiega perchè in Myanmar ci sia la più bassa aspettativa di vita e il più alto tasso di morte infantile sotto i cinque anni di tutta la regione sud est asiatica.







