COMPLEANNO DIETRO LE SBARRE PER AUNG SAN SUU KYI
Di Roberto Tofani • giu 19th, 2009 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo pianoUn altro compleanno, il sesto consecutivo, trascorso agli arresti. Non ci saranno feste, torte o candele da spegnere per Aung San Suu Kyi nel giorno del suo 64esimo compleanno. Oggi, dietro le sbarre del carcere di Insein, l’icona del movimento democratico birmano sarà sola, lontana dagli affetti familiari, lontana dai suoi compagni di partito. Lontana da un popolo che dal 1962 viene oppresso da un regime militare spietato. Sola, in attesa che il tribunale che la vede imputata per aver trasgredito le nome sugli arresti domiciliari, emetta il suo verdetto. Una sentenza che potrebbe condannarla ad altri cinque anni di detenzione. Si teme per la sua salute e la paura più grande è che quel suo sguardo fiero e profondo si spenga davanti all’ennesima sconfitta in una lotta impari ma che va avanti da oltre vent’anni.
E’ infatti nel 1988 che la figlia del generale Aung San, assassinato quando lei aveva appena due anni, torna in Birmania per assistere sua madre. E’ in quell’anno che la popolazione tutta, dagli studenti agli operai, scende in strada per prendersi la libertà. Accanto a loro, una donna esile che sin dall’inizio unisce la propria voce al coro di protesta che verrà soffocato a colpi di kalashnikov. I morti di allora, oltre tremila secondo gli attivisti, furono il sacrificio per arrivare ad elezioni libere, tenutesi nel 1990. Da palchi improvvisati e di fronte a migliaia di sostenitori e grida di giubilo, Suu Kyi conduce il suo partito, Lega Nazionale per la Democrazia, a una vittoria schiacciante. Una vittoria, però, mai riconosciuta dalla giunta militare. La delusione di una tale decisione non venne compensata neanche con l’assegnazione del premio Nobel per la pace l’anno seguente.
Nel 1995 Suu Kyi vede per l’ultima volta suo marito, l’inglese Michael Aris, cui due anni dopo viene diagnosticato un cancro. Gli appelli da tutto il mondo convincono le autorità birmane a rilasciare Suu Kyi dagli arresti domiciliari. Libera, potrebbe anche far ritorno a Londra, ma con il timore di non poter ritornare in Myanmar. La ‘Lady’ sceglie il suo popolo agli affetti familiari, i due figli e suoi marito, che morirà nel ‘99. Di nuovo agli arresti e poi rilasciata nel 2002, Suu Kyi, incurante della sua incolumità, decide che è giunto il momento di parlare alla sua gente, per portare ”una nuova alba per il Paese”. Il 30 maggio del 2003, paramilitari irrompono tra la folla durante un comizio a Depayin. Suu Kyi si mette in salvo protetta dalla folla che la circonda e che intanto cade a terra colpita dai proiettili dei fucili. Di nuovo confinata nella sua casa prigione di Rangoon, Suu Kyi non smette mai di lanciare un segno, un sorriso, un messaggio di speranza per il suo popolo.
Oggi, dopo l’intrusione nella sua abitazione da parte di un cittadino americano, John William Yettaw, Suu Kyi sta affrontando l’ennesima battaglia pacifica contro un regime di militari.
‘‘Delle avversità si possono fare tanti usi, e uno dei più preziosi è l’opportunità unica che esse offrono di scoprire aspetti poco conosciuti della società umana”, ha scritto il premio Nobel in ‘Lettere dalla mia Birmania’. ”Ingiustizia e crudeltà si trasformano, da elementi dei drammi che in un paese civile si vanno a vedere a teatro o al cinema, ad accadimenti della propria vita quotidiana. Concetti che per chi vive in altri Paesi sono esclusivamente poetico-letterari, come viltà e senso dell’onore, codardia ed eroismo, qui diventano vissuto quotidiano; la materia di cui è fatta l’epica viene qui vissuta ogni giorno”.
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Bllissimo articolo per una donna che merita rispetto…non tutti gli eroi sono morti!