TRAGEDIA DI CONFINE PER IL POPOLO KAREN
Di Roberto Tofani • giu 19th, 2009 • Categoria: In AsiaTremila o forse quattromila le persone, in maggioranza di etnia Karen, che fuggono dai propri villaggi situati nella zona sud dello Stato Kayin (a est di Myanmar). Fuggono dall’avanzata scandita a colpi di mortaio del Tatmadaw, l’esercito birmano, appoggiato da truppe del Democratic Karen Buddhist Army (Dkba), gruppo armato che ha siglato un accordo di cessate il fuoco con la giunta.
L’organizzazione Karen Human Rights Group riferisce di almeno 3.500 rifugiati che hanno raggiunto il distretto thailandese di Tha Song Yang, nella provincia di Tak a nord ovest di Bangkok.
Non è la prima volta che cittadini dell’ex-Birmania attraversano il confine thailandese per scappare dalle vessazioni delle truppe birmane. Le oltre 140mila persone appartenenti ai diversi gruppi etnici che costituiscono l’Unione di Myanmar e che oggi sopravvivono nei campi profughi situati in territorio thailandese ne sono la chiara dimostrazione. Alcuni hanno la ‘fortuna’ di aver visto riconosciuto il proprio status di rifugiato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e per questo accolti nei campi ufficiali e inseriti in programmi di ricollocamento. Per tutti gli altri non resta che affrontare una vita da reclusi in campi improvvisati, monitorati dall’esercito thailandese, e assistiti dalle innumerevoli organizzazioni non governative locali e internazionali presenti tra Mae Sot e Chiang Mai. Altri, invece, senza che un documento ne attesti provenienza o residenza, vivono da clandestini impiegati nel terziario a due dollari al giorno. Tutto ciò, con il beneplacito delle autorità e dell’esercito thailandese.
A migliaia si erano riversati al confine all’indomani della violenta repressione contro i monaci buddisti nel settembre del 2007. A migliaia varcano oggi il confine con indosso i propri vestiti e un sacco come bagaglio nei giorni in cui si celebra il processo ad Aung San Suu Kyi, icona del movimento democratico birmano. Allontanare l’attenzione internazionale sul processo in corso. Una dura risposta da parte birmana alle critiche espresse da Bangkok. Le analisi sono le più disparate, ma la verità è una sola. Il Karen National Liberation Army, braccio armato del Karen National Union, che può forse contare su 8mila soldati volontari, lotta da ormai 60 anni contro le varie generazioni di politici e generali birmani che si sono succedute al potere dal 1948, anno dell’indipendenza dal Regno Unito, ad oggi.
Con la Costituzione, promulgata il 4 gennaio di quell’anno, si delineava il sogno del padre di Suu Kyi, il generale Aung San, ”fondatore dell’Unione di Birmania”. Uno stato federale in cui sarebbero state garantite le minoranze etnico linguistiche. Autonomia amministrativa per gli Stati Shan, Kayah, Karen e Kachin, nonché la possibilità, per i primi due, di adire all’indipendenza a dieci anni dalla promulgazione della carta costituzionale. Aung San, però, non poté mai metter mano a un un tale disegno di riconciliazione nazionale. Nel luglio del ‘47 venne assassinato.
La già instabile situazione dei Karen, in maggioranza di religione cristiana, crollò precipitosamente. I leader temettero di perdere i privilegi acquisiti durante il regime coloniale, così, nel ‘49, il Knu decise di perseguire l’indipendenza attraverso l’unica via ritenuta possibile: la lotta armata. Una lotta che, fino ad oggi, non ha avuto né vincitori, né vinti, ma solo sconfitti. Oggi, quello che prima del 1989 era noto come Stato Karen, è uno dei territori più militarizzati del Paese dove, secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, sarebbero oltre centomila gli sfollati interni. Persone che quotidianamente vivono nascondendosi nella giungla in cerca di un rifugio temporaneo lontano dagli attacchi militari. Soldati che quando arrivano nei villaggi bruciano, stuprano e uccidono, così come testimoniato da centinaia di rifugiati, non solo Karen, ma anche Shan e Karenni. L’obiettivo della giunta è il pieno controllo del territorio e delle risorse naturali. Negli ultimi anni, seguendo l’antica e sempre efficace politica del ‘divide et impera’, il governo birmano ha concluso accordi di cessate il fuoco con numerosi gruppi paramilitari su base etnica. Dal 1994, infatti, i Karen di religione buddista, nati da una delle divisioni interne al Knu, hanno quindi rivolto i propri fucili contro soldati dello stesso gruppo etnico per ”combattere la discriminazione religiosa”.
Dopo la morte di Bo Mya, leader storico del Knu e l’assassinio del segretario generale, Pado Mahn Shar, freddato a colpi di pistola l’anno scorso nella sua casa di Mae Sot (Thailandia), il popolo Karen è sempre più diviso e confuso. L’appello rivolto all’Onu, alla comunità internazionale e ai Paesi vicini affinché aiutino a ”risolvere i conflitti politici e militari nel Paese” sembra un grido di disperazione. In attesa che la diplomazia riesca a far breccia tra le fila dei generali birmani, a migliaia varcano il confine thailandese in cerca di cibo, acqua e di una dimora dove poter vivere.
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