IL DELFINO DEL MEKONG RISCHIA L’ESTINZIONE
Di Roberto Tofani • giu 26th, 2009 • Categoria: In AsiaIl ‘delfino del Mekong’ è a rischio estinzione. L’alto tasso di inquinamento delle acque del maestoso fiume asiatico ha messo in serio pericolo questo particolare mammifero dalla testa smussata e arrotondata, scientificamente noto come ‘Orcaella brevirostris’.
Lungo mediamente un paio di metri per un quintale di peso, già nel 2004 il ‘delfino del Mekong’ è stata classificata come vulnerabile dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, nella Lista Rossa delle specie animali a rischio di estinzione.
In questi giorni, a lanciare l’allarme è il gruppo internazionale per la Conservazione del Wwf (World Wildlife Fund). Nel rapporto pubblicato dall’organizzazione si ritiene che l’inquinamento sia uno tra i principali responsabili del decesso di 88 cetacei negli ultimi 6 anni. Di questi, circa il 60% sono esemplari di età inferiore alle 2 settimane. Un’ecatombe, se si considera che gli esemplari rimasti, presenti nella zona del Mekong, lunga 190 km e compresa tra Cambogia e Laos, sono tra i 64 e i 76.
”Le analisi hanno mostrato che la causa dei decessi è dovuta ad un’infezione batterica”, ha affermato il dottor Verné Dove, veterinario di Wwf in Cambogia e autore del rapporto. Un’infezione che solitamente non è fatale, ”a meno che il sistema immunitario del delfino non sia stato in grado di intervenire a causa di contaminazioni ambientali”.
Le ricerche effettuate infatti mostrano livelli di pesticidi come composti organici noti come PCB (policlorobifenili) e DDT (diclorodifeniltricloroetano). Quest’ultimo proibito in Italia dal 1978 e negli Usa dal 1972. Nel 2001, inoltre, con la ratifica della Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, firmata da 98 nazioni e con il sostegno della maggior parte dei gruppi ambientalisti, l’uso del DDT e di PCB è da considerarsi proibito. E’ strano, però, notare che se Italia e Usa non hanno ancora ratificato la Convenzione, i sei Paesi attraversati dal Mekong, ovvero Cina, Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam, lo hanno fatto già da qualche anno.
Se il delfino rischia l’estinzione, va ricordato che a rischio è anche la salute e la vita delle popolazioni che vivono lungo i 4.300 km del decimo fiume più grande del mondo.
Il Wwf non è stato ancora in grado di stabilire la fonte delle contaminazioni. Si può però presumere che i livelli di mercurio, elemento chimico che distrugge le difese immunitarie degli animali, riscontrati nei delfini deceduti, provenga dalle attività delle miniere d’oro presenti nella regione est asiatica.
A problemi di contaminazione ambientale, però, si aggiungono ”limiti di diversità genetica”, dovuti alla consanguineità. ”I delfini presenti nel Mekong sono isolati dagli altri membri delle stessa specie e per questo necessitano del nostro aiuto. E’ stato dimostrato che se l’habitat dei cetacei è protetto, le popolazioni sono in grado di mostrare una notevole resistenza”, ritiene Seng Teak, direttore di Wwf in Cambogia.
Recentemente, infatti, la Wildlife Conservation Society, in collaborazione con l’Università bengalese di Chittagong ha scoperto seimila esemplari di questi delfini in un’area sinora poco esplorata delle Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie del mondo, che si estende nel delta del Gange, tra India e Bangladesh.
Questi particolari delfini, però, oltre a contaminazioni e ‘difetti’ genetici, si trovano di fronte ad altri due gravi pericoli: le reti dei pescatori e l’erosione degli argini del fiume che in alcuni tratti è causa dell’abbassamento del livello dell’acqua. Se il primo ostacolo è legato al sempre crescente sfruttamento del settore ittico, il secondo è causato soprattutto dalla costruzione di dighe allo scopo di creare centrali idroelettriche.
Proprio in questi giorni, una petizione firmata da 16mila cittadini dai sei ‘Paesi del Mekong’ è stata consegnata al primo ministro thailandese, Abhisit Vejjajiva. L’obiettivo della petizione, ‘Save Mekong’, promossa da ‘The Save the Mekong coalition’ (associazione civile ambientalista) è quello di bloccare la costruzione di dighe sul fiume:
uno tra più inquinati al mondo, ma fonte di vita per milioni di persone.
“Secondo stime ufficiali – si legge nel comunicato diffuso dall’associazione – il valore delle specie animali pescate nel Mekong arriva fino a 3 miliardi di dollari l’anno”. La preoccupazione, pertanto, è che le dighe e gli impianti idroelettrici possano bloccare il flusso migratorio di centinaia di specie, ovvero ”circa il 70% del pesce commerciabile e che assicura la sicurezza alimentare della regione”.
Sono 11 i progetti che prevedono la costruzione di dighe da cui si genererà energia elettrica. Gruppi e organizzazioni asiatiche che vogliono ’salvare il Mekong’ hanno lanciato l’allarme contro la scelta dei governi, ”necessaria” per garantire alti livelli di crescita economica. Il Mekong, però, rischia di veder sfigurato il suo volto e di cambiare il corso delle vite di milioni di persone oltre alla geografia della regione.
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