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AUNG SAN SUU KYI: COLPEVOLE

Di Roberto Tofani • ago 12th, 2009 • Categoria: Birmania/Myanmar, In primo piano

Si è concluso dopo ben tre mesi il processo che vedeva imputata Aung San Suu Kyi, le sue due collaboratrici domestiche, e il cittadino con passaporto americano, John Yettaw.
La sentenza, emessa tre giorni dopo il 21esimo anniversario delle proteste del 1988, dai giudici della corte riunitasi nella prigione di Insein, alla periferia di Rangoon, non lascia dubbi riguardo le linee politiche dell’SPDC (State Peace and Development Council – il governo birmano).
Tre anni di reclusione ai lavori forzati per Aung San Suu Kyi e le due donne, madre e figlia, che da anni la assistono nella sua casa prigione sull’University avenue. Le tre donne sono colpevoli di aver violato i termini che regolano le norme sugli arresti domiciliari cui era costretta Suu Kyi da ormai sei anni. Sette anni ai lavori forzati per Yettaw, il 54enne che nel maggio scorso aveva attraversato a nuoto il lago Inya raggiungendo la casa più militarizzata del Paese.
Dopo aver letto la sentenza, il giudice ha immediatamente lasciato l’aula per dar spazio all’ennesimo colpo di scena organizzato dalla giunta militare. Secondo quanto riportato dall’agenzia birmana in esilio, ‘Irrawaddy‘, mentre Suu Kyi era in procinto di lasciare l’aula, il ministro dell’Interno, generale maggiore Maung Oo, è entrato in scena annunciando una dichiarazione che i giornalisti e i diplomatici presenti “avrebbero voluto ascoltare”.
Prevedendo il verdetto di colpevolezza, il numero uno, il generale Than Shwe, aveva già deciso di ridurre la pena di Suu Kyi e delle sue collaboratrici. Colpevoli sì, ma con la possibilità di trascorrere solo la metà della pena (18 mesi) agli arresti domiciliari nella casa di Rangoon. A patto, però, che vengano rispettate alcune restrizioni. La ‘Lady’, potrà infatti ricevere in casa solo il proprio medico e altri ospiti previo consenso da parte delle autorità. Potrà vedere e leggere notiziari locali e chiedere carta e penna qualora ne avesse bisogno. Poi, forse, trascorso il 2010 e il processo elettorale che avrà indicato i nuovi parlamentari, Aung San Suu Kyi potrà essere libera di circolare in un Paese in gabbia. Una gabbia costruita ad hoc attraverso una costituzione che garantisce e legittima la giunta militare al potere. Una ‘roadmap verso la democrazia’, che parte dagli errori del 1990, quando i generali permisero a Lega Nazionale per la Democrazia di vincere le prime elezioni libere dal 1962 e che si concluderà con la nascita di una ‘nuova’ amministrazione civile.
In un quadro così ben delineato, in cui mancano gli ultimi tocchi d’autore, la comunità internazionale minaccia e ordina di voler vedere uno scenario diverso. Cori di protesta e messaggi di condanna sono arrivati puntuali come sempre nonostante il clima estivo e vacanziero su cui forse avevano puntato i generali per annunciare al mondo la loro presa di posizione. Da Parigi, Sarkozy “ha chiesto all’Ue di rispondere velocemente adottando delle nuove sanzioni contro il regime birmano”. Il presidente francese ha detto che le sanzioni dovranno colpire la giunta militare dove è più sensibile, ovvero “i settori da cui detraggono i maggiori guadagni, come il legno e il rubino”. E il settore energetico non genera entrate al pari di legno e rubini? Forse Sarkozy ha dimenticato gli impegni della francese TOTAL nei progetti di estrazione di gas e petrolio.
Fino ad oggi le sanzioni economiche imposte dall’Occidente non sono valse praticamente a nulla, soprattutto perchè incidono in minima parte sul prodotto interno lordo del Paese, che cresce grazie ai rapporti economico commerciali con i vicini asiatici, Cina, Thailandia e India su tutti.
Se ne sono accorti a Washington e Hillary Clinton lo ha detto chiaramente durante i suoi viaggi nel continente asiatico. A tal punto che nei giorni scorsi aveva offerto maggiori investimenti ‘Made in USA’ in Myanmar, in cambio del rilascio di Suu Kyi e degli oltre duemila prigionieri politici detenuti nelle carceri birmane. Peccato che, da sempre, la giunta non riconosca tali detenuti come ‘prigionieri politici’, ma come sovversivi contro lo Stato. Ban Ki moon non ci sta, e l’attuale presidenza del consiglio di sicurezza britannica, che cederà a breve il testimone ai cugini d’America, non usa mezze misure nel deplorare il verdetto nei confronti di Suu Kyi, tra l’altro cittadina britannica. “È una sentenza politica volta ad impedire la partecipazione di San Suu Kyi alle elezioni del prossimo anno”, scrive un rattristato Gordon Brown in una nota.
Brown sa bene che eventuali proposte sanzionatori da parte del Consiglio di sicurezza troveranno l’opposizione di Cina e Russia, da sempre legati a doppio filo con la giunta militare. Tra i membri no n permanenti anche il Vietnam dovrebbe nella migliore delle ipotesi astenersi su risoluzioni future.
Una questione, quella birmana, ben nota da tempo e i recenti rapporti che vedono sempre più vicini Myanmar e Corea del Nord nello scambio di know how nucleare con l’assistenza e l’intermediazione di Mosca e Pechino, rendono più complicata una situazione che potrebbe cambiare solo dal basso. Per questo motivo Suu Kyi deve restare confinata agli arresti. La sua forza, il suo carisma e il suo amore, contraccambiato dai suoi concittadini, potrebbe rivelarsi più forte anche delle spietate divise verdi del Tatmadaw, l’esercito birmano.

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