Il Myanmar della rivolta zafferano. Cosa resta a due anni dagli scontri.
Di Roberto Tofani • ott 2nd, 2009 • Categoria: Birmania/Myanmar“Liberi dalla paura. La nostra causa, la nostra causa. Per la vita delle persone. La nostra causa, la nostra causa”. Con queste parole i monaci buddisti hanno incitato per giorni la popolazione birmana ad alzarsi, a guardare in faccia senza paura i propri concittadini in divisa e con i fucili pronti a colpire. Due anni sono trascorsi dalle marce pacifiche dei monaci buddisti birmani. Due anni, da quando l’esercito soffocò le voci di protesta a colpi di AK-47.
Era il 18 settembre del 2007 quando centinaia di monaci buddisti birmani decisero di scendere in strada per protestare contro la giunta militare birmana. Già dalla metà di agosto, però, alcuni attivisti, sia con azioni singole che di gruppo, avevano iniziato la protesta silenziosa contro il rincaro dei prezzi di benzina e beni di consumo.
La polizia segreta, però, è sempre pronta a limitare e bloccare sul nascere qualsiasi azione che possa turbare ”la stabilità sociale”. Mentre le calde giornate trascorrono lente e tra mille difficoltà, arriva la notizia di scontri a Pakokku, cittadina situata a pochi km a sud di Mandalay, al centro del Paese. Le voci si rincorrono. Un monaco sarebbe stato ucciso da un funzionario locale. I monaci più giovani reagiscono con violenza, mentre la Sangha chiede immediatamente scuse ufficiali al governo. Dopo accuse reciproche, i monaci danno l’ultimatum per il 17 settembre. A Rangoon, riunitisi presso la Shwedagon Pagoda, a centinaia decidono che è giunto il momento di muovere pacificamente contro la giunta militare. Il 18 e nei giorni successivi le strade di Rangoon, come quelle di Mandalay, vengono invase dalle tonache color zafferano. Con le ciotole per le offerte capovolte in segno di protesta e intonando la ‘Metta Sutta’, le parole sull’amore secondo i principi del Buddha, per giorni i monaci marciano pacificamente sostenuti sia dalla popolazione che da altre comunità religiose. “A volte è difficile prendere la decisione di protestare. I militari rispondono col fuoco e con arresti di massa, molti di noi hanno un lavoro precario e una famiglia da mantenere”, mi racconta un’attivista allora presente. La forza e la determinazione dei monaci, però, spinge i mai rassegnati birmani ad alzare i propri pugni in segno di protesta. Quando un nutrito gruppo di monaci e attivisti varca le barriere dei soldati di University Road, e dal cancello della casa più famosa del Paese esce Aung San Suu Kyi con le mani giunte in segno di saluto, sembra che qualcosa possa veramente accadere. La foto della ‘Lady’, grazie a dei coraggiosi video reporter di Democratic Voice of Burma, fa il giro del mondo. Monache buddiste, donne, uomini, ragazzi e bambini dalle strade, dai balconi e dai tetti delle case si uniscono al fiume color zafferano che invade le strade rispondendo al grido: “Liberi dalla paura. La nostra causa, la nostra causa”.
All’improvviso, però, la situazione inizia a precipitare. I soldati e la polizia che fino allora si erano limitati a guardare e controllare sono pronti a riprendere in mano il controllo del territorio. Dopo i primi scontri e i primi arresti, il confronto diventa cruento. Nella notte tra il 25 e il 26 settembre i militari irrompono nei monasteri, colpendo e arrestando centinaia di monaci. In molti fuggono dalla città riparando nelle campagne circostanti. L’imposizione del coprifuoco e il divieto di riunione per più di cinque persone sembra spegnere le speranze della popolazione. Il 27, però, i monaci sono di nuovo in strada, sostenuti a gran voce dagli studenti. Ad una decina di metri dalla Sule Pagoda, i militari schierati “iniziano a gridare attraverso i megafoni intimandoci di allontanarci e disperderci”. Partono le prime cariche accompagnati dai colpi di fucile. Davanti agli occhi del mondo il foto-reporter giapponese, Kenji Nagai, cade a terra esanime. “Subito dopo – racconta l’attivista – i soldati iniziano a sparare contro la folla sia con proiettili di plastica che con pallottole vere. Mentre la folla si disperde tra il fumo dei lacrimogeni, a centinaia vengono arrestati e molti uccisi. Non posso dire con certezza cosa sia accaduto, mi son prima preoccupato di mettermi in salvo e durante i giorni del coprifuoco sono rimasto chiuso in casa”.
Le speranze di milioni di birmani si spengono così, tra il fumo dei lacrimogeni e i corpi senza vita avvolti dall’abito color zafferano. “Da allora, nulla è cambiato”, è il commento di Sein Win, caporedattore di Mizzima, agenzia di stampa birmana in Thailandia. “Molti dei monaci e dei manifestanti che furono arrestati allora sono ancora in carcere, sopravvivendo a condizioni durissime”, aggiunge il giornalista birmano. Secondo stime delle Nazioni Unite durante quella sanguinosa repressione morirono 39 persone, ma “nessuno saprà mai quanti furono uccisi in quei giorni”.
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