Vietnam – Rappresentazioni teatrali contro la violenza di genere
Un uomo ubriaco schiaffeggia sua moglie. Lei cade a terra e il pubblico, tra cui molte donne, scoppia a ridere. Lo spettacolo teatrale è finito. Una donna in lingua Tay, una delle numerose lingue parlate dalle minoranze etniche del Vietnam, spiega perché i mariti non dovrebbero picchiare le proprie mogli. La rappresentazione, che si tiene durante il mercato settimanale nella provincia settentrionale di Cao Bang, è sostenuta da alcune organizzazioni non governative a favore dei gruppi etnici minoritari come i Tay.
Opere teatrali quindi, per informare le numerose comunità del Paese sulla legge contro la violenza domestica e aiutare a migliorare le relazioni di genere. “Senza dubbio, un ottimo sistema”, è il commento a Terra di Alessandra Chiricosta, filosofa interculturalista ed esperta di questioni di genere in Vietnam. “La questione, in Vietnam come nel resto del mondo, è prettamente culturale. Anche se in Vietnam la legislazione in materia di genere è decisamente avanza rispetto ad altri Paesi della regione, anche tra i Kinh (o Viet, il gruppo etnico maggioritario) stessi la violenza domestica viene ancora riconosciuta come una questione privata e familiare. Si tratta quindi – sottolinea la Dott.ssa Chiricosta – di cambiare atteggiamento culturale. Un’opera che mostra in pubblico dinamiche che, seppur ben note, vengono confinate nelle mura domestiche, può portare a un’acquisizione di consapevolezza sociale e quindi ad una mutazione culturale.”
Nel 2006, fu l’Ong italiana GVC a utilizzare per prima in Vietnam il teatro come mezzo di comunicazione e informazione. Il concetto è stato ora ri-utilizzato e ri-adattato in un ‘Caravan di genere’ da una Ong svizzera in collaborazione con l’Unione delle Donne vietnamite, associazione governativa presente in ogni provincia del Paese.
Nel 1982, il Vietnam ha ratificato la convenzione voluta dalle Nazioni Unite contro ogni forma di discriminazione contro le donne, meglio nota come CEDAW. Le due leggi nazionali contro la violenza sulle donne e per l’uguaglianza di genere, approvate nel 2008 e nel 2006 rispettivamente, sono entrate in vigore quest’anno. Secondo un sondaggio condotto dal governo l’anno scorso, circa il 20% delle casalinghe subisce violenze tra le mura domestiche. In Vietnam, l’80% delle donne in età lavorativa ha un’occupazione, con un tasso di alfabetizzazione molto vicino tra i due sessi. Queste percentuali, però, valgono principalmente per il gruppo etnico maggioritario, circa l’86% su una popolazione di 86 milioni di abitanti.
In alcune aree remote del Paese, quelle montane al confine con la Cina, lungo i confini con Cambogia e Laos o lungo la lingua montagnosa degli altopiani centrali, le cose sono abbastanza differenti.
“Di fondo perché i gruppi minoritari rappresentano la frangia più povera e meno alfabetizzata del Vietnam. A causa della povertà e del basso livello culturale, nonché dei forti cambiamenti avvenuti nel secolo scorso, il consumo di alcol e droghe da parte delle popolazioni maschili delle minoranze è decisamente aumentato. E’ frequente, inoltre, che l’ubriachezza, a ritorno a casa, diventi molesta”.
Il governo di Hanoi riconosce ufficialmente 54 gruppi etnici. Tra questi, quello Tay è il più popoloso, con oltre un milione di abitanti. La provincia di Cao Bang, al confine con la Cina ha un popolazione composta per il 98% da gruppi etnici minoritari, in gran parte Tay e Nung. Altri gruppi, tra cui Dao e H’Mong, entrambi spintisi a sud dalla Cina a partire da tre secoli fa, sono poveri e vivono in aree difficilmente accessibili. E’ qui, tra queste zone e tra queste popolazioni, che la figura della donna è considerata inferiore fin dalla nascita.
Secondo quanto sostenuto in un rapporto sulla salute materna pubblicato nel 2008 da United Nations Population Fund (UNFPA), “dal momento della nascita, le donne assumono una posizione di inferiorità per tutta la propria vita”. Donne che preferiscono non utilizzare metodi contraccettivi perché temono di essere picchiate o rifiutate dai loro mariti, che spesso hanno l’ultima parola sui diritti di riproduzione.
“Le donne H’Mong, ad esempio – come spiega Chiricosta – vivono una situazione particolarmente difficile. Secondo le loro tradizioni, infatti, la donna ha da sempre una posizione di estrema sudditanza. Non a caso, ancora oggi, il matrimonio avviene sovente tramite il rapimento della sposa. In pratica attraverso uno stupro del futuro marito e il pagamento di un’ammenda alla famiglia di lei. In gran parte senza il consenso della sposa e nonostante sia da considerarsi illegale”.
Oggi, comunque, la sensazione è che in Vietnam, le donne, più della metà della popolazione, rappresentino il vero motore trainante della famiglia, ovvero, il nucleo centrale su cui si poggia l’intera rete sociale del Paese.
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