Cambogia – Conclusioni finali per il processo contro ex leader Khmer rossi
Sono iniziate oggi e andranno avanti per tutta la settimana le udienze per le conclusioni finali dell’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (Eccc), il tribunale istituto con il sostegno dell’Onu e chiamato a giudicare sui crimini commessi dagli ex leader di Kampuchea Democratica. Per le sentenze, però, si dovrà attendere il prossimo anno. Kaing Guek Eav, alias Duch, ex direttore del centro di detenzione S-21, dove vennero arrestate, torturate e uccise oltre quattordicimila persone, è stato il primo imputato ad essere ascoltato.
L’ex professore di matematica è apparso per la prima volta davanti ai giudici dell’Eccc tra febbraio e marzo scorso. Dopo 72 giorni, in cui quasi 24mila spettatori hanno assistito ai resoconti di 55 testimoni, il 17 settembre scorso si è conclusa la prima sessione di udienze. In questi mesi Duch ha più volte confessato le sue colpe pur continuando a negare di aver ricoperto un ruolo centrale tra i quadri di Kampuchea Democratica.
In attesa che il processo abbia fine, il ‘tribunale ibrido’ sembra trovare proprio nel governo di Phnom Penh uno dei suoi principali detrattori. Il primo settembre scorso, Robert Petit, uno dei pubblico ministero internazionali che fin dall’inizio dei lavori processuali riteneva allargare le indagini a figure che ancora oggi ricoprono cariche istituzionali, ha lasciato “per ragioni familiari”. “Non si possono processare altri sospetti senza considerare l’unificazione pacifica del Paese”, è la linea di pensiero del primo ministro Hun Sen, soprattutto contro coloro che “sovvertirono il regime dei Khmer rossi e hanno lavorato con l’Onu per la creazione del tribunale”, operativo dal 2003, dopo sei anni di colloqui e trattative serrate.
Il premier cambogiano, Khmer rosso fino al 1977, quando riuscì a riparare in Vietnam per poi rientrare in patria a fianco dell’esercito vietnamita due anni più tardi per “liberare il Paese”, ha sempre espresso con fermezza il suo pensiero. Hun Sen, infatti, ritiene che “le Nazioni Unite, che hanno riconosciuto fino al 1991 il seggio all’Onu di Kampuchea Democratica, dovrebbero finire sul banco degli imputati quanto o addirittura più di Pol Pot”. Il 13 gennaio del 1979, e per i successivi 13 anni il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, su richiesta del ‘Re padre’, Sihanouk, invocò il ritiro delle truppe vietnamite definendo la Kampuchea Democratica il solo governo legale della Cambogia.
Nonostante i continui attacchi da parte della politica di influenzare i lavori del tribunale, sei degli attuali quadri di governo sono stati chiamati a testimoniare nelle udienze che vedranno alla sbarra degli imputati gli altri quattro ex-leader Khmer rossi. Così, con una lettera datata 25 settembre, il giudice Marcel Lemonde, ha chiesto che il presidente del Senato, Chea Sim, dell’Assemblea Nazionale, Heng Samrin, il ministro degli Esteri, Hor Namhong, delle Finanze, Keat Chhon e due senatori del Partito Popolare Cambogiano (Ppc, il partito di governo) testimonino per delineare il ruolo avuto nel regime di Pol Pot da Khieu Samphan (alias Hem), ex-capo di Stato di Kampuchea Democratica, Ieng Sary, ex-ministro degli Esteri, sua moglie Ieng Thirith (alias Phea), ex-ministro degli Affari sociali, e Nuon Chea, considerato il capo ideologico del gruppo. I quattro, come Duch, sono accusati di genocidio e crimini contro l’umanità.
Dei cinque imputati, però, solo Duch ha in parte ammesso la sua responsabilità durante quei tre anni otto mesi e venti giorni d’inferno che il Paese ha attraversato tra il 1975 e il 1979, quando il regime di Pol Pot si rese responsabile della morte di due milioni di persone. “Non mi sento di accusare i miei subordinati. Io sono vergognosamente responsabile”, ha affermato in una delle udienze Duch, da oltre dieci anni pastore evangelico.
Ora, il rischio è che i ricorsi presentati dalla difesa di Ieng Sary che chiede l’allontanamento del giudice Lemonde per “faziosità”, possano procrastinare le successive udienze di un tribunale che ha già speso il doppio del budget stanziato inizialmente, fissato in 56 milioni di dollari. Il rischio, quindi, è quello che il silenzio soffochi e copra definitivamente un capitolo ancora oscuro nella storia di un Paese dove la metà della popolazione (14 milioni di abitanti) ha un età inferiore a 21 anni. Scrive Rithy Panh regista e autore dell’acclamato ‘S-21: The Khmer Rouge Killing Machine’: “Sopravvivere a un genocidio, riprendere a vivere dopo un genocidio richiede uno sforzo enorme. Bisogna parlare, rammentare tutto a prescindere dal dolore che il ricordo rinnova. Voler seppellire il passato senza comprenderlo, significa assumersi il rischio di essere ossessionati da questo passato. Ma è responsabilità dei sopravvissuti nei confronti delle vittime parlare, testimoniare, comprendere”.
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