ASEAN – Ad Hanoi il sedicesimo Summit
”Verso una comunità Asean: da una visione all’azione”. Sulla scia di questo slogan si sono aperti quest’oggi nella capitale vietnamita di Hanoi i lavori del 16esimo summit ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico).
Un vertice in cui i temi principali sembrano passare in secondo piano rispetto alla situazione politica thailandese. Dal 12 marzo scorso, infatti, i fedeli dell’ex premier Thaksin Shinawatra, uniti nelllo United Front for Democracy against Dictatorship (UDD) manifestano tra le strade di Bangkok, chiedendo le dimissioni dell’attuale primo ministro, Abhisit Vejjajiva – che ha deciso all’ultimo minuto fosse meglio rimanere in patria – e nuove elezioni. Elezioni annunciate invece in Myanmar, le prime dopo quelle annullate nel 1990, quando ad imporsi fu Lega Nazionale per la Democrazia, il partito guidato da Aung San Suu Kyi, attualmente agli arresti domiciliari. Due situazioni, quelle in Thailandia e nell’ex-Birmania, che non dovrebbero creare problemi durante la due giorni di incontri programmati ad Hanoi. Il governo vietnamita, infatti, ha già reso noto da giorni che le questioni di politica interna dei singoli membri dell’Associazione non saranno temi di discussione. Come del resto stabilisce uno dei principi fondanti dell’Associazione nata nel 1967 a Bangkok, ovvero quello di ”non interferenza negli affari di politica interna dei singoli membri”.
Il sedicesimo summit riprende per molti aspetti i temi affrontati in quello precedente tenutosi in Thailandia appena sei mesi fa. In quell’occasione fu la crisi economica ad avere un ruolo di primo piano. Lo sarà anche per il summit di Hanoi, sebbene il mese scorso i dieci membri abbiano dato seguito alle promesse thailandesi. Insieme con Cina, Corea del Sud e Giappone, l’Asean ha infatti siglato un accordo che impegna i 13 governi a ”migliorare la capacità di rispondere in modo effettivo ai rischi dell’economia globale”.
Ponendo la firma sull’accordo denominato ‘Chiang Mai Initiative Multilateralisation’, i 13 Paesi hanno stabilito un fondo di 120 miliardi di dollari sulla base di un accordo ‘swap di valute’. In pratica i singoli governi avranno garantito, qualora ne abbiano bisogno, un prestito in proporzione al contributo dato, scambiando la propria valuta in dollari. Un fondo in cui Giappone e Cina, due partner di lungo periodo dell’Asean e membri dell’ASEAN plus Three, hanno contribuito con una quota rispettiva del 32 per cento.
In agenda, oltre a questioni di tipo economico, misure e proposte per dare forza alla Carta ASEAN e che stabiliscano le linee guida per la creazione di una comunità ASEAN entro il 2015. Tra cinque anni, infatti, è prevista la creazione di una zona di libero scambio tra sei dei membri (Thailandia, Singapore, Brunei, Indonesia, Filippine e Malaysia), cui si aggiungeranno gradualmente anche i quattro Paesi (Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam) considerati ancora non in grado di aprire le proprie frontiere ad uno scambio commerciale senza dazi doganali su oltre il 90 per cento dei prodotti. Ad imporsi in questi giorni, però, così come lo era stato ad ottobre scorso, non sono solo questioni economiche. Alla vigilia del summit di Copenaghen i dieci membri si presentarono con una dichiarazione comune. Oggi, a quattro mesi dal fallimento di Copenaghen e a pochi giorni dalla prima commissione sul Mekong, ospitata dal governo thailandese con la presenza dei rappresentanti di Vietnam, Laos, Cambogia e Cina, i dieci membri vogliono sottolineare la necessità di prendere azioni comuni per contrastare insieme gli effetti dei cambiamenti climatici. C’è infine attesa per la nascita della prima commissione sui diritti delle donne e dei minori. Dopo la creazione della prima commissione sui diritti umani, che ha debuttato nel summit precedente, ad Hanoi verrà inaugurato un comitato che sarà chiamato a proteggere i diritti di oltre 300 milioni tra donne e bambini, ovvero circa la metà della popolazione dei dieci membri.







