Hanoi, come una seconda casa

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Si ritorna in un Paese, in una città, per caso, per scelta, per amore o per lavoro. Qualunque sia il motivo della partenza, l’adrenalina è sempre la stessa e sempre diversa. Fui io a scegliere Ha Noi per la prima volta e sinceramente neanche saprei dire se ci fosse un motivo particolare. L’idea di un amico di poter trovare in est Asia quella nuova linfa che sembra stia scemando in Europa sosteneva una scelta voluta quasi per gioco. Fui accolto a braccia aperte e fu amore a prima vista, senza nulla togliere agli altri cinque sensi, si intende. L’emozione e il motivo del viaggio predispongono animo e corpo in un ‘mood’ che non è mai uguale, ma quando le porte si aprono e la ventata umida lascia alle spalle l’aria confezionata e uguale in ogni aeroporto nel mondo, ogni senso viene coinvolto e stravolto.

I 25 km che portano in città offrono al viaggiatore l’opportunità di lasciare libera la mente, di proseguire un viaggio tutto suo. La tensione della prima volta e la gioia del ritorno. La preoccupazione di doversi adattare al piacere di lasciarsi crogiolare e cullare.
Se l’aumento del traffico e del numero delle auto è il primo indice della ricchezza cittadina, il numero sempre crescente di complessi industriali che costeggiano la grande arteria verso il centro, ci ricorda quella di Ha Noi e dei suoi sei milioni di abitanti (dati ufficiali). Ad un primo sguardo sembra che la strada sia di proprietà della compagnia telefonica LG. Sotto gli stendardi che ricordano i mille anni della città, migliaia di cartelli luminosi della nota casa coreana monopolizzano la comunicazione pubblicitaria. Forse a voler colmare il gap con le concorrenti Samnsung e Nokia, che invece spopolano tra le vie del centro e tra le affusolate e veloci mani vietnamite.

L’aeroporto di Noi Bai è già lontano, ma solo dopo aver attraversato il fiume rosso possiamo dire di essere veramente ad Ha Noi, nella città in ”mezzo al fiume”. A far da cornice ad un caos dove il bufalo si muove sicuro negli spazi aperti circostanti, l’ingresso in quello che definirei un ‘ghetto per occidentali’. I cavalli alati posti in cima ad un imponente arco di trionfo delimitano l’ingresso di Ciputra. Un muro di cinta che rinchiude e racchiude gran parte degli espatriati in quella che sarebbe dovuta essere una tra le più brillanti operazioni edilizie e immobiliari progettata dai vicini indonesiani dell’Ha Noi che cresce e del Vietnam che si ‘sviluppa’. Ad oggi, resta uno spazio a metà e in gran parte invenduto dove però hanno sede le scuole internazionali, dove crescono e vengono educati i figli della comunità internazionale e della nascente borghesia vietnamita. Fuori da Ciputra c’è una città che freme, curiosa di conoscere, rispettosa del passato e ben radicata nel presente. A sorprendermi questa volta non è più l’alto numero di auto che, senza freni blocca nelle ore di punta il flusso lento e continuo delle migliaia di veicoli a due ruote, bensì l’atteggiamento e il diverso modo di vestire dei giovani hanoiani. Il casco poco protettivo, ma dai colori e dalle forme più diverse è ormai obbligatorio per legge, ma non per i bambini che dormono, giocano o leggono sull’ampia e comoda sella in grado di reggere fino a cinque persone. Sotto il casco cappello, sempre più ragazze con capelli corti, quasi a voler tagliare con la tradizione che preferiva la lunghezza come immagine di bellezza. “Ero stufa di portare le mie lunghe trecce”, mi racconta Ahn, appena 23enne, laureata e già con una importante esperienza lavorativa alle spalle nel mondo globale della cooperazione. Oggi Ahn ha deciso di lasciare uno stipendio di 200 dollari al mese e una Ong che gli avrebbe assicurato almeno altri tre anni. Assunta da un grande gruppo delle due ruote, Ahn guadagna circa il doppio, “oltre ad imparare qualcosa di nuovo. Sono molto entusiasta di questa nuova esperienza e spero di poter lavorare in un ambiente sereno e coinvolgente”. La tranquillità dell’ambiente di lavoro e la possibilità di arricchire il proprio background professionale sembrano essere un’esigenza primaria.

A darmene conferma è la mia amica Nguyet, con cui ebbi il piacere di lavorare insieme qualche anno fa. “L’ambiente di lavoro è molto importante, a volte più dello stipendio”, mi racconta Nguyet. Trent’anni segnati da uno sguardo intenso e profondo, Nguyet sembra impersonificare la tenacia e l’orgoglio vietnamita. Da poco sposata, in età molto avanzata nel Vietnam di oggi, Nguyet, terza di sei figli, è plurilaureata ma con una gran voglia di imparare. Il suo volto, addolcito da uno splendido sorriso, è quello di una donna forte, anche delle sue esperienze di studio e lavoro all’estero. Un caschetto e degli abiti sobri che contraddistinguono le sue preferenze, Nguyet ha da poco lasciato l’impiego ‘sicuro’ presso un grande gruppo industriale europeo che ha deciso di produrre anche in Vietnam. Dalle sue parole emerge una notevole conoscenza della situazione e della società italiana, oltre ad una forte sicurezza del presente in vista di un futuro interamente da plasmare. “Avete un Paese pieno di vecchi, di anziani, dove non viene dato spazio ai più giovani e dove sono sempre meno le buone opportunità di lavoro”, mi dice accennando un sorriso imbarazzato. “Sebbene molti ragazzi vietnamiti aspirino al tanto agognato posto fisso in imprese statali o nei vari ministeri, io cerco delle posizioni che mi diano la possibilità di cambiare e che siano sempre stimolanti, dove possa mettere in pratica ciò che ho studiato”. Prima di incontrarmi Nguyet ha avuto due colloqui di lavoro. E’ lei a dettare i tempi. Il mio ironico e quanto mai angosciante ‘le faremo sapere’ fa ridere di gusto entrambe.

E’ ormai sera. Nel posacenere restano le mie sigarette consumate fino al filtro e una ventina di stuzzicadenti che Nguyet ha spezzettato nel corso della nostra conversazione. In sella suo ‘Zip Piaggio Made in China’, Nguyet scompare nel traffico caotico di Hanoi. Salgo in sella al mio motorino anch’io e mi butto nello sciame serale che come un’onda rumorosa si muove leggero tra le strade di una città, che seppur millenaria, sembra in cerca di una sua nuova identità. [Continua...]

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One Response to “Hanoi, come una seconda casa”

  1. Fabio 5 ottobre 2010 at 15:06 #

    sempre piacevole. Ti seguo ben volentieri!

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