ELezioni birmane – reportage pre-elettorale

Cari lettori, causa problemi di connessione e con la rete informatica cui ho dovuto far fronte in Myanmar/Birmania per l’intera permanenza, ‘posto’ solo ora quanto scritto, ma già pubblicato dai quotidiani italiani per cui ho collaborato, sia durante le elezioni che nelle giornate che hanno visto finalmente libera Aung San Suu Kyi.

Quello che segue è il primo reportage scritto per ‘Il Riformista‘, con la collaborazione di Lettera22.it e uscito con lo pseudonimo Sudan Caupolican

Rangoon (Yangon) – Sul visto stampigliato sul passaporto, il nome è ancora quello che fa riferimento ad Union of Myanmar e non alla neonata Republic of Union of Myanmar glorificata da un nuovo inno e da una nuova recente bandiera: stella bianca su sfondo verticale giallo, verde e rosso che sventola su molti edifici dell’ex capitale, che ancora resta la città più importante del Paese.
Arriviamo a Rangoon (Yangon) al calar del sole e nell’orario di punta che porta come sempre in strada un numero incredibile di automobili che solo due anni fa non ricordavamo. L’aria calda e secca è resa acre dai gas di scarico di automobili alimentate da una benzina mal raffinata e che hanno l’età dei loro autisti. Qualche Suv, auto sportive coi vetri oscurati e molte biciclette. Gli autobus e i pick up sono stracolmi di persone come sempre e i 22 km dall’aeroporto alla downtown si percorrono lentamente e in silenzio. All’altezza di University Avenue, dove vive reclusa ormai da anni la Nobel Aung San Suu Kyi, la ‘Lady’, il tassista indica la direzione opposta. “Qui c’è l’Università”, dice convinto.
Si respira un clima di attesa e di calma apparente tra le strade di Rangoon alla vigilia di un voto elettorale atteso da vent’anni, dopo un’elezione, quella del 1990, che aveva assegnato la maggioranza con oltre l’80% dei consensi alla Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd) guidata da Aung San Suu Kyi, i cui termini detentivi scadranno formalmente il 13 novembre prossimo. Un voto mai riconosciuto dalla giunta militare e che adesso gode della promulgazione di ben cinque leggi elettorali.
Il generatore della la guest house sembra fuori uso e appena entriamo, salta l’elettricità. “Ultimamente capita sempre più spesso e per di più abbiamo problemi con il generatore, oltre che con internet”, mi dice sorridendo la padrona. Intorno, i rumori della strada con i marciapiedi affollati da mercanti stanchi ma sempre pronti a regalare un sorriso o un saluto.
La moneta statunitense è in caduta libera. Da 1.250 a 850/890 Kyat. La differenza la fa solo il cambio di biglietti da 50 o 100 dollari. Il motivo? Diversi e difficili da confermare. “Il flusso di investimenti esteri che nei primi sette mesi ha toccato quota 16miliardi di dollari ha fatto confluire valuta corrente”, suggerisce un giornalista locale. Ma non è solo la crescita degli investimenti che vede in testa Thailandia e Cina ad aver influito sull’apprezzamento della valuta locale. E’ una storia che ha radici più profonde. Da sempre la giunta cerca di assimilare i 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti sia dalla costituzione del 1974 sia da quella approvata nel maggio del 2008. Gruppi che controllano vaste zone territoriali lungo i confini sino-thailandesi e forti di organizzazioni paramilitari in lotta da mezzo secolo con la giunta. Piccoli eserciti che oltre al traffico illegale di avorio, gemme, oppio, tek o esseri umani, si finanziano ora con la produzione di metanfetamine. Una produzione che ha sempre fatto confluire valuta forte a seconda delle domanda e che oggi sembra non avere sosta mettendo in luce una produzione di stupefacenti che cresce a dismisura e invade un mercato sempre più ampio e in espansione. Che a sua volta, se rafforza l’economia sommersa, ha però anche sviluppato la struttura paramilitare di questi gruppi, che hanno rifiutato la richiesta della giunta a deporre le armi e confluire nel Tatmadaw (l’esercito nazionale) come guardie di confine.

Tutta l’attenzione è comunque puntata sul voto di domenica che, soprattutto in occidente ma anche nei Paesi asiatici, è messo sotto accusa, inficiato com’è da una serie di leggi che negano a priori i basilari principi di una democrazia. Che i militari traducono così: “La democrazia non è l’obiettivo, ma un patto. In altre parole, una pratica. Un patto tra un’economia di mercato in cui le persone hanno il diritto di creare e godere dei propri bisogni individuali. Non è un socialismo democratico, né una democrazia socialista. La persona che governerà la nazione verrà eletta secondo le aspirazioni del popolo”, si legge sul ‘The New Light of Myanmar’, l’organo di stampa del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (il governo birmano).
Al voto, la Lega Nazionale per la Democrazia non prenderà parte, in seguito alla decisione di boicottaggio voluta da Suu Kyi e dai suoi compagni e che vedrà 3071 candidati contendersi i 1158 seggi divisi tra l’ Assemblea Nazionale (Amyotha Hluttaw), quella del Popolo (Pyitu Hluttaw), e quella degli Stati e regioni.
“Un voto che non cambierà nulla. Si cambia l’abito ma la sostanza rimane uguale”, confida il leader di un Fronte giovanile nato con l’approvazione e il sostegno, non solo emotivo, di Suu Kyi e dell’anziano leader dell’opposizione U Win Tin, che più di altri “crede in noi giovani desiderosi di dare vita ad una rivoluzione fondata sulla formazione e la crescita culturale della generazione che verrà”. Un obiettivo che potrebbe sembrare utopico girando tra le strade di Rangoon, ma che non sembra spaventare questi ragazzi che non mostrano segni di stanchezza; semmai una grande forza e ottimismo, nonostante le enormi difficoltà che sono chiamati ad affrontare.
Più che da anziani candidati dell’opposizione che non riescono ad andare oltre l’elenco di obiettivi da perseguire senza riuscire a disegnare un vero e proprio programma politico, spunti di riflessione arrivano dalla giovane segretaria non ancora trentenne di un candidato del Fronte democratico nazionale (National Democratic Front o Ndf), il maggior partito di opposizione nato dalla scissione di Lnd. “Queste elezioni sono le prime dopo vent’anni. Dobbiamo provarci. Non è vero – sostiene – che l’acqua è sempre la stessa e cambia solo la forma della bottiglia, come credono in molti. Tra cinque anni potremmo andare a votare di nuovo e così ancora tra altri dieci. Il cammino è lungo ma dobbiamo sperare in un cambiamento. La nostra sede ci è stata affittata solo venti giorni fa da un funzionario dell’esercito che crede in noi. Molti militari o funzionari di governo vorrebbero votare per alcuni partiti di opposizione”. Nel 1990 alcuni lo fecero… “Per questo, adesso, saranno costretti a votare prima del 7 novembre – aggiunge – e sotto gli occhi dei loro superiori. Non hanno alcuna scelta, nessun diritto”. Tutti in realtà sanno che voteranno il Partito di Unione per la Solidarietà e Sviluppo, sostenuto dalla giunta e forte di oltre mille candidati. Ma per il Fronte democratico nazionale la speranza di un risultato rimane.
“Per questo motivo – aggiunge – già prima di domenica l’attuale governo avrà in mano, oltre al 25% per cento dei seggi assegnati dalla costituzione, un altro 30%. Ciò però non significa che non dobbiamo provare a dar vita ad un cambiamento”.

Tra le strade del centro di Rangoon i manifesti dei candidati nemmeno si vedono. “Internet è più lento del solito”, dice la gente in questi giorni, ma i pochi che hanno una parabola possono vedere le tribune elettorali organizzate dai media birmani in esilio come Irrawaddy.org o Democratic Voice of Burma. In un Paese dove gran parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà cercando di portare a casa almeno un pasto al giorno, sensazioni e testimonianze contrastanti si rincorrono tra le strade affollate dell’ex capitale su un voto che dovrebbe portare alle urne, tra le sei del mattino e le quattro del pomeriggio di domenica, circa 29milioni di elettori in 1158 collegi elettorali. In alcune zone di confine però il voto è già stato annullato. E l’intero processo elettorale non potrà godere nemmeno della più piccola missione di monitoraggio internazionale.
In carcere restano oltre 2.100 prigionieri politici che la giunta non ritiene tali e che ha bollato come “sabotatori e nemici dello Stato”. Tra loro c’è anche Aung San Suu Kyi che, se venisse liberata, “sarebbe in grado di far emergere nuove speranze e fiducia nel futuro in un Paese il cui governo, nonostante i cambiamenti al vertice, non ha fatto altro che peggiorare la situazione della popolazione”, sottolinea il giovane leader studentesco. Una figura che, però, secondo gli scettici, “non sarebbe invece più in grado di poter guidare l’attuale Birmania. Un Paese sempre più vicino a India e Cina e pronto, dal 2020, ad aprire le sue porte agli altri nove membri dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), in quella che già oggi viene definita, la più grande area di libero scambio al mondo.

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