Elezioni birmane – Alla vigilia del voto
Articolo pubblicato per ‘Il Messaggero‘, il 7 novembre 2010.
firmato con lo pseudonimo di Arco Iris
Rangoon – “Attendiamo le direttive dai nostri leader”, è la risposta più comune che i candidati dell’opposizione mi danno alle domande sui loro programmi politici, sulle direttive che dovranno seguire se riusciranno ad ottenere uno dei 1158 seggidivisi tra l’ Assemblea Nazionale (Amyotha Hluttaw), del Popolo (Pyitu Hluttaw), degli Stati e regioni. Ad alcune domande che da noi sono maturate nei secoli a partire da quello dei lumi, i miei astanti tentennano, ci riflettono e infine si rifugiano dietro le spalle dei propri leader. Candidati che l’otto novembre potrebbero trovarsi di fronte una maggioranza di governo costituita da militari per un quarto, ed ex funzionari di governo per gli altri due. E’ tra la periferia di Rangoon, cercando di schivare inutilmente poliziotti in borghese, uomini di governo che si fingono “sponsor economici” dei neonati partiti, che riusciamo ad incontrare i candidati di National Democratic Front (Ndf), il partito nato dalla scissione di Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd) di Aung San Suu Kyi, che invece ha scelto di boicottare il voto di domenica.
Incontri in cui gran parte del tempo vola via cercando di trovare delle basi comuni di comprensione in cui sembra difficile poter capire se i candidati abbiano o meno una vera e reale cognizione del programma del proprio partito. Come accade con una delle candidate di Ndf. La nostra chiacchierata si ferma dopo una decina di minuti, ovvero al termine dell’elenco dei punti programmatici. “Formazione, riforma agraria e un sistema economico misto con il sostegno europeo. Non volgiamo legami con la Cina”, sebbene ad oggi, stando ai dati del Ministero per la pianificazione e gli investimenti, il governo cinese, con 6,4 miliardi di dollari in progetti, sia il secondo investitore nel Paese, subito dopo la Thailandia (10,3miliardi). Il colpo di Stato del 1962 e la dittatura militare che ne e’ seguita ha reso la popolazione inerme, incapace di reagire o di poter credere veramente in un futuro diverso.
Ma le sensazioni sono contrastanti tra le strade trafficate e affollate di una città che è rimasta uguale negli anni. Una città di oltre si milioni di abitanti che domani rivedrà di nuove le urne dopo vent’anni. All’esterno dei collegi elettorali, a centinaia si riuniscono per vedere sui manifesti se il loro nome e’ stato registrato. Tra appelli al boicottaggio e silenzio, la popolazione attende paziente un voto che da occidente, ritengono non libero e già scritto. La Lady e’ relegata da oltre sei anni agli arresti domiciliari in attesa che possa essere liberata “subito dopo le elezioni” come annunciato recentemente dal ministro degli esteri.
Al di là di analisi e annunci politici la realtà parla di una popolazione sempre più povera. “Mancano gli ospedali, se dovessimo ammalarci dobbiamo pagare tutto, anche l’infermiera. E’ meno costoso prendere un aereo e farsi curare a Bangkok. Le scuole sono pessime e quelle private chiedono soldi ma non garantiscono la qualità di cui i nostri figli avrebbero bisogno”, mi confida la mia affittuaria, che negli ultimi tre anni “si è risollevata nel periodo in cui era subentrato il visto all’arrivo”, di cui hanno usufruito soprattutto malesi di origine cinese. Poi il blocco e la continua mancanza di energia elettrica che costringe l’accensione di generatori alimentati a diesel.
“In Myanmar non si hanno mai certezze”. Qualcuno la raccolgo io, ma non quella che vorrei. “Nelle zone rurali – come mi confermano testimoni locali e i miei occhi di viaggiatore itinerante – la povertà è in continuo aumento e in molti fanno fatica a metter un pasto sulla tavola”. Anche la mia guida lamenta una condizione che è andata peggiorando e i ragazzi impegnati in attività sociali non fanno che confermare le mie impressioni. Dalle sei alle sedici di domani, gli oltre 29milioni di elettori dell’ex-Birmania sceglieranno i candidati che eleggeranno tra tre mesi il primo presidente della Repubblica dell’Unione di Myanmar. In attesa che una nuova alba illumini il Paese dalle ‘mille pagode’.





