Myanmar -Reportage post elettorale

Sudestasiatico.com vi propone il reportage post elettorale firmato con lo pseudonimo di Sudan Caupolican e pubblicato per Il Riformista, con la collaborazione di Lettera22.it

Rangoon – “Molte persone non hanno potuto esprimere liberamente la propria preferenza”. “Alcuni, soprattutto nelle zone rurali, sono stati costretti a votare per il Partito di Unione per la Solidarietà e Sviluppo…”. Sono le testimonianze a caldo che raccogliamo durante la riunione organizzata da un gruppo giovanile per la “promozione della democrazia in Birmania” che si tiene il giorno dopo le elezioni birmane. Ragazzi appena ventenni guidati da quelli poco più grandi e che si muovono con l’approvazione di Aung San Suu Kyi e Win Tin, i leader storici dell’ormai defunta Lega nazionale per la democrazia (National League for Democracy o Nld). “Non crediamo a questo voto e al un governo che ne viene fuori. Noi puntiamo a fare qualcosa di concreto, come garantire una formazione adeguata alle nuove generazioni o un’assistenza sociale, per prevenire malattie come Hiv/Aids”, spiega uno dei membri più influenti.
Una giornata, quella successiva al voto, in cui ognuno racconta la propria testimonianza sul seggio di appartenenza. Parole che escono fuori con voce tremula. Ragazzi e ragazze timidi e non abituati a parlare davanti ad una platea, ristretta e di conoscenti, soprattutto poi, se l’argomento ha un carattere che deve essere tenuto nascosto e lontano da occhi indiscreti.
Nonostante tutto, però, una delle ragazze riprende con la telecamera ogni singolo intervento, per farne poi un Dvd che magari potrà girare insieme ai volantini che ritraggono la “Lady” (la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi) tra la popolazione dell’ex capitale o delle zone del delta dove il gruppo giovanile porta avanti attività di sostegno per le categorie più disagiate (specie nell’area colpita dall’alluvione Nargis).
I membri del Fronte democratico nazionale (National Democratic Front o Ndf), partito nato dalla scissione del Nld, accusano la giunta di aver esteso non solo ai militari, “ma anche a funzionari di governo” il voto “anticipato”. Accuse e polemiche alimentate dal blocco di energia elettrica che domenica sera dalle 18 e per quasi un’ora e mezza ha lasciato Rangoon al buio. Inusuale anche se i cali di tensione sono frequenti in una città dove il 40% del gas viene venduto al vicino tailandese a discapito della popolazione locale. Il blocco di domenica è infatti arrivato con un tempismo perfetto. Al calar del sole, quando già era in corso lo spoglio, un tonfo improvviso e… tutti al buio. “In quell’ora e mezza nostri candidati avevano la maggioranza”, accusano dalle sedi del Ndf, convinti che nel buio il risultato sia stato ribaltato con il “cambio delle schede”.

Durante l’intera giornata l’affluenza dei seggi di Rangoon e dei municipi limitrofi era stata piuttosto scarsa e forse il maggior dato di questo voto consisterà nel riuscire ad avere conferme sul numero degli astenuti. Senza contare le schede nulle. “Io non ho votato perché avevo ben altro da fare. Problemi con la famiglia, un altro lavoro a cui pensare, visto che il giornalismo paga poco. Aspettiamo e vediamo cosa accadrà nei prossimi mesi”, è il commento che alla fine della giornata elettorale confida un giovane collega birmano.
Intanto sulla Tv di Stato scorrono le immagini di file ordinate di elettori inframmezzate a elogi per l’intera organizzazione di un voto contrassegnato da speranza e rassegnazione. Dopo una settimana di editoriali sull’importanza del voto, il ‘New Light of Myanmar’, l’organo ufficiale di stampa del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo, la voce del governo birmano ritrae generali sorridenti nell’atto di votare. A titoli cubitali fa sapere che anche la moglie del generalissimo Than Shwe ha espresso la sua preferenza. Nelle pagine interne gli approfondimenti mettono in primo piano la crescita economica e infrastrutturale della futura Repubblica dell’Unione di Myanmar, e mostrano li nomi dei candidati che già sono stati nominati perché concorrenti solitari nei propri collegi elettorali. Difficile prevedere un futuro dove comunque “le leggi dovranno essere discusse in Parlamento. E se le regole non verranno rispettate, sono convinto che la gente riprenderà la piazza”, dice rabbioso, nel buio di Rangoon, il collega birmano.
Finite le elezioni, ora l’attesa si riversa tutta sulla possibile liberazione di Aung San Suu Kyi, i cui termini detentivi scadono formalmente il 13 novembre prossimo. Per le diplomazie occidentali la Lady “potrebbe essere liberata anche prima del 13”. I suoi amici e compagni di partito si dicono “fiduciosi”, ma la possibilità che gli arresti possano essere estesi fino alla convocazione della prima sessione dell’Assemblea del Popolo – febbraio 2011 – e’ molto concreta. Giorni di attesa caratterizzati dagli scontri di confine avvenuti nella zona di Myawaddy, in Karen State tra truppe birmane e una frazione del Democratic Karen Buddhist Army. Ma questo e’ il Myanmar, un Paese da sempre dimenticato e dove “non si hanno mai certezze”.

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