Myanmar – Aung San Suu Kyi, finalmente libera
Articolo pubblicato su ll Messaggero del 14 novembre 2010
“Maybe”. Forse. E’ la parola che più di tutte è volata di bocca in bocca tra le centinaia di giornalisti, fotografi e semplici osservatori che in questi giorni hanno atteso di vedere di nuovo il suo volto. Di ascoltare di nuovo la sua voce.
Appena trascorse le 17, i venti militari in assetto antisommossa oltre le barricate fanno un passo indietro. Abbassati i fucili e riposate le munizioni, il comandante conferma l’ordine di rimuovere quelle barricate che da oltre sette anni delimitano l’abitazione di Universitry Avenue. A quel punto non c’è più alcun dubbio. Le voci, le smentite e i rumors di questi giorni sono svaniti all’improvviso sotto il sole cocente di Rangoon. All’urlo di “Democracy. Aung San Suu Kyi”, la folla resta in attesa e sembra titubare. Noi giornalisti, entrati qui come turisti, spinti dalle urla alle nostre spalle, puntiamo le guardie che in vano cercano di placare un’onda di oltre duemila persone. Superati i cavalli di frisia e con i militari ormai alle spalle, solo un centinaio di metri ci dividono dalla casa prigione della Lady.
Aung San Suu Kyi è finalmente libera. L’attesa iniziata già dalle prime ore di venerdì si è conclusa nel migliore dei modi. Mentre corro con la videocamera accesa, a fianco a me i colleghi inglesi. Un fotografo si ferma ad immortalare le immagini delle centinaia di birmani che con le braccia al cielo accorrono emozionati verso quel cancello che solo in pochi, in questi sette anni, hanno avuto il privilegio di varcare. La folla continua a premere, siamo li’ davanti. Di fronte a quella casa che appare solo in immagini di repertorio ormai datate agli anni novanta del secolo scorso. Li’, in attesa che arrivi lei, mentre a centinaia, a migliaia, accorrono facendo esplodere la propria gioia. Le telecamere della polizia e dell’intelligence non fanno più paura.
A Sparare sono i flash e le luci delle telecamere non solo di noi reporter, ma dei giovani birmani che con indosso magliette contraddistinte da messaggi di sostegno ad Aung San Suu Kyi e suo padre, ‘il padre della Nazione’, generale Aung San, vogliono semplicemente raccogliere la propria testimonianza. Un ricordo che conserveranno per il resto della loro vita. Ragazzi che nel 1990, quando Suu Kyi condusse alla vittoria elettorale Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd), erano troppo piccoli per capire o non ancora nati.
Ragazzi e ragazze, che in questi giorni, sostenuti anche dai più anziani, hanno rischiato mettendoci la faccia. Se per noi l’attesa davanti agli occhi poco discreti dell’intelligence si potrebbe concludere con una prossima espulsione dal Paese o il divieto per la richiesta di un visto futuro, per loro potrebbe tradursi in un arresto o in anni di carcere. Coraggiosamente e senza timore, in molti ci hanno aiutato in questi giorni, aggiornandoci fin quanto è stato possibile. Tenendo piccole manifestazioni proibite in un Paese il cui governo, nonostante il voto ‘democratico’ del 7 novembre, è ancora guidato dai militari. Seduti a terra con le gambe incrociate hanno applaudito all’arrivo degli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Singapore che si sono succeduti nelle ore mattutine.
Una giornata che dopo le undici sembrava potesse concludersi in una vana attesa. Win Tin, leader storico di Lnd, appoggiandosi al bastone, commenta con viso turbato le evoluzioni delle ultime ore. E’ lui stesso a smentire quanto ci aveva confermato nelle prime ore di venerdì, ovvero che le carte per il rilascio fossero state firmate. “Solo rumors. Attualmente possiamo dire con certezza che non sono in atto negoziazioni e che la Lady accetterà un rilascio solo ed esclusivamente senza condizioni”. Nel frattempo non si riescono a trovare conferme a quelle notizie che sembravano ormai date per certe. Come l’arrivo del secondogenito di Syuu Kyi nell’ex capitale birmana.
Le ore trascorrono tra corse in avanti e fughe indietro. Quando il comandante davanti alle barricate vede la folla avvicinarsi, ordina di indietreggiare. Ma nessuno sembra ascoltarlo. La folla avanza e l’ordine e’ secco, mentre con voce ferma indica il cartello ‘Restricted Area’. I militari imbracciano i fucili e caricano i lacrimogeni. A quel punto gli attivisti spingono indietro la folla.
L’aria si fa pesante e la tensione fa tremare le ginocchia. Quando alle nostre spalle appaino alcune camionette della polizia, si teme il peggio. La strada ha poche vie di fuga e le immagini dell’1988 e del 2007 mi balzano alla mente come un flash. Scene e momenti drammatici che svaniscono in quei cento metri che mi separano da quel cancello. E quando quel corpo esile appare da dietro gli alberi del viale che porta all’ingresso, riesco a vederla attraverso la staccionata. La voce del popolo inizia a salire accompagnando la sua apparizione oltre la cortina. Come in passato, un boato accoglie una donna per la quale il tempo sembra essersi fermato.
Nel vedere i suoi occhi lucidi tenendo stretta la mia telecamera sono lì, davanti a lei. Difficile trattenere l’emozione e ricordarsi di essere dei professionisti quando si è consapevoli di vivere un momento di storia. Tra le sue mani la foto di suo padre. La gente urla, si accalca e spinge, ma solo gioia ed emozione nei loro occhi. La calma e il silenzio calano su una folla seduta in attesa di ascoltarla. E’ una voce flebile, chiara e ferma allo stesso tempo. Sono parole di ringraziamento le sue. Parole pronunciate nella sua lingua madre per il suo popolo. Nel vedere la devozione di queste persone si annulla ogni analisi politica o ogni dubbio su cosa ne sarà del suo futuro. Lei è lì, mentre guarda ammirata e commossa, con a fianco i compagni di sempre e in un atteggiamento di calma che impressiona per la sua forza. Arrivano dei fiori, e quando si lega i capelli con quei petali dal color bianco e viola, la gioia esplode in un fragoroso applauso e un grido di commozione.
Aung San Suu Kyi è di nuovo tra noi. Finalmente Libera.

