Myanmar – Thein Sein è il nuovo presidente della Repubblica
Thein Sein è il nuovo presidente della Repubblica dell’Unione di Maynmar, il Paese est asiatico un tempo noto come Birmania.
L’ex primo ministro entrato in carica nell’ottobre del 2007 dopo la dura repressione delle proteste pacifiche condotte dai monaci buddisti, è stato scelto dal collegio elettorale dopo l’elezione delle vicepresidenze. L’ex generale 65enne, leader di Union Solidarity and Development Party (USDP), il partito sostenuto dalla giunta militare, è stato nominato alla corsa presidenziale martedì scorso con 276 voti a favore su 325 dalla camera bassa (Pythu Hluttaw). A rappresentare la Camera delle nazionalità, (Amyotha Hluttawù), per la vicepresidenza, invece, è stato scelto Sai Mauk Kham, parlamentare di etnia Shan e comunque membro di USDP, preferito ad Aye Maung, membro del partito di opposizione su base etnica, Rakhine Nationalities Development Party (RNDP). I militari, invece, cui la Costituzione assegna d’ufficio il 25 per cento dei seggi in entrambe le assemblee hanno scelto come proprio rappresentante, Tin Aung Myint Oo.
Le elezioni si sono tenute a porte chiuse nella nuova sede del parlamento che ha aperto i battenti per la prima volta il 31 gennaio scorso. Un parlamento che dopo le elezioni di novembre ha inaugurato la vita politica di Naypyidaw, la ‘Sede dei Re’ e nuova capitale voluta dal numero uno della giunta militare, generale Than Shwe, nel 2005. Elezioni, quelle dello scorso anno che, nonostante accuse di brogli e critiche piovute soprattutto da gruppi di pposizione, Unione europea e Stati Uniti d’America, hanno visto trionfare con oltre l’80 per cento dei consensi l’USDP.
Un voto che non sembra aver dato avvio ad un reale processo di cambiamento come i più ottimisti avevano auspicato in questi ultimi tre mesi. Del resto, anche la nuova costituzione, descritta dalla propaganda di regime come il passo fondamentale per l’avvio di un processo democratico nel paese e approvata con voto referendario nel maggio del 2008, in piena emergenza umanitaria a causa del passaggio del ciclone Nargis, non può essere considerata un punto di svolta in un Paese governato dal 1962 da un regime militare. Una giunta che ha sempre soffocato sul nascere e con violenza ogni tentativo di protesta o cambiamento. Come nel 1988 o nel 2007, quando a morire sotto i colpi degli Ak-47 furono studenti e monaci buddisti. In questi anni a nulla sono serviti gli appelli da parte di numerosi Paesi occidentali o le sanzioni economiche fortemente volute da Usa, Regno Unito e il resto dell’Unione europea. Né tantomeno la politica di engagment sostenuta dall’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico).
Oppositori, giornalisti, attivisti e monaci buddisti hanno pagato con il carcere o peggio ancora con la vita la scelta coraggiosa di opporsi ad un destino che sembra già scritto. Tra questi anche Aung San Suu Kyi, leader di National League for Democracy (NLD). Il partito che ottenne la maggioranza assoluta nelle elezioni del 1990, mai riconosciute dalla giunta e annullate con il voto ultimo scorso. Un partito che ha scelto di non prendere parte a quel voto e che ha potuto riabbracciare la sua ‘Lady’ il 13 novembre scorso, dopo sette anni di arresti domiciliari. Una liberazione che ha catalizzato l’attenzione mediatica mondiale facendo cadere nel dimenticatoio un voto non regolare che ha sancito e legalizzato la ‘roadmap’ verso la democrazia programmata dall’SPDC (State Peace and Development Council, il governo birmano). A quasi tre mesi da quella liberazione tanto attesa, oltre duemila prigionieri politici, che la giunta considera da sempre ‘sabotatori dello Stato’, rimangono rinchiusi nelle prigioni birmane. Suu Kyi e il suo partito, ormai illegale secondo la legge, sono sempre più isolati e fuori dal dibattito politico. Da oggi e per i prossimi cinque anni, a meno di una grande rivolta popolare o sconvolgimenti improvvisi, il Paese sarà guidato da militari ed ex soldati che hanno dismesso la divisa per indossare abiti civili. Nonostante le sue grandi risorse naturali, che hanno attirato l’attenzione di grandi multinazionali sia occidentali e asiatiche, l’ex Birmania è uno dei Paesi più poveri al mondo, con un reddito pro capite di circa 800 euro l’anno e il 43 per cento della forza lavoro impiegata nel settore agricolo. Un Paese che destina oltre il 40 per cento del suo Prodotto interno lordo (60 miliardi dollari nel 2010), al mantenimento di un apparato militare che può contare su 400mila soldati e ormai sempre più padrone del destino degli oltre 53 milioni di persone che vivono nell’attuale Myanmar.




