Vietnam alla prova dell’ennesima svalutazione del Dong
A poco più da un mese dall’undicesimo Congresso del Partito comunista vietnamita, che ha designato la nuova leadership di governo e le linee socio-economiche per il prossimo quinquennio, la Banca centrale ha deciso di svalutare la valuta locale, il Dong, di circa l’8,5 per cento nei confronti del dollaro. Sebbene dal 2009 la Banca centrale sia intervenuta già quattro volte, una svalutazione così forte non si vedeva dal 1993.
Il disallineamento in un Paese dove per gli scambi si usano spesso oro e dollaro era fin troppo evidente, la Banca centrale è quindi intervenuta fissando a 20.693 dong il cambio per un dollaro rispetto ai 18.932 prima della svalutazione. L’obiettivo di questa scelta, che ha anticipato le attese di osservatori ed economisti, i quali si aspettavano una decisione dopo la fine delle festività del Capodanno lunare (Tet), è stato annunciato dagli stessi vertici della Banca centrale vietnamita: “Controllare il deficit commerciale e facilitare lo sviluppo di una più attiva e flessibile politica monetaria”. Una scelta, quella da parte di Hanoi, che non sembra affrontare il problema nella sua totalità, ma pone invece rimedi di breve periodo a una situazione che potrebbe gravare sull’intera economia del Paese nei prossimi anni.
Il ricorso a questa nuova svalutazione, infatti, ha sollevato due ordini di considerazioni.
Da un punto di vista politico la volontà di voler perseguire una crescita a tutti i costi. Contrariamente a quanto venuto fuori dai lavori dell’undicesimo Congresso, in cui è stata sottolineata la ferma volontà di voler ottenere una stabilità economica.
In termini economici, la scelta ha messo in evidenza i limiti e l’efficacia parziale delle precedenti svalutazioni. Se le sei manovre dal 2008 a oggi hanno dato, almeno in teoria, maggior spinta all’export rendendo maggiormente competitivi i prodotti ‘Made in Vietnam’, il deficit commerciale è rimasto comunque alto per essere un Paese in via di sviluppo. Secondo dati interni, infatti, nel 2010, il valore si sarebbe attestato a 12,4 miliardi di dollari. Nell’ultimo periodo di recessione globale, infatti, il Paese est asiatico ha saputo rispondere con un aumento delle esportazioni, cui è corrisposta, però, una crescita esponenziale delle importazioni.
Una svalutazione ora, quindi, potrebbe dare nuovo vigore alle esportazioni ma non è detto che chi importi sia in grado di farlo come in passato. Del resto, nel 2011, come ha sottolineato anche l’Economist, si dovrà tener conto di un rallentamento di Cina, Europa e Stati Uniti. Ma non è solo un problema di bilancia commerciale ad aver spinto le autorità vietnamite in questa direzione. Un’inflazione in crescita, che solitamente tocca i suoi picchi annuali proprio in occasione delle festività per il Tet, ha infatti contribuito a indebolire la valuta nazionale. A gennaio di quest’anno, infatti, l’inflazione è arrivata al 12,2 per cento, ovvero il livello più alto da febbraio del 2009. Proprio per questo Hanoi ha deciso il 18 febbraio di alzare il tasso di interesse di riferimento di due punti percentuali, dal 9 all’11 per cento, con l’obiettivo di mettere un tetto ai prezzi e riportare l’inflazione su livelli pari al 7 per cento entro la fine del 2011.
Questa scelta, però, potrebbe ripercuotersi sulla crescita del Pil, che nell’ultimo decennio si è attestata su una media dell’8 per cento. Secondo alcune stime pubblicate dal Financial Times, la crescita prevista per l’anno in corso potrebbe quindi non superare il 6 per cento, ovvero due punti in meno rispetto agli obiettivi auspicati dalla nuova leadership di governo. La svalutazione decisa dalla Banca centrale sembra aver sorpreso i vietnamiti stessi, i quali hanno commentato la notizia su alcuni media on-line. La soluzione, secondo molti, è quella di dare un colpo al mercato nero. Secondo la legge, infatti, le transazioni in dollari possono essere esercitate solo tra banche, tra banche e commercianti per attività imprenditoriali di import/export e nel caso un cittadino debba recarsi all’estero. In realtà, però, il mercato nero è ampiamente diffuso, causa primaria di uno valutario che poggia nel caos. Altri ritengono invece sia necessario aumentare la capacità produttiva, piuttosto che il tasso di cambio.
Per Lettera43




