Clima – Bangkok, ostacoli politici sulla via di Durban – Intervista con D. Pernigotti

Artciolo pubblicato per PlanetNext

Tra poco più di un anno, il Protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale vincolante in materia climatica, perderà ogni efficacia. La strada per una sua revisione e un possibile rinnovo è tutta in salita. A dicembre prossimo il leader del Pianeta si ritroveranno a Durban, Sud Africa, per decidere se prendere nuovi impegni per ridurre le emissioni di gas serra e cercare di contrastare con più forza il riscaldamento globale e gli effetti dei cambiamenti climatici.

In questo contesto, la settimana scorsa si è conclusa a Bangkok la sedicesima sessione dei lavori dell’AWG-KP (Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol) e la quattordicesima riunione dell’AWG-LCA (Ad Hoc Working Group on Long-term Cooperative Action under the Convention), il cuore dei negoziati sui cambiamenti climatici coordinati dall’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change).

La settimana di lavori del Climate Talks di Bangkok segue la Conferences of the Parties di Cancun (COP16) e rappresenta la prima riunione in preparazione della COP di Durban (Sud Africa) che si terrà a dicembre prossimo e sarà preceduta da un’altra sessione di Climate Talks nel giugno prossimo a Bonn.

A Bangkok, come in tutti gli incontri preparatori, gli “sherpa discutono e preparano le decisioni che avverranno a dicembre nelle COP”, come ha spiegato a PlanetNext, Daniele Pernigotti, esperto sui gas serra*. Rispetto a Cancun, dove il grande risultato era stato quello di aver riportato su una base di lavoro comune i Paesi industrializzati (Annex I countries), vincolati dal Protocollo di Kyoto (PdK), e quelli in via di sviluppo, non vincolati dal PdK, non sembra siano stati fatti passi in avanti. “Nè rispetto a quanto si era detto a Cancun, nè rispetto a quello che è necessario che si verifichi, entro fine 2011”, ha sottolineato Pernigotti.

“Dopo il blocco e i fallimenti di Copenaghen (COP15 nel 2009, ndr) a Cancun si era riacceso un dialogo tra le parti e la speranza che i due grandi blocchi potessero nuovamente lavorare insieme per obiettivi comuni attraverso un unico percorso. Apertura questa che sembra essersi leggermente richiusa durante i lavori di Bangkok”, ha spiegato Pernigotti. Contrariamente, quindi, a quanto aveva auspicato la Segretaria esecutiva dell’UNFCCC, Christiana Figueres, desiderosa di trovare una linea comune di lavoro già da Bangkok, dando così seguito “ai risultati concreti ottenuti a Cancun”.

Da una parte ci sono i Paesi in via di sviluppo, che “vogliono tenere in vita il PdK”, l’unico strumento internazionale ad oggi vincolante e che obbliga, fino al 2012, i Paesi Annex I a ridurre le emissioni di CO2, ad eccezione degli Stati Uniti d’America, che non hanno mai ratificato il protocollo, siglato da 160 Paesi nel 1997 nella città giapponese di Kyoto ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche da parte della Russia.

Dall’altra, i Paesi industrializzati, USA in testa, ritengono che: “se Cina, Brasile, India e le grandi economie emergenti sono fuori dai giochi, non possono impegnarsi lasciando a loro campo libero”, sottolinea Pernigotti. Ma le dinamiche sono molto più complesse e “non si può ridurre il tutto ad una contrapposizione che vede USA da un parte e Brasile, India e Cina (BIC) dall’altra. La Russia, ad esempio si manifesta sempre poco e quando lo fa tende a frenare vincoli potenziali, come del resto anche il Canada che, forte di un economia sostenuta in gran parte da un’industria petrolifera, tende a limitare gli impegni necessari a ridurre le emissioni di CO2”.

All’interno degli stessi ‘blocchi’, inoltre, mancano intenti e obiettivi comuni. Sul fronte asiatico, ad esempio, “le realtà di sviluppo economiche tra Cina e India sono molto diverse, così come le rispettive visioni politiche. La Repubblica Popolare cinese ha più volte mostrato la propria disponibilità a lanciare iniziative per ridurre le emissioni, con l’unico vincolo di non avere obblighi esterni. L’India, invece, sembra ancora indecisa se prendere decisioni forti e radicali sul taglio delle emissioni”, commenta Pernigotti.

Al di là delle diverse posizioni e obiettivi all’interno del negoziato, Cancun ha segnato l’inizio concreto di due programmi. L’istituzione di un Green Climate Fund, necessario a finanziare progetti per combattere e ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo, e l’adozione di un Adaptation Framework, dove, in sintesi, le azioni sull’adattamento per i Paesi in via di sviluppo assumono lo stesso livello di priorità di quelle sulla riduzione di emissioni. Programmi che “hanno trovato parziali progressi negli incontri di Bangkok”, sostiene Pernigotti. Ma anche su questo fronte i motivi di discussione e attrito tra i due grandi blocchi non mancano. “Se i Paesi industrializzati stanno lavorando su come organizzare e strutturare tali fondi per garantire la loro applicazione, quelli in via di sviluppo, soprattutto i Paesi più poveri, temono sia solo un tavolo di lavoro per ritardare gli impegni sui tagli delle emissioni. Ovvero, sostenere l’impegno a dar vita a questi meccanismi continuando ad emettere come si è sempre fatto”, spiega Pernigotti.

Sono pertanto i Paesi più poveri, che “vivono prima di tutto il problema dell’adattamento, prima che quello della riduzione”, a chiedere un impegno forte e concreto da parte di quelli ricchi a tagliare le emissioni. In pratica, sottolinea Pernigotti, “se un governo africano deve investire per ridurre gli impatti del cambiamento climatico non pensa a ridurre le emissioni, ma pensa prima di tutto a come ridurre gli effetti e i danni causati dal cambiamento climatico. E’ questa la loro priorità”. Come anche in Indonesia, ad esempio, “dove il governo concentra la sua azione su programmi di adattamento”.

Sono proprio queste dinamiche a bloccare decisioni vincolanti future e rendere impervio il cammino verso una seconda fase del Protocollo di Kyoto, che attualmente prevede l’obbligo in capo ai Paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio ed altri cinque gas serra, ovvero metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore al 5 per cento rispetto alle emissioni registrate nel 1990. “A Bangkok c’è stata una frattura netta proprio sul Protocollo di Kyoto. Il fatto che anche il gruppo di lavoro che opera al di fuori del PdK, il Long-Term Cooperative Action (LCA, ndr), ha approvato con fatica e solo nelle ultime ore l’agenda dei prossimi lavori, sottolinea le difficoltà attuali”, ha commentato Pernigotti. In pratica tutto il lavoro di LCA è conseguente a quel che succede sul protocollo di Kyoto, in cui “i Paesi industrializzati ritengono sia necessario lavorare sulla parte metodologica, come far funzionare gli strumenti e i vincoli, mentre quelli in via di sviluppo tendono a rimarcare la volontà di conoscere gli impegni di riduzione. E’ infatti proprio sui tagli delle emissioni che si sono soffermati i lavori degli incontri puramente tecnici”, ha concluso Pernigotti.

Se Bangkok si è chiuso quindi senza progressi reali, ma con qualche ‘stop’ di troppo, la COP di Durban, preceduta dalla tappa di Bonn, sarà l’ultima possibilità per decidere i destini di Kyoto. “Personalmente ritengo che la decisione sul Protocollo di Kyoto verrà presa all’ultimo secondo dell’ultimo giorno della Conferenza di Durban. Tutti, fino all’ultimo, come del resto avviene spesso nelle COP, mostreranno i muscoli per portare a casa ognuno la propria vittoria. A dicembre, si dovrà comunque prendere una decisione e non si potrà rimandare ulteriormente, con la certezza che se cade Kyoto temo possa crollare tutto come un effetto domino. In qualche modo, e non è solo una mia speranza, il PdK deve sopravvivere”, conclude Pernigotti.

* Daniele Pernigotti – consulente ambientale esperto di cambiamento climatico e rappresentante italiano nei gruppi di normazione ISO sui gas serra, che da diversi anni segue i lavori dell’UNFCCC.

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