Thailandia – Myanmar: Bangkok intenzionata a rimpatriare 140mila rifugiati

Bangkok chiama Naypydaw, e il nuovo governo birmano non si fa attendere. I continui colloqui e scambi tra i due membri dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico) degli ultimi mesi potrebbero tradursi in un accordo per il rimpatrio di oltre 140mila profughi provenienti dall’attuale Myanmar e che oggi risiedono in territorio thailandese a pochi km dal confine tra i due Paesi. “Non posso dire con certezza quando chiuderemo i campi, ma intendiamo farlo”, ha dichiarato al quotidiano in lingua inglese, ‘Bangkok Post‘, Thawil Pliensri, responsabile del Consiglio per la sicurezza nazionale thailandese, al termine di un incontro con il primo ministro Abhisit Vejjajiva.

“Ci risiamo”, verrebbe da dire, visto che già in passato il governo thailandese ha più volte dichiarato di volersi liberare dei profughi, molti dei quali vivono orami da circa vent’anni in una continua condizione di precarietà e assistenza. Persone che hanno abbandonato le proprie famiglie, case, abitudini, chiudendo i pochi averi in un sacco e varcato il confine illegalmente con la speranza di una nuova vita sulle spalle. Uomini, donne e bambini che in molti casi fuggono dalle truppe dell’esercito birmano o da quelle dei gruppi paramilitari su base etnica che dovrebbero difenderli.

In alcuni periodi dell’anno o “quando si intensificano gli attacchi delle truppe birmane, a migliaia scappano e superano il fiume Moei in cerca di un riparo, di cure e tranquillità”, racconta Benno Roggla, responsabile di Aiutare Senza Confini (Asc), un’associazione di volontariato Onlus italo-tedesca. Presente sia in territorio thailandese – con una sede a Mae Sot — che birmano con progetti di assistenza a rifugiati di diversi gruppi etnici come Karen e Shan, “in questi ultimi anni Asc è stata costretta a chiudere più volte i propri centri di assistenza medica e scolastici situati soprattutto in territorio Karen (in Myanmar, ndr)”, denuncia Roggla. In alcuni casi, però, dietro i conflitti tra il Tatmadaw (l’esercito birmano) e i gruppi paramilitari su base etnica, “si nascondono conflitti di interessi tra membri del governo birmano, dei gruppi paramilitari e proprietari terrieri thailandesi”.

Conflitti e guerre interne che si protraggono da decenni e che non si sono conclusi con la richiesta da parte dell’ex giunta militare di deporre le armi e rientrare nei ranghi come ‘guardie di confine’. Come la guerra infinita tra le truppe regolari birmane e il Karen National Liberation Army (KNLA), braccio armato dell’organizzazione politica Karen National Union (KNU), iniziata nel lontano 1948, anno dell’indipendenza birmana dall’impero coloniale britannico.

Conflitti che hanno reso invivibili le zone lungo il confine tra i due Paesi, con migliaia di persone costrette a vagare quotidianamente di villaggio in villaggio per evitare crimini e abusi di uomini in divisa. Quelle persone che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), chiama ‘Internally Displaced Person’ (IDP), ovvero rifugiati interni. Secondo dati UNHCR (Gen. 2011) ce ne sarebbero almeno 229mila in tutto il Paese, di cui 68mila ricevono assistenza di base da personale e programmi dell’agenzia ONU, prorogati dal governo birmano anche per l’anno in corso. In gran parte dei casi, come denuncia UNCHR, queste persone hanno bisogno di tutto, “dai servizi pubblici a quelli sanitari, acqua potabile, protezione e un sostegno quotidiano per vivere”.

Necessità richieste anche dalle migliaia di rifugiati presenti in territorio thailandese e che non hanno la ‘fortuna’ di essere riconosciuti come tali: per questo non viene loro garantito l’accesso in uno degli otto campi dell’Alto Commissariato che si trovano lungo il confine thai-birmano. Del resto, anche i rappresentanti dell’agenzia ONU hanno fatto intendere con chiarezza che i rifugiati birmani non rimarranno a vita in territorio thailandese, l’importante che “il rimpatrio avvenga in modo volontario”, come ha sottolineato al web-magazine birmano in lingua inglese ‘Irrawaddy‘ Kitty McKinsey, portavoce regionale di UNHCR.

Dalle elezioni del 7 novembre scorso, e in via ufficiale dal mese scorso, l’ex-Birmania non è più governata da una giunta militare, ma da un “governo civile democraticamente eletto”. Una condizione giuridica che giustifica la scelta e la volontà da parte del governo di Bangkok di voler rimandare indietro migliaia di persone che vivono ormai senza un’idea di appartenenza , in un Paese che li ha accolti rinchiudendoli in campi sorvegliati da soldati armati e sfruttati nelle aziende tessili ad un dollaro al giorno.

La Thailandia ha utilizzato i rifugiati, soprattutto di etnia Karen, come un cuscinetto tra loro e l’esercito birmano. Ora i due governi hanno deciso di avere legami più forti”, ha commentato via mail Mark Farmaner, direttore di Burma Campaign UK. Bangkok non ha mai nascosto l’interesse nelle risorse energetiche ‘made in Myanmar’ e il coinvolgimento della compagnia petrolifera a maggioranza statale, PTTE, in progetti faraonici come il gasdotto di Yadana ne e’ la chiara testimonianza.

“Già da anni la Thailandia dipende dal gas birmano e vuole sviluppare zone economiche speciali proprio lungo il confine. E’ qui che il governo thailandese ha in programma la costruzione di almeno otto dighe con l’obiettivo di generare elettricità a bassi costi. Tutto ciò offre ai generali la possibilità e il potere di influenzare il processo decisionale thailandese”, conclude Farmaner.

L’annuncio thailandese arriva in concomitanza con altre due decisioni sia da parte europea che statunitense. All’inizio della settimana, i ‘Ventisette’ hanno deciso di limitare le restrizioni finanziarie e di movimento all’interno dei confini europei per quattro ministri e diciotto vice-ministri del nuovo governo, tra cui il ministro degli Esteri, Wunna Maung Lwin. L’amministrazione Obama ha invece nominato David Mitchel ‘Rappresentante speciale e coordinatore per le politiche in Birmania’. Primi passi per un nuovo rapporto con una delle dittature più longeve al mondo.

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Articolo pubblicato per Lettera43 e apparso su PlanetNext

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