Nuove tecnologie – Myanmar tra censura, notizie e difficili conferme.
Articolo pubblicato per PlanetNext
‘Internet café, il governo birmano vieta l’uso di cd, chiavette e floppy‘, titola un articolo pubblicato da Asianews il 16 maggio. Le fonti della notizia sono i media birmani in esilio, come Democratic Voice of Burma, che sottolineano l’ennesima stretta del neo governo birmano nei confronti della libertà di espressione. L’obiettivo per il governo, secondo l’agenzia del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), “bloccare possibili rivolte o manifestazioni”.
A quanto pare la decisione di vietare l’utilizzo di memorie esterne voluta dal Ministero per le comunicazioni segue quella di potenziare la rete di telefonia mobile, attraverso l’introduzione di 30 milioni di nuove linee mobili entro il prossimo quinquennio. Da una parte il governo promuove la comunicazione, dall’altra sembra volerla bloccare. Così come era stato nel marzo scorso quando le autorità competenti decisero di dichiarare illegali Skype e servizi VoIP.
E’ sempre la stessa AsiaNews a riprendere una nota governativa, diffusa ai primi di marzo, in cui si mette in relazione il crescente utilizzo di telefonate via internet e il forte calo delle chiamate all’estero attraverso i servizi di comunicazione ufficiale forniti dalle autorità birmane. Sebbene la dichiarazione di guerra alle telecomunicazioni in Voice over IP dell’ex giunta militare sia arrivata a marzo, secondo alcune fonti sentite da PlanetNext, ad oggi non risulta ancora nessun blocco.
Così come non risulta fondata l’affermazione fatta sempre da AsiaNews secondo cui “gli stranieri in terra birmana devono esibire passaporto, indirizzo di residenza e recapito telefonico locali quando si recano in un internet cafè”. Sono numerosi, infatti, soprattutto nei centri più importanti del Paese come Rangoon e Mandalay, gli internet cafè che non chiedono neanche il nome all’alto numero di stranieri che non possono fare a meno di inviare una mail ad amici e parenti, facendo lo slalom tra servizi di posta elettronica bloccati e sitiweb censurati.
Le autorità birmane sanno bene che restare isolati non giova né alle loro tasche né allo sviluppo di un Paese sempre più interconnesso a giganti economici come Thailandia, Cina, India, Corea del Sud e Giappone. Paesi in cui è facile poter acquistare e comunicare con un telefono cellulare o attraverso una linea internet. Così come sono consapevoli che una telecomunicazione più ampia e diffusa e fuori dal proprio controllo è un problema potenziale da non sottovalutare. Se nel 2007 le proteste pacifiche che videro in strada anche i monaci buddisti e poi represse nel sangue non si tradussero in un eccidio come nel 1988, quando morirono oltre tremila persone, “lo si deve anche alla velocità con cui in molti sono stati capaci di testimoniare cosa stesse avvenendo in quei giorni”, come ha raccontato a PlanetNext Sein Win caporedattore di Mizzima, webmagazine con sede in Thailandia. Così come furono in molti a decidere di scendere in strada o raggiungere Rangoon da altre zone del Paese dopo aver visto le immagini sui canali satellitari come Cnn e Bbc.
Il business delle telecomunicazioni è troppo importante per l’elite birmana e le numerose compagnie produttrici di dispositivi mobili, negli ultimi anni sempre più presenti in Myanmar. Infrastrutture, licenze, contratti, abbonamenti, ricaricabili e servizi correlati alla telefonia mobile. Sim card attive su rete GSM che solo fino a tre anni fa costavano fino a 2.500 dollari, nel novembre scorso si potevano acquistare anche per 700 dollari. Sicuramente un prezzo proibitivo per milioni di cittadini, in un Paese in cui il reddito pro-capite annuo è di poco superiore ai 1.000 dollari. Ma una piccola rivoluzione è iniziata con la vendita di Sim card ricaricabili usa e getta acquistabili a 25 o 50 dollari, a seconda del traffico telefonico. Schede la cui vendita venne temporaneamente bloccata nel periodo pre e post elettorale del novembre scorso, quando anche la leader del movimento democratico birmano, Aung San Suu Kyi, venne liberata dopo sette anni agli arresti domiciliari.
Oggi, Suu Kyi manda messaggi video attraverso Youtube, ha partecipato a varie video-conferenze tra cui quella del dicembre scorso ospitata dalla London School of Economics e promossa da Al Jazeera in collaborazione con Democratic Voice of Burma. Il suo partito, Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd), espone i propri simboli in strada e sul web nonostante per la legge birmana sia ormai illegale, dopo la decisione della Lnd di non registrarsi al processo elettorale culminato con le elezioni del 7 novembre scorso. Questo, naturalmente, non significa che i cittadini di Myanmar siano liberi di muoversi e comunicare, ma in un Paese che ha vissuto dal 1962 al 2010 sotto un duro governo militare, che oggi si è ritoccato il trucco spogliandosi della divisa, ogni piccolo miglioramento è un significativo passo in avanti.
Il rapporto 2010 sulla libertà di stampa pubblicato da Reporters Without Borders, pone il Paese est asiatico alla 171esima posizione su 175. Ad oggi sono 14 i giornalisti rinchiusi nelle carceri birmane, mentre molti sono quelli in esilio.
Il Press Scrutiny and Registration Division, il grande fratello orwelliano messo in piedi dal governo birmano, che attualmente sta rivedendo alcune delle regolamentazioni per le pubblicazioni cartacee, ancora decide cosa debba essere letto o meno, in un lavoro scrupoloso e minuzioso che non sembra tenere conto dell’evoluzione tecnologica. Qualcuno, come The Diplomat, a differenza di AsiaNews, si permette di titolare un articolo a firma di Steve Finch ‘Burma Rethinks Censorships. A Bit‘ (La Birmania ripensa la Censura. Leggermente).
Notizie ed analisi su Paesi chiusi e lontani come l’ex-Birmania si rincorrono in rete come sulla carta. Valutare e poter verificare cosa sia vero o meno non è sempre facile. Un fatto è certo, che fino ad ottobre scorso nessuno avrebbe immaginato che Suu Kyi potesse essere immortalata dalle migliaia di telefoni cellulari quel 13 novembre in cui venne liberata. Neanche lei, come ha più volte confermato e come dimostra l’impaccio e l’imbarazzo dei primi video messaggi, si sarebbe immaginata di poter comunicare finalmente in filo diretto con un mondo oltre lo schermo. L’importante sarà capire se le sue e parole e quelle di milioni di birmani avranno un’audience capace di interagire.




