Thailandia – Il maggio rosso di Bangkok, un anno dopo nulla è cambiato
Canti, balli e dimostrazioni, in “un’atmosfera quasi da festival”, avevano accompagnato le prime manifestazioni degli attivisti del Fronte Unito per la democrazia contro la dittatura (UDD), scesi tra le strade di Bangkok nei giorni tiepidi di marzo del 2010 per protestare contro il governo di Abhisit Vejjajiva al grido di “nuove elezioni” e l’obiettivo di dare una spallata a quella che definiscono Amathayathipatai (il potere delle elite tradizionali).
Proteste pacifiche caratterizzate da azioni simboliche come lo spargimento davanti ai cancelli del governo di quel sangue rosso come le maglie e le bandiere simbolo della loro protesta. Caldo, smog e slogan accesi dagli interventi in video conferenza dell’ex premier Thaksin Shinawatra, costretto all’esilio dopo il colpo di stato che lo estromise nel 2006. “Fu allora che decidemmo di unirci per far sentire la nostra voce”, ricorda al Fatto Prathan, attivista dei ‘rossi’ da sempre in prima linea. “Rossi come uno dei colori della nostra bandiera, uniti dal valore per la Democrazia e la non-violenza”, sottolinea Prathan.
Quel 10 aprile del 2010, però, la tensione si trasforma in rabbia e al calare del buio restano a terra i cadaveri di 26 persone. Per giorni le ‘red shirts‘ occupano strade, raccolgono armi sotto gli occhi di una polizia forse compiacente, in uno scontro con l’esercito sempre più cruento. Fino a quel 19 di maggio, quando manu militari, il governo dice basta. Alla fine saranno 92 le vittime dall’inizio delle proteste, tra cui il fotografo italiano, Fabio Polenghi. Una guerra civile, sebbene Belle, attivista dei rossi, oggi ricorda al Fatto che a sparare furono “solo i cecchini. Quella mattina noi eravamo pronti a negoziare con il governo, ma ad un certo punto i soldati hanno cominciato a sparare”.
Morti, arresti e imposizione dello Stato di emergenza in ben 24 province su 76. L’ennesimo stop ai principi di una Costituzione votata nel dicembre del 2007 e scritta dai militari del dopo golpe. “Dall’anno scorso nulla è cambiato, però noi stiamo diventando sempre più forti. Sempre più persone decidono di unirsi al nostro movimento”, racconta Prathan, nonostante in 127 appartenenti all’UDD siano ancora in carcere. Sette leader sono stati rilasciati su cauzione, altri 5 sono stati autorizzati a rientrare dalla Cambogia nel febbraio scorso, dopo che alcune bombe avevano di nuovo scosso Bangkok, ma lasciato indifferenti i 9 milioni di abitanti. Su di loro, come su Thaksin, grava l’accusa di terrorismo, punibile nel Paese est asiatico con la pena di morte.
In questi ultimi 12 mesi, il leader del Partito Democratico (PD) e capo di governo Abhisit ha tentato di aprire ad un piano di riconciliazione nazionale, franato però dalle misure repressive sulla libertà di stampa e l’incapacità di avviare indagini sugli omicidi della primavera scorsa. “Noi chiediamo e vogliamo giustizia, e che si ritorni ad un unico standard”, commenta Prathan. Sì, perché i ‘rossi’ lamentano da sempre un doppio parametro di giudizio da parte delle autorità politiche e giudiziarie che sembrano favorire gli attivisti dell’Alleanza del popolo per la Democrazia (PAD): i ‘gialli’, un tempo affascinati da Thaksin, dalla fine del 2006 sempre più vicini al Pd e oggi critici dell’attuale governo.
Sebbene lo scorso dicembre siano stati processati e condannati 84 membri del PAD per aver distrutto la sede del canale televisivo nazionale NBT, “nessuno è stato mai accusato per aver occupato l’aeroporto di Suvarnabhumi nel 2008. I loro canali televisivi e radiofonici continuano ad operare, mentre i nostri vengono chiusi”. Sono tredici le stazioni radio vicine all’UDD chiuse in queste ultime settimane, senza contare i quotidiani banditi all’indomani della repressione di maggio. A questo si aggiunge un secondo arresto per due leader dei ‘rossi’ fuori su cauzione e la recente accusa di lesa maestà per altri 18, tra cui la donna che ha preso in mano le redini del movimento nel corso di questi mesi, Thida Thavornseth.
Un’ondata repressiva scatenata alla vigilia dell’annuncio di nuove elezioni che si terranno il 3 luglio prossimo e per le quali si prospetta una campagna elettorale incandescente, col il partito democratico alla ricerca di conferme e quello pro-Thaksin, il Puea Thai Party (PTP), indeciso se rimanere legato o meno ad un organizzazione che racchiude in sé “ex comunisti, contadini, intellettuali, imprenditori e gruppi pro e contro Thaksin”, specifica Belle. Con la sorella minore di Shinawatra, Yingluck, capolista e una strategia da sempre valida in cui “Thaksin pensa e il Puea Thai agisce”, i sondaggi danno per favorito il PTP.
Che i militari siano divisi al loro interno è tutto da dimostrare e il colpo di Stato resta sempre un’opzione da non sottovalutare, in una spirale che riporterebbe il ‘democratico’ Regno di Thailandia indietro di un secolo. “
Se il Partito democratico vincerà – prevede Belle – ci saranno poche possibilità per un colpo di Stato, se vincerà il Puea Thai le opzioni sono due: sciogliere il partito o cambiare il corso degli eventi con un intervento militare
Articolo pubblicato oggi anche su ‘Il Fatto Quotidiano‘
