Cambogia – Ad un anno di distanza, riparte il Tribunale per i crimini dei Khmer rossi.
Le porte dell’Extraordinary Chambers in the Court of Cambodia (ECCC), il tribunale istituto con il sostegno dell’ONU e chiamato a giudicare sui crimini commessi dagli ex leader di Kampuchea Democratica, ha riaperto le porte lunedì 27 giugno per le udienze preliminari del Caso 002.
Per circa quattro giorni, i giudici internazionali e cambogiani ascolteranno: Khieu Samphan, alias ‘Hem’, ex capo di Stato di Kampuchea Democratica (si “riallinea” con il governo nel 1998 dopo la morte di Pol Pot, abbandonando quindi le fila dei Khmer rossi); Kim Trang, alias Ieng Sary, ex ministro degli Esteri (si “riallinea” con il governo nel 1996); sua moglie Ieng Thirith, alias ‘Phea’, ministro degli Affari Sociali; e Nuon Chea, considerato il capo ideologico del gruppo (si “riallinea” con il governo nel nel 1998 dopo la morte di Pol Pot). (se non lo hai gia’ fatto piu’ sotto, dovresti a un certo punto spiegare cosa significhi il riallineamento…)
Altri dirigenti Khmer rossi sono nel frattempo morti mentre erano in carcere, come Ta Mok, ‘il macellaio’, e Sam Bith, responsabile del rapimento e dell’uccisione di ostaggi internazionali. Pol Pot, al secolo Saloth Sar, segretario generale del partito e primo ministro di Kampuchea Democratica, e Son Sen, membro del comitato centrale del partito, sono invece morti nel 1998, nei territori controllati dai Khmer rossi, in seguito a malattia il primo e assassinato, in una purga interna dalla fazione di Pol Pot insieme a tutta la sua famiglia, il secondo.
I quattro, come Kaing Guek Eav, alias Duch, ex direttore del centro di detenzione S-21 – dove vennero detenute e torturate, per poi essere “eliminate” nei ‘killing fields‘, oltre 15mila persone – sono accusati di genocidio e crimini contro l’umanità. Dei cinque imputati, però, solo Duch, condannato il 26 luglio dello scorso anno a 35 anni di reclusione, ha in parte ammesso la sua responsabilità durante quei tre anni otto mesi e venti giorni d’inferno che il Paese ha attraversato tra il 1975 e il 1979, quando il regime di Pol Pot si rese responsabile della morte di circa due milioni di persone.
“Non mi sento di accusare i miei subordinati. Io sono vergognosamente responsabile”, aveva affermato in una delle udienze Duch, riferendosi alle immagini dipinte da uno dei sopravvissuti ad S-21, il pittore Vann Nath, e che ritraggono i ‘figli di Angkar’ in abito nero mentre scagliano neonati e bambini contro tronchi d’albero. Dichiarazioni depositate a 31 anni dalla caduta del regime dei Khmer rossi e che hanno aiutato a comprendere uno dei periodi più bui della Storia contemporanea. Grazie a quelle udienze, in cui vennero ascoltati oltre 50 testimoni, infatti, siamo venuti a conoscenza di fatti meno noti, come l’esistenza di un campo di detenzione, noto come M-13, istituito ancor prima della presa di Phnom Penh da parte dei Khmer rossi e diretto proprio dall’ex professore di matematica, divenuto poi pastore evangelico.
L’M-13 fu quello che oggi potremmo definire un prototipo, un esperimento di quella macchina del male nota al mondo come S-21. E’ proprio durante il Caso 001, cui hanno assistito quasi 30mila persone, che sono emerse verità ancora oggi difficili da comprendere. S-21 è infatti solo il più noto dei 196 centri di detenzione allora sparsi in tutto il Paese e nati proprio da quel campo prova (M-13), in cui morirono oltre 300 persone dopo essere state torturate perché considerati nemici di ‘Angkar’.
Il compito di S-21, “non era quello di uccidere, ma di di strappare confessioni”, spiega Philip Short, autore del libro ‘Pol Pot – Anatomia di uno sterminio’. Scrive Short: “l’esercito francese in Algeria istituì centri di tortura in cui i coscritti martirizzarono chi sospettavano di essere fedayin e poi li uccisero per mantenere il segreto, ovvero la stessa giustificazione utilizzata dagli ex quadri di Kampuchea Democratica. Molte delle torture utilizzate erano state ereditate dai francesi, che le avevano utilizzate a loro volta contro i viet minh”.
Ed è proprio sui vietnamiti, che entrarono in Cambogia nel gennaio del 1979 “per liberare il Paese”,e su Pol Pot che i quattro imputati apparsi oggi hanno cercato in questi ultimi anni di far ricadere colpe e responsabilità. Non sono poi mancate accuse reciproche, scagliate soprattutto contro Nuon Chea, 84 anni, che oggi si è presentato in aula con cappello e occhiali scuri, lasciandola pochi minuti più tardi per condizioni di salute non proprio ottimali. “Sono pronto a tornare quando la corte discuterà il mio caso”, ha dichiarato laconicamente l’ex quadro prima di lasciare l’aula di tribunale, da sempre convinto che questo processo sia del tutto inutile.
Extraordinary Chambers in the Court of Cambodia
Un processo la cui storia inizia nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, quando l’ONU da’ inizio ai negoziati con la Cambogia, raggiungendo un accordo solo nel 2003, per stabilire un tribunale in grado di processare gli ex-leader Khmer rossi. Il budget iniziale di 56 milioni di dollari è andato progressivamente aumentando fino a toccare quota 169 milioni. l’ECCC, chiamato a giudicare solo i crimini commessi nel periodo 17 aprile 1975 – 7 gennaio 1979, è stato definito un tribunale ibrido, perché si basa sul diritto civile e non sulla common law (sistema accusatorio e inquisitorio basato sul diritto civile e penale). Inoltre, introduce la figura del GIP (Giudice per le indagini preliminari), quello che in inglese viene chiamato ‘Investigating Judge’, nonché la possibilità per le vittime di costituirsi parte civile.
Un tribunale che in questi anni è stato spesso accusato di corruzione, e per questo considerato non adatto a portare a termine una sentenza su un argomento così controverso. Comunque si concludano i dibattimenti processuali, i detrattori hanno spesso lamentato le enormi cifre stanziate ed eventualmente necessarie per arrivare ad una sentenza definitiva, qualunque sia il suo esito. Tra i maggiori critici proprio l’attuale governo del Regno di Cambogia, presieduto da Hun Sen, entrato ad appena 14 anni tra le fila dei Khmer rossi e poi fuggito in Vietnam per rientrare nel ’79 da ‘liberatore’ insieme alle truppe della Repubblica Socialista. Hun Sen che negli anni scorsi ha chiaramente espresso la sua linea nei confronti di un tribunale che ha tentato, senza successo, di portare al banco degli imputati personaggi dell’attuale entourage politico cambogiano.
La linea del primo ministro Hun Sen e la storia del dopo Pol Pot
Le Nazioni Unite, che hanno riconosciuto fino al 1991 il seggio all’ONU di Kampuchea Democratica, dovrebbero finire sul banco degli imputati quanto o addirittura più di Pol Pot: questa in sintesi la dura accusa lanciata dal primo ministro cambogiano, quando nel febbraio del 2009 iniziarono le prime udienze del Caso 001. “Un gruppo di persone sapevano delle uccisioni avvenute tra 1975 e il 1979, ma continuarono a sostenere i Khmer rossi fino ai primi anni ’90”, ha sempre affermato Hun Sen, sottolineando che questo gruppo dovrebbe pagare “più di Pol Pot”. “Se dovessimo giudicare cosa è accaduto nel passato, dovremmo processare prima le Nazioni Unite, insieme ai Paesi che hanno riconosciuto la Kampuchea Democratica fino al 1991”, sostiene ancor oggi il Primo ministro.
Nei primi giorni di gennaio del 1979, in seguito all’ingresso delle truppe vietnamite in territorio cambogiano, i Khmer rossi abbandonano Phnom Penh. Il 13 gennaio, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, su richiesta del ‘Re padre’, Sihanouk, invoca il ritiro delle ‘truppe straniere’ definendo la Kampuchea Democratica il solo governo legale della Cambogia. Tra settembre e novembre di quello stesso anno, l’Assemblea generale dell’ONU prima stabilisce che il governo di Kampuchea Democratica rappresentava legalmente il Paese e poi condanna “l’aggressione vietnamita”, lasciando a Pol Pot il seggio presso l’organizzazione con sede a New York.
Tale risoluzione – approvata con 71 voti a favore, 35 contrari e 34 astenuti – venne rinnovata annualmente fino al 1991. Tra i 71, anche Belgio, Canada, Danimarca, l’allora Germania Ovest, Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Regno Unito, Giappone, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Italia. Quest’ultima, già il 26 giugno del 1976, aveva stabilito ufficialmente relazioni diplomatiche con Kampuchea Democratica.
“Noi organizzammo un processo nel 1979 che loro (ONU, ndr) non hanno mai riconosciuto. Oggi ci chiedono di farne un altro, complicato e che costa milioni di dollari”, ha ribadito Hun Sen nel 2009. Il processo cui fa riferimento il primo ministro si svolse nel cortile del centro di detenzione di Tuol Sleng, noto come S-21, e vide la condanna a morte in contumacia di Pol Pot e Ieng Sary, allora vice primo ministro e ministro degli esteri. Successivamente, nel 1996, Ieng Sary ottenne il perdono reale, in cambio della sua resa, mentre Pol Pot, come detto, morì due anni più tardi.
Abbandonata Phnom Penh nel gennaio del 1979 e sotto assedio da parte delle truppe di Hanoi, i Khmer rossi riuscirono ad arroccarsi nella zona nord ovest del Paese, lungo il confine thailandese.
Da allora, ovvero dalla fine del 1980, secondo quanto pubblicato da Covert Action Quarterly del 1988, gli USA finanziarono l’ex regime con 85 milioni di dollari. Non ci deve sorprendere se USA e Cina, ognuno dei due per diversi motivi, fossero d’accordo nel limitare l’espansione vietnamita.
Fuoriusciti Khmer rossi hanno poi confermato al giornalista australiano John Pilger che durante gli anni ’80 alcuni di essi furono addestrati in Malaysia da reparti statunitensi e britannici. “Una classica operazione Reagan Tatcher”, come affermò un anonimo ex-Ministro della Difesa britannica al Daily Telegraph. Dopo la smentita della ‘Lady di ferro’, il 25 giugno del 1991 il governo britannico ammise che la SAS (Special Air Service) aveva assistito la resistenza Khmer rossa fin dal 1983.
Nel rapporto RAE Mc GRATH, co-vincitore del Premio Nobel per aver condotto campagne contro l’utilizzo di mine, si legge che la SAS insegnò alla guerriglia “l’utilizzo di dispositivi da esplosione immediata e ritardata”. L’ex-premier di Singapore, Lee Kuan Yew, ricorda inoltre nelle sue memorie (From the third World to the first: The Singapore story 1965 – 2000) che USA, Cina, Singapore, Malaysia e Thailandia garantirono complessivamente 1,3 miliardi di dollari alla guerriglia dei Khmer rossi.
Quel che resta di questa tragedia nella Cambogia di oggi è un dramma nascosto nel silenzio. Secondo un rapporto di Asian Development Bank, circa il 15 per cento della popolazione (quasi 15 milioni di abitanti), è stata ferita o, peggio ancora, ha subito un’amputazione a causa delle mine disseminate sull’intero territorio cambogiano, soprattutto lungo le zone di confine nord occidentali.
Scrive Rithy Panh regista e autore dell’acclamato ‘S-21: The Khmer Rouge Killing Machine’ e presente all’ultimo festival di Cannes con ‘Duch, Master of the Forges of Hell’: “Sopravvivere a un genocidio, riprendere a vivere dopo un genocidio richiede uno sforzo enorme. Bisogna parlare, rammentare tutto a prescindere dal dolore che il ricordo rinnova. Voler seppellire il passato senza comprenderlo, significa assumersi il rischio di essere ossessionati da questo passato. Ma è responsabilità dei sopravvissuti nei confronti delle vittime parlare, testimoniare, comprendere”.
Pubblicato per PlanetNext




